Fisco: dal 1° gennaio in vigore la Global minimum tax, cambia il perimetro fiscale per le PMI italiane

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Dal 1° gennaio 2026 è pienamente operativa la Global minimum tax (Gmt), il Pillar 2 dell’accordo Ocse/G20 che introduce un’aliquota effettiva minima del 15% per le multinazionali con ricavi consolidati superiori a 750 milioni di euro.

Per l’Italia la misura coinvolge circa 19.000 entità di gruppi multinazionali presenti sul territorio nazionale e garantisce un gettito stimato tra 2 e 3 miliardi di euro l’anno. L’entrata in vigore della Gmt segna un passaggio strutturale verso un sistema fiscale sempre più internazionale,

in un contesto di finanza pubblica caratterizzato da un debito che a fine 2025 ha superato i 2.950 miliardi di euro, pari a circa il 140% del pil. Resta aperto il nodo dell’equivalenza con il regime fiscale statunitense Gilti: in assenza di un riconoscimento formale, le imprese italiane con controllate negli Stati Uniti rischiano una doppia imposizione, con un onere potenziale stimato tra 400 e 600 milioni di euro.

È quanto segnala Unimpresa, secondo cui sul fronte della fiscalità digitale, la Web tax continua a rappresentare un punto di tensione con Washington. L’imposta del 3% sui servizi digitali ha generato circa 380 milioni di euro di gettito nel 2024 e una stima di 400 milioni per il 2025, ma espone l’Italia al rischio di dazi ritorsivi del 25% su circa 2,8 miliardi di euro di export verso gli Stati Uniti, con possibili ricadute sull’indotto manifatturiero e sull’occupazione. Per le pmi, pur non direttamente soggette alla Gmt, gli effetti del nuovo assetto fiscale globale si riflettono sulle filiere produttive, sui mercati esteri e sulle politiche di sostegno.

La Legge di Bilancio 2026 rafforza il meccanismo redistributivo attraverso l’iperammortamento (240 milioni nel 2026, 800 milioni nel 2027 e 1,5 miliardi nel 2028), il credito d’imposta Zes con una dotazione complessiva di 4,05 miliardi fino al 2028, la Nuova Sabatini rifinanziata con 200 milioni nel 2026 e 450 milioni nel 2027, e l’Ires premiale che riduce l’aliquota dal 24% al 20% per le imprese che reinvestono gli utili.

Con il nuovo Codice degli incentivi, in vigore dal 1° gennaio 2026, è inoltre previsto che almeno il 60% delle risorse sia riservato alle pmi e il 25% alle micro e piccole imprese, garantendo un accesso strutturale agli strumenti di sostegno.

«La sfida per il sistema produttivo italiano è trasformare i vincoli della fiscalità globale in leve di crescita, competitività e stabilità per le imprese di minori dimensioni. Nel complesso, l’entrata in vigore della Global minimum tax dal 2026 sancisce il passaggio definitivo a un sistema fiscale integrato a livello globale, in cui le scelte nazionali sono sempre più condizionate da accordi internazionali e dinamiche geopolitiche. Per le PMI italiane la sfida non è tanto quella di fronteggiare nuove imposte dirette, quanto quella di operare in un contesto in cui la competitività dipende dalla capacità dello Stato di trasformare i vincoli fiscali globali in politiche di sostegno efficaci, stabili e accessibili. È su questo equilibrio, tra sovranità limitata e redistribuzione intelligente delle risorse, che si gioca una parte decisiva della tenuta del sistema produttivo italiano nei prossimi anni» dice il consigliere nazionale di Unimpresa, Marco Salustri.

