Unimpresa: conti pubblici, avanzo primario quadruplica da 17,8 a 59,7 miliardi entro 2029

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L’avanzo primario dell’Italia è destinato quasi a quadruplicarsi nell’arco di cinque anni, passando da 17,8 miliardi nel 2025 a 59,7 miliardi nel 2029, mentre il deficit scenderà dal 3,1% al 2,1% del Pil senza aumenti strutturali della pressione fiscale.

È quanto emerge da un’analisi del Centro studi di Unimpresa, che delinea, sulla base dell’ultimo Documento di finanza pubblica, una traiettoria di consolidamento dei conti pubblici graduale ma strutturale, costruita attraverso il contenimento della spesa e la crescita nominale dell’economia.

Il saldo primario migliorerà di 1,6 punti di Pil nel quinquennio, passando dallo 0,8% al 2,4%, mentre l’indebitamento netto si ridurrà da -69,4 miliardi nel 2025 a -51,9 miliardi nel 2029. Parallelamente, il Pil nominale salirà da 2.258 miliardi a 2.497 miliardi, con una crescita media annua compresa tra il 2,4% e il 2,6%, contribuendo ad alleggerire il peso relativo del debito pubblico e della spesa statale.

La pressione fiscale resterà sostanzialmente invariata per tutto l’orizzonte previsivo: 43,1% nel 2025, 42,9% nel 2026, 43,2% nel 2027, 43,0% nel 2028 e 43,1% nel 2029. Il dato più significativo è proprio l’assenza di nuove strette fiscali: il riequilibrio dei conti avviene sul lato della spesa, non attraverso l’aumento del carico tributario su famiglie e imprese.

Le entrate tributarie cresceranno in modo regolare da 666,6 miliardi a 734,2 miliardi, con incrementi coerenti con l’andamento del Pil nominale, mentre il saldo di parte corrente resterà positivo lungo tutto il quinquennio, passando da 48,8 miliardi a 53,9 miliardi.

Le entrate correnti saliranno da 1.070,2 miliardi a 1.184,7 miliardi, mantenendosi stabilmente superiori alle spese correnti.

La spesa finale della pubblica amministrazione, pur aumentando in termini assoluti da 1.155,3 miliardi a 1.245,4 miliardi, diminuirà dal 51,2% al 49,9% del Pil. È la dimostrazione di una spesa pubblica che cresce meno dell’economia, elemento fondamentale per ottenere un consolidamento non recessivo. In crescita anche i redditi da lavoro dipendente, da 203,8 miliardi a 218,8 miliardi, e i contributi sociali, da 305,9 miliardi a 342,7 miliardi, segnale di una base occupazionale e contributiva giudicata «solida e stabile».

Le spese in conto capitale, dopo il picco legato al Pnrr, scenderanno invece da 133,9 miliardi a 114,6 miliardi, con un’incidenza sul Pil in calo dal 5,9% al 4,6%.

«Abbiamo, grazie al governo di Giorgia Meloni, un percorso di normalizzazione dei conti pubblici fondato su crescita, disciplina di bilancio e maggiore efficienza della spesa, senza ricorrere a manovre straordinarie o correttive aggressive. «I numeri indicano una traiettoria di consolidamento credibile, graduale e finalmente strutturale dei conti pubblici italiani. Il forte aumento dell’avanzo primario, che passa da 17,8 miliardi a quasi 60 miliardi nel giro di cinque anni, rappresenta un segnale importante di affidabilità finanziaria del Paese sui mercati internazionali e nei confronti delle istituzioni europee. Ancora più rilevante è il fatto che questo percorso avvenga senza nuove strette fiscali su famiglie e imprese, ma attraverso una dinamica della spesa più ordinata e coerente con la crescita dell’economia. La riduzione progressiva del deficit, la stabilità della pressione fiscale e la crescita costante del Pil nominale delineano un quadro di maggiore equilibrio rispetto al passato. È una condizione che consente all’Italia di affrontare una fase internazionale ancora complessa e instabile con basi più solide rispetto a precedenti stagioni di crisi. Naturalmente, la prudenza resta necessaria, soprattutto in presenza di tensioni geopolitiche e rallentamenti del commercio globale, ma la direzione indicata dal Dfp appare positiva: consolidare i conti senza deprimere crescita, consumi e investimenti è la strada più utile per rafforzare la fiducia e sostenere lo sviluppo del sistema produttivo» commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, il Documento di Finanza Pubblica 2026 fotografa un’economia che consolida lentamente i propri fondamentali fiscali senza ricorrere a manovre restrittive straordinarie. Il quadro tendenziale — che per definizione sconta le politiche già in vigore, senza interventi aggiuntivi — restituisce un profilo coerente di aggiustamento: avanzo primario in forte espansione, indebitamento netto in discesa costante, pressione fiscale invariata, spesa pubblica che cresce meno del Pil. Non si tratta di un risultato eclatante, ma di qualcosa di più raro e più utile: una direzione chiara, mantenuta nel tempo.

