Micro e piccole imprese, rischio climatico e protezione assicurativa: una sfida prima di tutto culturale

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Negli ultimi anni, gli effetti sempre più tangibili del cambiamento climatico hanno reso gli eventi meteorologici estremi una componente sempre più rilevante del contesto in cui operano le imprese. Piogge intense, alluvioni e fenomeni franosi alimentati da precipitazioni eccezionali non rappresentano più eventi del tutto straordinari, ma fattori di rischio con cui il sistema produttivo è chiamato a confrontarsi con crescente frequenza. I dati parlano chiaro[1], quasi un quinto del territorio nazionale (19,2%) ricade nelle aree a maggiore pericolosità per frane e alluvioni. A essere coinvolti non sono solo edifici residenziali e infrastrutture pubbliche, ma anche le imprese, con il rischio concreto di compromettere la continuità operativa nei territori maggiormente esposti.

In questo scenario, la questione riguarda sempre più la capacità dei territori e delle imprese di prepararsi a eventi estremi la cui frequenza e intensità stanno aumentando in molte aree del Paese, insieme ai relativi impatti economici e sociali. Una dinamica che interessa in particolar modo le PMI, che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo italiano e contribuiscono in misura determinante alla creazione di valore, occupazione e competitività del Paese[2]. Queste, infatti, affrontano una maggiore probabilità di uscire dal mercato o di subire pesanti contraccolpi sui ricavi e sull’occupazione, ripercussioni ancora più sfidanti per le aziende situate in aree rurali o suburbane, specialmente in quelle zone in cui il rischio di eventi estremi era ex-ante considerato minore.

Eppure, di fronte a questa esposizione crescente, la risposta assicurativa resta ancora parziale e frammentata. In Italia le imprese ricorrono poco alle polizze, scontando un quadro di sottoassicurazione ormai strutturale, specie nel segmento delle microimprese. Nonostante l’Italia sia tra le nazioni mediterranee più esposte agli impatti fisici del cambiamento climatico, il mercato domestico delle assicurazioni nel ramo danni risulta significativamente meno sviluppato rispetto agli standard internazionali: nel 2021, l’incidenza dei premi sul PIL era appena dell’1,9%, a fronte di una media OCSE del 4,9%[3]. Questa distanza non è solo numerica: riflette un diverso modo di interpretare il rischio e di attribuire valore agli strumenti di protezione.

Si delinea così un vero e proprio paradosso: sono proprio le imprese più piccole — e quindi più vulnerabili agli shock — quelle che si assicurano meno. Pur essendo prive della solidità patrimoniale, della diversificazione e delle strutture di risk management tipiche delle grandi aziende, molte PMI percepiscono ancora le coperture assicurative come un costo accessorio più che come uno strumento di protezione. Il risultato è una fragilità amplificata: un imprevisto può avere per una piccola impresa conseguenze gravi, fino a comprometterne la continuità operativa[4]. Per molte realtà di piccole dimensioni, anche pochi giorni di fermo possono tradursi in ordini persi, difficoltà di liquidità e clienti difficili da recuperare. Un divario che si accentua ulteriormente per le imprese localizzate al Sud Italia e nelle Isole.

Questo vuoto di protezione non è dettato esclusivamente dal costo dei premi assicurativi o da un’inadeguata informazione e formazione assicurativa, ma è profondamente radicato in specifiche “frizioni” culturali e psicologiche dal lato della domanda. Al management, difatti, manca spesso una solida cultura assicurativa, che porta a sottostimare di gran lunga il valore potenziale dello strumento a difesa dell’impresa. A peggiorare il quadro di vulnerabilità contribuisce il fatto che gli imprenditori tendono a riporre troppe aspettative negli interventi di risarcimento da parte del settore pubblico ex-post in caso di disastro. Questo può contribuire a generare il cosiddetto “moral hazard”, disincentivando ulteriormente la stipula di adeguate coperture private fin dal principio. A tutto ciò bisogna aggiungere che le coperture contro le calamità naturali (Cat Nat), che comprendono sia eventi di origine geologica, come i terremoti, sia eventi idrogeologici quali alluvioni e frane, pongono un problema di sostenibilità finanziaria anche per le compagnie assicurative. Di fronte a scenari ad alta distruttività, in assenza di un robusto intervento di garanzia da parte del settore pubblico, gli assicuratori tendono fisiologicamente a non voler assumere tali rischi o a farlo imponendo premi molto elevati, spesso inaccessibili per i bilanci di una microimpresa[5].

