Unimpresa: l’India vola al 6,5% nel 2026 e nel 2027, la Cina rallenta e l’Europa stenta

L’India si conferma il motore più dinamico dell’economia mondiale con una crescita prevista al 6,5% sia nel 2026 che nel 2027, distanziando nettamente tutti gli altri grandi attori globali. L’economia globale viaggia a due velocità, con la Cina che rallenta: dopo anni di crescita impetuosa, Pechino scende al 4,4% nel 2026 e al 4,0% nel 2027, in una decelerazione strutturale che è cagionata dalle tensioni commerciali internazionali e dalla guerra in Iran oltre che da limiti di un modello di sviluppo fondato sull’export.

È quanto emerge da un paper del Centro studi di Unimpresa, secondo cui gli Stati Uniti si confermano la principale economia avanzata con previsioni del 2,3% nel 2026 e del 2,1% nel 2027, ma con revisioni marginalmente negative. L’area dell’euro si ferma all’1,1% e all’1,2%, con revisioni al ribasso su entrambi gli anni. Il Regno Unito non va oltre lo 0,8% nel 2026 e l’1,3% nel 2027. Il Giappone chiude il quadro con appena lo 0,7% e lo 0,6%, le previsioni più basse tra le economie considerate. Brasile e Russia mostrano una tenuta moderata, rispettivamente al 2% e all’1,1% nel biennio.

La crescita mondiale è attesa al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, con una revisione al ribasso. Il blocco dello Stretto di Hormuz, seguito agli attacchi contro l’Iran di febbraio 2026, ha innescato uno shock energetico globale: petrolio oltre i 100 dollari, rotte commerciali paralizzate, catene di fornitura sotto pressione. Le previsioni di crescita mondiale per il 2026, già riviste al ribasso, potrebbero risultare ancora troppo ottimistiche.

«I dati di previsione parlano chiaro: l’India è l’economia più dinamica del pianeta, con una crescita attesa al 6,5% per i prossimi due anni senza segni di rallentamento. Per l’Italia, questo non è solo un dato macroeconomico da registrare — è un’occasione che non possiamo permetterci di sprecare. Il paradosso è evidente: sul piano globale l’Italia è il quarto paese esportatore al mondo, un risultato che testimonia la forza e la reputazione internazionale del nostro sistema produttivo. Eppure, quando guardiamo all’India — il mercato con le maggiori prospettive di crescita del prossimo decennio — scivoliamo oltre il decimo posto tra i paesi fornitori. È un gap inaccettabile e colmarlo deve diventare una priorità di sistema. Il made in Italy ha tutto ciò che serve per conquistare i consumatori e le imprese indiane: qualità, design, affidabilità, reputazione. Mancano ancora scala, infrastrutture commerciali adeguate e una strategia di presenza coordinata tra imprese, associazioni e istituzioni. Su questo dobbiamo lavorare, insieme e con urgenza. L’obiettivo è portare l’Italia in India dove già siamo nel mondo: tra i primi quattro» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il quadro delle previsioni economiche per il biennio 2026-2027 restituisce un’immagine del mondo a velocità molto differenziate, in cui le gerarchie della crescita si consolidano e le distanze si allargano. Il dato aggregato mondiale — 3,1% nel 2026 e 3,2% nel 2027, con una revisione al ribasso sull’anno prossimo — sintetizza una realtà frammentata, in cui pochi motori tirano e molti arrancano. Lo Stretto di Hormuz è diventato il principale fattore di rischio per le previsioni di crescita globale del biennio 2026-2027. Dopo gli attacchi aerei di Stati Uniti e Israele contro l’Iran del 28 febbraio 2026, Teheran ha bloccato il traffico marittimo nello Stretto, attraverso il quale transita normalmente il 20% del petrolio mondiale. Il greggio Brent ha superato i 100 dollari al barile, le grandi compagnie di navigazione hanno dirottato le rotte via Capo di Buona Speranza e i costi logistici sono esplosi. Le economie del Golfo rischiano contrazioni fino al 14%, la Cina corre ai ripari diversificando le forniture energetiche, l’Europa — già ferma all’1,1% di crescita prevista — non ha margini di tenuta. Con una probabilità stimata del 45% che il conflitto si prolunghi fino all’autunno, le previsioni di crescita globale al 3,1% per il 2026 rischiano di rivelarsi ottimistiche.

