Le piccole e medie imprese italiane stanno attraversando una fase di assestamento complessa, ma non priva di segnali incoraggianti. Dopo due anni caratterizzati da forte inflazione, aumento dei costi energetici e rialzo dei tassi di interesse, il 2025 e l’inizio del 2026 mostrano un quadro più sfumato: la pressione sui margini resta elevata, ma il sistema delle PMI dimostra una capacità di adattamento superiore alle attese.
Dal punto di vista del fatturato, molte imprese hanno registrato una crescita nominale, sostenuta in parte dall’adeguamento dei prezzi, ma la crescita reale è risultata più contenuta. I settori legati ai servizi, alla meccanica specializzata, all’agroalimentare di qualità e ad alcune nicchie del manifatturiero hanno tenuto meglio, mentre comparti energivori e attività più esposte alla domanda interna hanno sofferto maggiormente.
Il rallentamento dei consumi delle famiglie, più selettivi e prudenti, ha inciso soprattutto su commercio tradizionale e alcune filiere del made in Italy meno orientate all’export.
Il tema dei margini resta centrale. L’aumento dei costi di finanziamento ha pesato in modo significativo sulle imprese più indebitate e con minore capacità di trasferire i rincari sui prezzi finali. Tuttavia, rispetto al passato, molte PMI hanno avviato un percorso di maggiore attenzione alla struttura finanziaria, riducendo l’indebitamento a breve, allungando le scadenze e rafforzando il capitale. Questo ha permesso di assorbire meglio lo shock dei tassi elevati e di presentarsi in condizioni più solide nel rapporto con il sistema bancario.
Proprio il credito rappresenta uno degli snodi chiave. La domanda di nuovi finanziamenti è rimasta moderata, non tanto per mancanza di investimenti potenziali, quanto per un atteggiamento attendista. Le imprese tendono a rinviare decisioni importanti in attesa di una maggiore visibilità sul quadro macroeconomico e sull’evoluzione dei tassi. Al tempo stesso, cresce l’interesse per strumenti di finanza agevolata, garanzie pubbliche e soluzioni che consentano di ridurre il costo complessivo del capitale.
Sul fronte degli investimenti, le PMI che continuano a muoversi lo fanno in modo molto mirato. Digitalizzazione dei processi, automazione, efficienza energetica e rafforzamento delle competenze restano le priorità. Non si tratta più di investimenti espansivi in senso tradizionale, ma di interventi selettivi per aumentare produttività e resilienza. Anche l’internazionalizzazione, pur rallentata rispetto ai picchi degli anni precedenti, rimane un fattore discriminante tra imprese che crescono e imprese che faticano.
Un altro elemento rilevante è il clima di fiducia. Pur restando su livelli prudenti, la percezione del futuro è meno negativa rispetto a un anno fa. Il rallentamento dell’inflazione e l’aspettativa di una graduale normalizzazione dei tassi stanno contribuendo a migliorare il sentiment, soprattutto tra le imprese più strutturate. Le micro e piccole realtà, invece, restano più esposte alle incertezze e mostrano una maggiore fragilità.
In sintesi, le PMI italiane non sono in crisi generalizzata, ma si muovono su un terreno complesso, fatto di equilibri delicati. Chi ha investito in organizzazione, innovazione e solidità finanziaria sta reggendo l’urto e, in alcuni casi, coglie nuove opportunità. Chi è rimasto più indietro fatica di più. Il 2026 si apre quindi come un anno di transizione: non di forte accelerazione, ma di consolidamento, in cui la capacità di adattamento continua a fare la differenza.

Direttore di Filiale (Retail e Corporate) per oltre 20 anni presso diversi Istituti di Credito. Attualmente Responsabile Commerciale di Hub presso Istituto di Credito di grandi dimensioni.