Si crea così un circolo vizioso: laddove il rischio climatico è maggiore e le imprese dovrebbero assicurarsi di più, la combinazione tra costi percepiti elevati, bassa cultura assicurativa e aspettative di intervento pubblico produce una copertura minore. La vulnerabilità non è dunque solo “fisica” o territoriale, ma è il risultato di pratiche e rappresentazioni sociali del rischio sedimentate nel tempo. L’approccio alla gestione del rischio si conferma ancora prevalentemente reattivo anziché preventivo: le imprese tendono a proteggersi soprattutto quando sono esposte a rischi già noti o dopo aver subito danni nel recente passato, mentre gli impatti potenziali legati ai cambiamenti climatici futuri non sono ancora percepiti come un fattore determinante nelle scelte gestionali.

Per colmare questo divario è necessario intervenire su più livelli: semplificare i prodotti, lavorare sulla narrazione del rischio, affiancare gli imprenditori nella comprensione delle proprie esposizioni e accompagnarli nel passaggio da una logica emergenziale a una logica di pianificazione. Rendere le polizze più modulari, semplici da attivare e calibrate sulle caratteristiche specifiche dei territori e delle attività produttive rappresenta oggi una condizione essenziale per rafforzare la resilienza del tessuto imprenditoriale italiano. È proprio in questo contesto che innovazione digitale e modelli insurtech possono contribuire a ridurre il divario di protezione, rendendo la copertura assicurativa più comprensibile, flessibile e accessibile anche per le esigenze delle realtà più piccole.

È in questo orizzonte che si colloca il dibattito sull’obbligo di copertura assicurativa contro le calamità naturali per le imprese. Pur riguardando rischi di natura diversa – dagli eventi meteorologici estremi ai terremoti – questo intervento normativo contribuisce a rafforzare la cultura della prevenzione e della gestione del rischio all’interno del sistema produttivo. I primi riscontri del mercato sono incoraggianti: il secondo report dell’IVASS[6], che ha analizzato 41 polizze offerte da 38 compagnie, evidenzia che tutte risultano conformi ai requisiti di legge e che il 95% delle coperture offre prestazioni aggiuntive rispetto ai minimi normativi, come il rimborso delle spese di salvataggio, degli onorari di periti e tecnici o dei costi di demolizione e sgombero. Allo stesso tempo, l’Autorità richiama l’attenzione sulla necessità di rendere le condizioni contrattuali ancora più chiare e trasparenti, affinché soprattutto micro e piccole imprese possano comprendere pienamente l’estensione delle garanzie e scegliere le coperture più adatte alle proprie esigenze. Più che un semplice adempimento normativo, si tratta quindi di accompagnare le imprese in un percorso di maggiore consapevolezza, perché in un contesto caratterizzato da rischi climatici e geologici sempre più frequenti la capacità di proteggersi rappresenta un elemento decisivo di continuità operativa e competitività.

[1]https://www.isprambiente.gov.it/files2025/pubblicazioni/rapporti/rapporto_ispra_dissesto_idrogeologico_ed2024_web.pdf

[2] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/note-stabilita/2024-0037/Note-di-stabilita-finanziaria-e-vigilanza-n-37-ITA.pdf

[3] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0830/QEF_830_24.pdf

[4] ibidem

[5] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/qef/2024-0830/QEF_830_24.pdf

[6] https://www.ivass.it/consumatori/azioni-tutela/indagini-tematiche/documenti/2026/IVASS_Secondo_Report_analisi_polizze_con_rischi_catastrofali_Giugno_2026.pdf