  1. Saldo primario in netto miglioramento. È l’indicatore chiave del consolidamento fiscale. Passa da 17,8 miliardi nel 2025 a 59,7 miliardi nel 2029, quasi quadruplicandosi nell’arco del quinquennio. In rapporto al PIL, il miglioramento è di 1,6 punti percentuali: dallo 0,8% al 2,4%. Un avanzo primario crescente significa che lo Stato incassa più di quanto spende al netto degli interessi sul debito: è la condizione necessaria — anche se non sufficiente — per stabilizzare e poi ridurre il peso del debito pubblico in rapporto all’economia.
  1. Indebitamento netto in riduzione costante. Il deficit scende da -69,4 miliardi a -51,9 miliardi, portando l’indebitamento netto dal -3,1% al -2,1% del Pil. Il percorso è graduale ma continuo, e colloca l’Italia su una rotta compatibile con le regole del nuovo Patto di Stabilità europeo, che richiede un rientro sostenuto e verificabile nel tempo.
  1. Pressione fiscale stabile. Rimane sostanzialmente invariata per tutto il quinquennio, oscillando in un intervallo ristretto: 43,1% nel 2025, 42,9% nel 2026, 43,2% nel 2027, 43,0% nel 2028, 43,1% nel 2029. Il dato è rilevante per ciò che esclude: nessuna stretta fiscale aggiuntiva, nessun incremento strutturale del carico su famiglie e imprese. Il consolidamento avviene sul lato della dinamica della spesa, non attraverso nuove entrate.
  1. Saldo di parte corrente positivo e in crescita. Il saldo di parte corrente si mantiene positivo per l’intero orizzonte di previsione, passando da 48,8 miliardi nel 2025 a 53,9 miliardi nel 2029, con un’incidenza sul PIL stabile attorno al 2,2%. Le entrate correnti — pari a 1.070,2 miliardi nel 2025 e 1.184,7 miliardi nel 2029 — coprono stabilmente le spese correnti per tutto il periodo, riducendo la vulnerabilità dei conti pubblici a shock esterni.
  1. Entrate tributarie in crescita moderata e regolare. Aumentano da 666,6 miliardi nel 2025 a 734,2 miliardi nel 2029, con variazioni annue comprese tra l’1,7% e il 3,2%, allineate all’andamento del PIL nominale. Una progressione ordinata che segnala un gettito in recupero fisiologico, senza inasprimenti impositivi straordinari.
  1. Pil nominale in espansione continua. Cresce da 2.258,0 miliardi nel 2025 a 2.497,3 miliardi nel 2029, con variazioni annue tra il 2,4% e il 2,6%. La crescita del denominatore è un fattore silenzioso ma decisivo: alleggerisce automaticamente il peso relativo del debito e delle spese pubbliche, rendendo più sostenibile la traiettoria fiscale anche in assenza di interventi correttivi aggressivi.
  2. Spese finali in calo in rapporto al Pil. Il totale delle spese finali, pur crescendo in valore assoluto da 1.155,3 miliardi nel 2025 a 1.245,4 miliardi nel 2029, scende dal 51,2% al 49,9% del PIL: quasi un punto e mezzo di riduzione nel quinquennio. È la fotografia di una spesa pubblica che si espande meno dell’economia, condizione necessaria per un aggiustamento fiscale non recessivo.
  1. Redditi da lavoro dipendente in crescita regolare. Salgono da 203,8 miliardi nel 2025 a 218,8 miliardi nel 2029, con variazioni annue comprese tra l’1,2% e il 3,2%. In rapporto al PIL, la voce rimane stabile attorno all’8,8-9,0% per tutto il periodo. Una dinamica salariale positiva e non inflazionistica, che rafforza la base fiscale senza aggravare strutturalmente il costo del lavoro pubblico in rapporto all’economia.
  1. Contributi sociali in crescita sostenuta. Aumentano da 305,9 miliardi nel 2025 a 342,7 miliardi nel 2029, con variazioni annue costanti attorno al 2,8-3,0% e un’incidenza sul PIL che si mantiene stabile tra il 13,5% e il 13,7%. Una base contributiva in espansione regolare segnala un mercato del lavoro solido e sostiene la tenuta strutturale del sistema previdenziale nel medio periodo.
  1. Spese in conto capitale in razionalizzazione. Scendono da 133,9 miliardi nel 2025 a 114,6 miliardi nel 2029, portando la loro incidenza dal 5,9% al 4,6% del PIL. Dopo il picco degli investimenti legati al PNRR, la riduzione controllata della spesa in conto capitale — con variazioni che passano da +13,6% nel 2025 a -2,9% nel 2029 — contribuisce al riequilibrio dei conti senza comprimere la componente corrente.