Abolire l’articolo 18? Alle imprese serve ben altro

 Abolire l’articolo 18? Alle imprese serve ben altro

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[dropcap]C[/dropcap]he l’attuale normativa del lavoro avesse bisogno di una “lucidata” o di una “rinfrescata” per rimanere al passo con i tempi, è fuori discussione.

Risulta assolutamente vero che ci sono troppe forme contrattuali e troppo complesse, così complesse che, in caso di vertenza e di conseguente processo avanti il Giudice del Lavoro, il giudizio di quest’ultimo ricade spesso in ambiti di imprevedibilità e quindi di negatività politico/economica.

Quindi, una semplificazione delle figure contrattuali e, soprattutto, una semplificazione nei meccanismi di funzionamento dei contratti di lavoro è assolutamente benvenuta.
Ma ciò che risulta francamente illogico per poi andare nel ridicolo è il fatto che tutto il dibattito sul tema del lavoro si focalizzi quasi esclusivamente sull’ipotesi di abrogazione o meno del “famigerato” articolo 18.

Ma vi è di più. Quando si parla di art. 18 non lo si fa mai riguardo all’interezza dell’articolo stesso ma solo sulla parte che prevede il cosiddetto “obbligo di reintegro” in caso di licenziamento illegittimo.

Quindi, giusto per ripetere le litanie che ultimamente si fanno sul tema: “se non vi dovesse essere più l’obbligo di reintegro (perché abolito dal Jobs Act), automaticamente si verificherebbe un rilancio dell’occupazione e il conseguente aumento delle assunzioni”.

Già così di primo acchito, si intuisce che l’assioma abolizione del reintegro = aumento di assunzioni è quantomeno discutibile per non dire infondato.

Chiunque abbia frequentato, anche per breve tempo, un’azienda (in special modo una pmi) sa benissimo che non si assume del personale solo perché poi si può licenziarlo facilmente ma, viceversa, si assume un lavoratore solo se serve una figura professionale in più che possa dare un contributo effettivo ed abbia un’utilità economicamente significativa.

articolo18-2Inoltre, e qui siamo ad un altro punto dolente, abolire il reintegro non significa affatto liberare le aziende dai vincoli in tema di licenziamento, se comunque rimangono tutte le altre sanzioni economiche oggi vigenti in caso di licenziamenti illegittimi. Come è noto, infatti, qualora oggi si proceda ad un’interruzione di rapporto lavorativo considerato non legale, la sanzione economica, a seconda dei casi, può variare da un minimo di 12 a 24 e oltre di mensilità lorde.

È evidente che questo tipo di conseguenze economiche sono molto più problematiche per una pmi rispetto all’ipotesi di reintegro cioè di riprendersi in forza il lavoratore.
Quindi, a modesto avviso di chi scrive, tutta la battaglia sull’articolo 18 e sulla cosiddetta flessibilità in uscita appare come una grossa campagna di marketing priva di una utilità e di una effettività reale, relativamente ai problemi del mercato del lavoro.

Sarebbe, forse, più utile sgravare le imprese dai costi fiscali del lavoro (altissimi), favorire le nuove imprese, creare distretti economico-imprenditoriali e proteggere in maniera più efficace il “Made in Italy” nel mondo.

Per quanto riguarda la parte normativa, benissimo semplificare i contratti ma, in più, mi focalizzerei e studierei meccanismi molto meno macchiavellici ed aleatori di quelli attuali per cui se un lavoratore attua comportamenti dall’azienda considerati negativi o antieconomici, lo stesso può essere allontanato in maniera semplice e legale.

Coerentemente con quanto detto sopra, in merito all’art. 18, non lo abolirei giacché trovo giusto che, se si licenza illegittimamente, il licenziamento deve essere reputato privo di effetti ed il lavoratore reintegrato.

Studio Legale Silva Blog
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Ettore Pietro Silva

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