A Bologna l’Opificio Golinelli: un investimento per il futuro di tutti

 A Bologna l’Opificio Golinelli: un investimento per il futuro di tutti

Antonio Danieli, Direttore Generale della Fondazione Golinelli

L’Opificio Golinelli è un centro per la conoscenza e la cultura che sarà inaugurato a Bologna il 3 ottobre 2015. A darne vita è stata la Fondazione Golinelli, impegnata da sempre nella diffusione dell’arte, della scienza, dell’innovazione e della tecnica verso coloro che sono maggiormente ricettivi e aperti ai cambiamenti. La location dell’Opificio è molto vasta ed è situata nell’area della Società Fonderie Sabiem. È stato un intervento di recupero e riqualificazione del patrimonio industriale abbandonato che, in fondazione indicano di “rigenerazione umana” con circa 9000 metri quadrati e un investimento di 12 milioni di euro, dà vita a una iniziativa finalizzata alla crescita e alo sviluppo degli individui. In circa 15 anni di attività la Fondazione Golinelli – che nasce nel 1998 come fondazione filantropica sul modello americano – ha coinvolto 1 milione di persone; con questa iniziativa si prefigge di raggiungere il traguardo di 150.000 visite all’anno. L’idea è quella di favorire un mondo sostenibile, dando delle possibilità alle generazioni più giovani, creando occupazione e ricchezza e profitto realizzato come uno scopo nobile che può condurre in modo sostenibile a creare valore, lavoro e benessere come motore di sviluppo.

Le iniziative sono plurime: Scienza in pratica, la Scuola delle idee, Scienza in Piazza, Educare a Educare, Arte, Scienza e Conoscenza, nonché il Giardino delle imprese con una specifica attenzione allo sviluppo imprenditoriale e alle idee “giovani” come acceleratore e fucina nella realizzazione delle aspirazioni, valorizzazione delle idee, allenamento della capacità e della curiosità; in particolare, ha lo scopo di fornire ai giovani che vogliono accostarsi all’imprenditorialità, strumenti operativi, spazi specifici di sperimentazione. Tutto deve trovare una forte relazione nella combinazione tra sapere e saper fare e nello sviluppo del saper essere in un contesto sostenibile per l’uomo tra arte, scienza e conoscenza.

Questo progetto si inserisce in una rete molto ampia di connessioni a livello nazionale e internazionale con oltre 100 partner.

L’idea dell’Opificio nasce da Marino Golinelli persona dai valori forti di etica del lavoro, studio e responsabilità sociale e civile.

Di seguito si propone una intervista ad Antonio Danieli, Direttore Generale della Fondazione Golinelli, che ringrazio per la disponibilità e cortesia e per il tempo che ha dedicato.

Cosa rappresenta per voi l’Opificio Golinelli? Come è nata l’idea di questo progetto?

«Opificio Golinelli rappresenta un nuovo punto di partenza per la Fondazione Golinelli che, dopo 27 anni di vita, continua a guardare al futuro con programmi operativi e pluriennali, come dice il presidente e fondatore Marino Golinelli. Con l’Opificio si è realizzato il suo sogno di investire nel futuro di tutti: un’iniziativa concreta per prepararsi a vivere in un mondo diverso, globale, complesso, imprevedibile. Un luogo fisico dove i ragazzi si costruiscono un bagaglio di valori etici del lavoro, dello studio, della responsabilità sociale e civile, annullando i timori del futuro. Una realizzazione visionaria, uno spazio di ricerca e sperimentazione per imparare ad affrontare in modo consapevole il perché della vita. L’Opificio ha dato una risposta alle necessità di accogliere in una unica sede le principali attività progettuali permanenti della Fondazione: Scuola delle idee, Scienza in pratica, Educare a educare, Giardino delle imprese, Arte, scienza e conoscenza, Scienza in piazza. Ma l’iniziativa è utile anche per declinare concretamente gli elementi caratterizzanti dell’operare futuro della Fondazione stessa: l’Opificio è stato infatti creato per essere una cittadella del sapere e della conoscenza, un acceleratore della società verso il futuro; è destinato ad accogliere tra le 100 e le 150.000 visite all’anno di studenti, genitori, insegnanti, artisti, scienziati, imprenditori e uomini di cultura».

In che modo si deve e si può coltivare il Giardino delle imprese?

