Petrolio a 102 dollari, gas su del 50%: la guerra in Medio Oriente rimette in moto l’inflazione

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Le stime OCSE tagliano la crescita dell’Eurozona allo 0,8%. L’Italia cresce ma perde fiducia: i consumatori ai minimi da due anni

Il 28 febbraio 2026 Israele e Stati Uniti hanno attaccato obiettivi in Iran. Nel giro di poche settimane, il barile di Brent è passato dai 70 dollari di febbraio ai 102 di marzo, un rialzo del 44% in trenta giorni. Il gas ha fatto peggio: +49,6%, a 52,5 euro per MWh. Per ritrovare prezzi simili occorre tornare al 2022, quando la guerra in Ucraina aveva mandato i mercati energetici in tilt.

L’effetto sull’economia globale è immediato. L’OCSE ha rivisto le sue previsioni il 26 marzo: la crescita dell’Eurozona scende allo 0,8% nel 2026, quattro decimi in meno rispetto a quanto stimato a dicembre. L’inflazione nell’area euro è attesa al 2,6%, sette decimi in più. Negli Stati Uniti, dove la spinta tecnologica tiene il PIL al 2%, il problema è opposto: l’inflazione schizza al 4,2%, un punto e due in più rispetto alle stime pre-conflitto.

Le banche centrali per ora non si muovono. La BCE ha confermato il tasso sui depositi al 2% nella riunione di marzo, la Fed tiene fermi i suoi. L’attesa è quella di capire se il rincaro dell’energia modifica le aspettative di inflazione nel medio periodo prima di alzare di nuovo il costo del denaro. Il rischio stagflazione, soprattutto negli Stati Uniti, è tornato nei ragionamenti degli analisti.


Il blocco di Hormuz non ha soluzioni rapide

Lo Stretto di Hormuz trasporta circa il 20% delle forniture mondiali di petrolio e gas. Dalla chiusura del passaggio, alcuni Paesi del Golfo stanno dirottando i flussi sulle infrastrutture alternative: la East-West Pipeline saudita (fino a 7 milioni di barili al giorno) e l’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline degli Emirati (1,8 milioni). Ma sommando tutto il reindirizzabile si ottiene circa 2,6 milioni di barili al giorno. Ne mancano 17 per pareggiare i volumi che passavano da Hormuz nel primo trimestre 2025. Nessuna infrastruttura esistente può colmare quel vuoto in tempi brevi.

Il WTO ha già rivisto le previsioni sul commercio mondiale di beni per il 2026: +1,4% invece del +1,9% stimato prima degli attacchi all’Iran. Il Geopolitical Risk Index è salito da 168 a 297 tra gennaio e marzo 2026, un livello che non si vedeva dai giorni dell’invasione russa dell’Ucraina.


L’Italia cresce, ma meno di quanto sperato

Il PIL italiano ha chiuso il quarto trimestre del 2025 con un +0,3% congiunturale e un +0,8% tendenziale. Per l’intero 2025, la crescita reale si è fermata allo 0,5%. Non è una brutta notizia in assoluto, ma le previsioni per il 2026 si sono già deteriorate dopo l’inizio del conflitto: l’OCSE stima ora un +0,4% (due decimi in meno rispetto a dicembre), Banca d’Italia e Confindustria convergono sullo 0,5%.

La domanda interna tiene: nel quarto trimestre ha contribuito per +0,3 punti percentuali alla crescita del PIL. La domanda estera ha sottratto invece 0,7 punti, con esportazioni in calo del 1,2% e importazioni in crescita dell’1%. A gennaio 2026 l’export ha ceduto ancora dello 0,1% su base mensile e del 4,6% su base annua. I mercati che pesano di più sulla flessione sono il Regno Unito (-12,3% tendenziale), la Francia (-7,5%) e gli Stati Uniti (-6,7%).

Sul fronte della finanza pubblica, Istat ha corretto al rialzo i dati 2025: l’indebitamento netto è all’3,1% del PIL invece del 3% previsto nel Documento Programmatico, il debito pubblico sale al 137,1% (era atteso al 136,2%). La pressione fiscale si attesta al 43,1%. Le agenzie di rating restano però positive: S&P ha alzato l’outlook a positivo confermando BBB+, Fitch e Moody’s hanno confermato i giudizi assegnati l’anno scorso.


I consumatori smettono di fidarsi

L’indice di fiducia dei consumatori è crollato da 97,4 a 92,6 tra febbraio e marzo 2026. Il calo più marcato riguarda le aspettative sull’economia nazionale: il clima economico futuro è passato da 93,1 a 85,3. Le famiglie si aspettano tempi peggiori e si preparano di conseguenza, anche se per ora i consumi reggono (+0,1% congiunturale nel quarto trimestre 2025).

Il reddito disponibile lordo ha però perso lo 0,4% nell’ultimo trimestre dell’anno, il potere d’acquisto è sceso dello 0,8%. La propensione al risparmio è scivolata al 7,8%, il tasso di investimento delle famiglie è salito al 6,5%, trascinato dagli investimenti in abitazioni (+7,1% congiunturale), unica categoria in forte crescita tra le voci degli investimenti fissi.

L’inflazione di marzo ha segnato +1,7% annuo (era +1,5% a febbraio), con i prezzi dell’energia regolamentata che hanno quasi azzerato il calo tendenziale precedente, passando da -11,6% a -1,3%. Al netto dell’energia, l’inflazione di fondo è invece scesa al 1,9%.


Industria ferma, servizi in difficoltà

La produzione industriale a gennaio ha segnato -0,6% sia su base mensile che annua. Calano beni di consumo, beni intermedi e beni strumentali. Cresce solo l’energia (+4,5% mensile, +10% annuo). Fuori dal comparto energetico, spiccano in positivo solo la fabbricazione di mezzi di trasporto (+7,1%) e le attività estrattive (+3,4%).

Il PMI manifatturiero italiano ha raggiunto 51,3 a marzo, confermando l’espansione. Il PMI terziario invece è sceso a 48,8, interrompendo quindici mesi consecutivi di crescita. La fiducia delle imprese è rimasta sostanzialmente stabile a 97,3, ma nel commercio al dettaglio l’indice è crollato da 104,9 a 100,6.

A febbraio gli occupati sono scesi di 29mila unità su base mensile, a quota 24 milioni 149mila. Il tasso di disoccupazione è salito al 5,3%. La flessione ha colpito soprattutto gli uomini (-58mila), i dipendenti (-39mila) e la fascia 25-49 anni (-95mila). In controtendenza le donne (+29mila), gli autonomi (+10mila) e gli over 50 (+57mila).

I CEO italiani, almeno prima del conflitto, guardavano al 2026 con ottimismo: il 49% dei partecipanti alla Global CEO Survey di PwC prevedeva una crescita dell’economia nazionale nei prossimi dodici mesi, contro il 43% del 2025 e il 26% del 2024. Il 35% si dichiarava fiducioso su un aumento del fatturato aziendale nel breve periodo. Quei dati risalgono però all’inverno, prima che il Medio Oriente rimescolasse le carte.