Secondo Unimpresa, l’entrata in vigore dal 1° gennaio 2026 della Global minimum tax, il cosiddetto Pillar 2 dell’accordo Ocse/G20, segna un passaggio strutturale per il sistema fiscale italiano. Per la prima volta in modo pieno e operativo, la tassazione delle imprese non è più definita esclusivamente all’interno dei confini nazionali, ma si inserisce in un perimetro sovranazionale che vincola scelte, margini di manovra e strategie di politica economica. Il principio della Global Minimum Tax è noto: tutte le multinazionali con ricavi consolidati superiori a 750 milioni di euro devono essere soggette a un’aliquota effettiva minima del 15 per cento sui profitti, indipendentemente dal Paese in cui operano. Per l’Italia questo significa l’applicazione di un sistema che coinvolge circa 19.000 entità di gruppi multinazionali presenti sul territorio nazionale, tra filiali di grandi gruppi esteri e controllate estere di imprese italiane, con un gettito stimato tra i 2 e i 3 miliardi di euro l’anno secondo le valutazioni del Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Un nuovo flusso di entrate che si innesta in un contesto di finanza pubblica già fortemente vincolato, con un debito che a fine 2025 ha superato i 2.950 miliardi di euro, pari a circa il 140 per cento del pil. La Global minimum tax diventa quindi non solo uno strumento di equità fiscale internazionale, ma anche una leva rilevante per la sostenibilità dei conti pubblici. Allo stesso tempo, però, apre una serie di nodi che incidono indirettamente sulle piccole e medie imprese, pur non essendo queste ultime soggetti direttamente colpiti dall’imposta. Il primo nodo riguarda il rapporto con il sistema fiscale statunitense e con il regime Gilti. In assenza di un pieno riconoscimento di equivalenza tra i due sistemi, le imprese italiane con controllate negli Stati Uniti rischiano una doppia imposizione. Considerando che la base imponibile globale interessata supera i 200 miliardi di dollari e che l’esposizione italiana è stimata tra il 3 e il 4 per cento, il costo potenziale per i gruppi italiani è compreso tra 400 e 600 milioni di euro. Un onere che si concentra sulle grandi imprese, ma che può riflettersi a valle sulle catene di fornitura e quindi anche sulle PMI che lavorano come subfornitori o partner industriali.

Il secondo grande fronte è quello della fiscalità digitale e della Web tax. L’imposta italiana sui servizi digitali, con aliquota del 3 per cento, ha generato circa 380 milioni di euro di gettito nel 2024 e una stima di circa 400 milioni per il 2025. Oltre l’85 per cento del prelievo grava su grandi gruppi tecnologici statunitensi. Tuttavia, il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riaperto il conflitto commerciale su questo terreno, con la minaccia di dazi ritorsivi del 25 per cento su una lista di prodotti del Made in Italy che nel 2024 valeva circa 2,8 miliardi di euro di export verso gli Stati Uniti. Il confronto numerico è netto: a fronte di 400 milioni di gettito fiscale, il rischio è quello di mettere sotto pressione un volume di esportazioni sette volte superiore, con effetti potenzialmente rilevanti sull’occupazione e sull’indotto manifatturiero, stimato in oltre 300.000 addetti. Anche in questo caso, il tema non riguarda direttamente la tassazione delle pmi, ma incide in modo significativo sui mercati di sbocco, sulla domanda estera e sulla stabilità delle filiere produttive in cui le piccole imprese italiane sono fortemente integrate.

«Emerge con chiarezza come il sistema fiscale sia ormai di fatto internazionale e come le PMI ne subiscano gli effetti soprattutto in modo indiretto. Non attraverso nuove imposte, ma attraverso le conseguenze macroeconomiche e commerciali delle scelte fiscali globali. È per questo che il nodo centrale diventa il meccanismo di redistribuzione delle risorse» osserva Salustri. Le entrate derivanti dalla Global Minimum Tax e, più in generale, dal nuovo assetto fiscale internazionale sono state in parte riallocate verso strumenti di sostegno agli investimenti e alla crescita delle imprese più piccole. La Legge di Bilancio 2026 ha rafforzato l’iperammortamento, con 240 milioni di euro stanziati per il 2026, 800 milioni per il 2027 e 1,5 miliardi per il 2028, favorendo investimenti in macchinari, software, cybersecurity e autoproduzione energetica. Parallelamente, il credito d’imposta ZES per il Mezzogiorno è stato rifinanziato con 4,05 miliardi di euro fino al 2028, con aliquote teoriche fino al 60 per cento per le piccole imprese, anche se l’esperienza del 2025 ha mostrato come l’elevata domanda possa ridurre il beneficio effettivo riconosciuto.

A questi strumenti si affiancano la Nuova Sabatini, rifinanziata con 200 milioni nel 2026 e 450 milioni nel 2027, e l’Ires premiale, che riduce l’aliquota dal 24 al 20 per cento per le imprese che reinvestono gli utili in occupazione e investimenti produttivi. Un elemento di particolare rilievo per le pmi è l’introduzione, nel nuovo Codice degli Incentivi in vigore dal giorno 1 gennaio 2026, di un vincolo strutturale di allocazione delle risorse: almeno il 60 per cento dei fondi deve essere destinato alle pmi e almeno il 25 per cento alle micro e piccole imprese. Tale meccanismo limita il rischio che le grandi imprese assorbano la totalità delle risorse disponibili e garantisce un accesso più equo agli incentivi.

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