«Il Giardino delle imprese è una scuola informale di educazione all’imprenditorialità, intesa come paradigma di un nuovo stile di vita per tutti i ragazzi e le ragazze. L’imprenditorialità può essere una risposta importate alla disoccupazione giovanile nel nostro Paese. Cosa chiede oggi il mondo del lavoro? Scuola e università, e in generale tutti i percorsi educativi e formativi formali (pubblici e privati), come preparano i ragazzi e le ragazze alla vita lavorativa e professionale in una società sempre più complessa, aperta e multiculturale? Ciò che viene trasmesso oggi è necessario e sufficiente? Su che base i ragazzi e le ragazze sono selezionati dalle imprese quando si apprestano ad affrontare il mondo del lavoro? Quali sono le caratteristiche principali che vengono ricercate per i futuri leader, per gli imprenditori e per le persone con responsabilità all’interno delle organizzazioni? Scuola e università trasmettono quanto serve? Se la risposta è no, è davvero un compito solo loro? Chi altro può fornire tutti gli elementi necessari? Il sistema educativo e formativo formale italiano non è oggi pronto e non è in grado di stimolare una serie di capacità già ora imprescindibili per i nostri giovani. D’altro canto anche l’ammirato modello dell’apprendistato tedesco (età 14-17), che prevede per tre anni la presenza attiva dello studente per il 50% del tempo in classe e per il 50% in azienda, non è efficace ai fini dell’imprenditorialità, poiché non è orientato a quell’obiettivo, ma punta a un’occupazione reale in mestieri utili per le imprese. Tantomeno sono orientati alla logica dell’imprenditorialità gli stage o l’alternanza scuola – lavoro all’italiana. Ma l’imperativo di oggi è quello di “coltivare” giovani che sappiano guardare alla vita in modo proattivo, capaci di costruire il proprio futuro, e non di subirlo. Giovani in grado di occuparsi e che sappiano farlo assecondando e cimentandosi secondo le proprie “libere” aspirazioni, in grado di creare sempre nuove professioni che ancora oggi non esistono o non si conoscono: questa deve essere la vera rivoluzione del paradigma educativo e formativo e in questa direzione va il Giardino delle imprese attraverso esperimenti concreti d’imprenditorialità e percorsi di accelerazione».

L’ottica/visione di Opificio Golinelli rafforza la consapevolezza di un mondo imprenditoriale migliore e più capace? Quali sono gli strumenti che vengono suggeriti?

«Oggi non sono più sufficienti una adeguata preparazione tecnica di base, un buon livello di scolarizzazione e buoni voti. È invece fondamentale in un percorso educativo e formativo di eccellenza prevedere l’insegnamento, o meglio lo stimolo, delle cosiddetti soft skill, cioè le competenze più distintive dell’“essere persona” tout court, e delle capability, cioè capacità individuali specifiche, propensioni, attitudini e talenti intellettivi, comportamentali e caratteriali, che ogni individuo si può giocare negli ambiti più diversi. Queste competenze e capacità sono quelle distintive del mondo imprenditoriale migliore e più capace, a parità di strumenti tecnici. Ecco allora l’obiettivo di Opificio Golinelli: stimolare e favorire nei giovani lo sviluppo di queste capacità indispensabili per affrontare la complessità e l’imprevedibilità del futuro in un mondo globale e multiculturale: responsabilità, etica dello studio e del lavoro, spirito critico, immaginazione, curiosità, passione, leadership, autonomia, problem solving, decision making, critical thinking team work, team building, comunicazione, entrepeneurship, flessibilità, saper fare e sperimentare, saper sbagliare e imparare, sapersi riconvertire ecc.».

In che modo rispetto all’esperienza di Marino Golinelli, si può tenere la speranza accesa su milioni di giovanissimi e farli sentire speranzosi verso un futuro migliore?

«Marino Golinelli, per responsabilità sociale e civile, ha deciso un certo punto del suo percorso di redistribuire alla società parte della fortuna avuta come imprenditore. Questa decisione si è accompagnata a una visione: educazione e cultura, attraverso coesione e innovazione, sono alla base dello sviluppo sostenibile della società. “Restituire alla società” per Golinelli ha avuto dunque il significato di “investire” sue risorse personali per il nostro paese. Ha scelto di “restituire” pre-distribuendo, ritenendo che sia ancor più efficace che re-distribuire. In questo senso la creazione della Fondazione, che porta il suo nome, operante tuttora nel settore dell’educazione, della formazione e della cultura, ha come principale obiettivo quello di trasmettere know-how ai giovani perché questo è un profitto che viene generato per la collettività. Investire in programmi educativi innovativi rivolti ai giovani e giovanissimi, quando la loro capacità di apprendimento è massima, significa insegnare da subito alle persone a usare le loro facoltà intellettive nel momento in cui sono più recettive all’insegnamento. Una azione così impostata, se sistemica, potrebbe spostare il baricentro anche economico dal welfare classico “sanitario-assistenziale”, che costa di più ed è meno efficace, a un welfare dinamico “preventivo” e orientato maggiormente allo sviluppo. Un welfare in cui educazione e cultura sono parti integranti e principali del sistema. L’Opificio Golinelli sarà dunque un acceleratore verso la società del 2065; sarà un luogo dell’“apprendere facendo”, con uno sguardo al futuro, al non conosciuto, ma con il bagaglio millenario delle nostra storia e cultura, per supportare la metamorfosi necessaria di una idea di sviluppo della nostra società oltre il concetto stesso di sostenibilità. La Fondazione vuole infatti aiutare i giovani, dando loro fiducia, sia per quanto riguarda l’occupazione e il lavoro sia per quanto concerne il maturare di principi quale la libertà, la democrazia e la felicità».