L’elemento che più colpisce è la traiettoria dell’India: con un pil atteso al 6,5% sia nel 2026 che nel 2027, e revisioni positive su entrambi gli anni, il paese si conferma il motore più dinamico dell’economia mondiale, distanziando nettamente tutti gli altri grandi attori. Non si tratta di uno scatto momentaneo, ma di una velocità di crociera strutturale che colloca Nuova Delhi in una categoria a sé. Il divario con il resto del mondo non si assottiglia: si allarga.

La Cina, che per decenni ha incarnato il paradigma della crescita impetuosa, offre ora un segnale di raffreddamento progressivo. Le previsioni indicano un 4,4% nel 2026 e un 4,0% nel 2027, con una revisione leggermente negativa per l’anno in corso. Numeri che restano significativi in termini assoluti, ma che testimoniano una decelerazione strutturale ormai consolidata. Il modello di crescita cinese, fondato sull’export e sull’investimento, mostra i propri limiti in un contesto di domanda globale incerta e di tensioni commerciali crescenti.

Gli Stati Uniti mantengono un passo relativamente sostenuto — 2,3% nel 2026 e 2,1% nel 2027 — confermandosi la principale economia avanzata in termini di dinamismo. Tuttavia, anche le aspettative sul mercato americano tendono a ridimensionarsi leggermente, con revisioni marginalmente negative, segnale che l’eccezionalismo statunitense ha i suoi limiti in un contesto di incertezza commerciale e tensioni sui tassi.

Il Brasile si colloca su un sentiero di crescita moderata ma relativamente stabile: 1,9% nel 2026 e 2,0% nel 2027. Le revisioni sono miste — leggermente positive per il 2026, negative per il 2027 — e riflettono un’economia che cresce senza entusiasmare, in equilibrio tra le opportunità offerte dalla transizione energetica globale e le fragilità strutturali interne.

La Russia, nonostante le sanzioni e l’isolamento parziale dai mercati occidentali, mantiene previsioni di crescita dell’1,1% per entrambi gli anni, con revisioni positive. Un dato che sorprende per la sua tenuta, ma che va letto alla luce di una economia di guerra che ha trovato nuovi sbocchi commerciali a est e che beneficia ancora dei proventi energetici.

L’area dell’euro si attesta su previsioni di crescita dell’1,1% nel 2026 e dell’1,2% nel 2027, con revisioni negative su entrambi gli anni. Una dinamica che riflette la fragilità della domanda interna europea, la pressione competitiva sui settori manifatturieri e la difficoltà di agganciare una ripresa convincente in un contesto di politica monetaria ancora restrittiva. Il Vecchio Continente cresce, ma lo fa a passo d’uomo.

Il Regno Unito si muove ai margini della stagnazione: 0,8% nel 2026 e 1,3% nel 2027, con revisioni negative su entrambi gli anni. La Brexit continua a pesare sulla competitività del paese, e le prospettive di accelerazione restano condizionate da una domanda interna compressa e da una produttività che fatica a decollare.

Il Giappone chiude il quadro con le previsioni più basse tra le economie considerate: 0,7% nel 2026 e 0,6% nel 2027, sostanzialmente invariate rispetto alle stime precedenti. Un’economia che da decenni convive con la crescita zero, stretta tra deflazione strutturale, invecchiamento demografico e una domanda interna cronicamente debole. Il lieve rimbalzo atteso non cambia la sostanza di un paese che cresce, quando cresce, per inerzia.