Una rapida normalizzazione dei rapporti tra Stati Uniti e Iran produrrebbe effetti economici rilevanti e immediati sull’intero sistema produttivo europeo e italiano. L’area del Golfo Persico resta infatti il principale snodo energetico del pianeta: attraverso lo Stretto di Hormuz transita ogni giorno circa il 20% del petrolio mondiale, pari a oltre 17 milioni di barili, e oltre il 25% del commercio globale di gas naturale liquefatto.
Una riduzione strutturale delle tensioni geopolitiche nell’area potrebbe determinare, secondo le simulazioni del Centro studi di Unimpresa, un calo stabile del prezzo del greggio nell’ordine di 8-12 dollari al barile rispetto agli attuali livelli di rischio, con effetti positivi diretti sui costi energetici delle imprese italiane per circa 4,5 miliardi di euro annui. Per il sistema manifatturiero nazionale, altamente energivoro e fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime, ciò significherebbe un alleggerimento medio dei costi di produzione compreso tra l’1,2% e il 2%, con punte superiori al 3% nei comparti della chimica, della siderurgia, della ceramica e dell’agroindustria.
Sul fronte macroeconomico, la riduzione delle pressioni energetiche contribuirebbe a frenare l’inflazione italiana di circa 0,4-0,6 punti percentuali nell’arco di dodici mesi, rafforzando il potere d’acquisto delle famiglie e migliorando le condizioni per una politica monetaria meno restrittiva da parte della BCE. Anche la bilancia commerciale italiana beneficerebbe della distensione: nel 2025 l’Italia ha importato prodotti energetici per oltre 64 miliardi di euro, e un calo medio del 10% delle quotazioni petrolifere e del gas comporterebbe un risparmio potenziale superiore a 6 miliardi annui sulla bolletta energetica nazionale.
A ciò si aggiungerebbe un effetto positivo sulla fiducia dei mercati finanziari, con una probabile riduzione della volatilità sui titoli sovrani europei e un miglioramento complessivo delle condizioni di finanziamento per Stati e imprese. Il successo dei negoziati rappresenterebbe non solo una svolta diplomatica, ma anche un fattore macroeconomico di primaria importanza per la crescita europea.
«L’auspicabile, necessario avvio dei colloqui tra Stati Uniti e Iran rappresenta un passaggio di importanza strategica che va ben oltre il perimetro della diplomazia bilaterale. Da quelle trattative dipendono oggi non soltanto gli equilibri geopolitici del Medio Oriente, ma anche la stabilità economica internazionale, la sicurezza energetica globale e le prospettive di crescita di imprese e famiglie in Europa e in Italia. Per questo auspichiamo che il confronto di Islamabad possa aprire rapidamente una fase di distensione concreta e duratura. Il Medio Oriente è da decenni uno dei principali epicentri dell’instabilità internazionale: una regione segnata da guerre, tensioni settarie, crisi umanitarie e rivalità strategiche che hanno prodotto costi umani altissimi e continui contraccolpi sull’economia mondiale. Restituire stabilità a quell’area significa non solo prevenire nuove tragedie, ma contribuire a ricostruire un quadro internazionale più ordinato e meno esposto a shock» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.
«Sul piano economico, la posta in gioco è enorme. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre un quarto del commercio globale di gas naturale liquefatto: basta una tensione militare in quell’area per alterare immediatamente prezzi energetici, costi industriali, trasporti e inflazione su scala planetaria. Negli ultimi giorni il mercato ha già mostrato tutta la propria vulnerabilità, con forti oscillazioni delle quotazioni del greggio e un aumento del premio al rischio incorporato nei prezzi dell’energia. Per un Paese manifatturiero ed esportatore come l’Italia, la stabilizzazione del quadrante mediorientale è un interesse economico diretto: significa maggiore prevedibilità per le imprese, minori pressioni sui costi di produzione, più stabilità per le filiere logistiche e un contributo concreto al contenimento dell’inflazione. Ogni punto percentuale di riduzione della volatilità energetica si traduce in un beneficio diffuso per industria, trasporti, famiglie e conti pubblici. Serve dunque responsabilità politica da entrambe le parti. In una fase storica in cui l’economia globale è già sottoposta a forti tensioni commerciali, monetarie e geopolitiche, un ulteriore deterioramento del quadro mediorientale sarebbe un costo che il mondo non può permettersi. La diplomazia, oggi, non è soltanto la strada della pace: è anche la più razionale politica economica possibile» aggiunge Longobardi.