Per quale motivo in Italia la filantropia strategica non si esprime ancora al meglio?

«A causa di retaggi culturali e storici molto difficili da modificare, ma non è una missione impossibile. Saranno forse necessarie ancora alcune decine di anni per l’evoluzione della nostra società verso un equilibrio tra i pilastri “Stato”, “Privato-Mercato” e “Terzo Settore-Solidarietà”: in un tale sistema, una volta raggiunto un equilibrio maturo, la filantropia strategica potrà assolvere pienamente – ed essere riconosciuta come tale – un ruolo fondamentale di sostegno al sistema socio-economico. I tempi non sono ancora maturi, anche se basterebbe già oggi un semplice richiamo alla nostra storia – penso al rinascimento fiorentino – ma la strada a poco imboccata difficilmente potrà interrompersi. Negli ultimi 10-15 anni è stato possibile assistere al raddoppio del numero di fondazioni in Italia, da 3.000 a oltre 6.200, anche se quelle considerabili filantropiche in una accezione  strategica sono ancora poche. Già oggi, inoltre, il patrimonio delle oltre 6.200 fondazioni è paragonabile a quello delle fondazioni di origine bancaria (circa 40 Mld di euro per entrambi i comparti). Il dato è importante ancor più se si considera che le risorse economiche delle fondazioni private sono oggi più rinnovabili rispetto ai depositi ultracentenari delle fondazioni bancarie. Dunque la crescita rapida del numero di fondazioni in Italia potrebbe addirittura farci pensare in maniera immaginifica a un unico e grande settore indistinto delle fondazioni, più omogeneo e meno dispersivo di oggi, che unisca sia quelle di origine bancaria sia quelle private per portare a destinazione comune percorsi convergenti tra le differenti tipologie di fondazioni. Ossia, un cappello unico per la filantropia istituzionale italiana. Alcuni fattori sistemici non potranno che favorire questo trend: longevità, concentrazione della ricchezza, basso tasso di passaggio generazionale nella proprietà delle imprese famigliari, finanziarizzazione dell’economia, elevato tasso di risparmio delle famiglie italiane, ecc. Questi elementi macro-economici ma anche socio-demografici non possono che essere prodromici allo sviluppo della filantropia, ma non sono sufficienti. Il vero elemento propulsore potrà essere solo di natura culturale. In un momento di crisi, occorre investire in maniera anticiclica. Occorre trasformare le risorse economiche accumulate nei depositi, in energia fresca e fruibile per rimettere in moto la società: filantropia implica coesione da un lato e innovazione dall’altro, e questi sono i due cardini dello sviluppo del paese. Occorre però considerare anche l’aspetto culturale. Per questo penso che sia un dovere sociale restituire alla società parte della propria ricchezza, così come ha fatto Marino Golinelli. Andare oltre al concetto di “dono”, intervenendo con un portato ricco di conoscenza e valori, è oggi fondamentale per l’agire civile di ognuno di  noi. Ognuno deve fare di più per gli altri al di là del mero rispetto delle regole. Le fondazioni non sono infatti solo un patrimonio destinato a uno scopo, sono soprattutto una piattaforma in cui è possibile fare un patto tra generazioni, un capitale culturale stratificato nei decenni che dovrebbe essere adeguatamente tesaurizzato e che in parte si ricollega simbolicamente ai nomi imprenditoriali che compongono buona parte del grande tesoro reputazione dell’Italia conosciuto in tutto il mondo come “Made in Italy”. Il contributo privato nella vita pubblica è destinato ad aumentare, e questo può e deve significare una maggiore partecipazione democratica e coesione sociale; agire in maniera congiunta per un destino di comunità condiviso, non significa ingerenza o sovrapposizione di ruoli fra pubblico e privato, ma significa empatia verso i bisogni dei propri concittadini, gli uni versi gli altri; tutto ciò significa dunque comunità e, in ultima istanza, nazione».

Per concludere quali sono i risultati minimi e massimi che vi attendete?

«La Fondazione Golinelli si attende di dare il suo concreto contributo alle creazione di una società della conoscenza, educando i giovani di oggi e aiutandoli a crescere culturalmente per poter vivere con fiducia in un futuro mondo globale, complesso, imprevedibile e multiculturale. Può il nostro paese avere ancora un ruolo di primaria importanza nel mondo? Per la Fondazione la risposta è sì, e passa attraverso l’educazione dei giovani e la cultura per la società, per poterli aiutare a immaginare prima e a creare un futuro sostenibile poi».

Teresa Tardia
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