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Accertamento troppo “veloce”? Per la Cassazione è nullo

E’ illegittimo l’accertamento fiscale emesso prima del termine di 60 giorni dalla verifica se mancano effettive ragioni d’urgenza.

E’ quanto sancito, in estrema sintesi, dall’ordinanza della Suprema Corte di Cassazione n. 8749 depositata in data 10.04.2018 (si veda ordinanza su  www.studiolegalesances.it – sez. Documenti).

Si tratta di un nuovo importante tassello nella costruzione della tutela del contribuente.

La vicenda da cui scaturisce l’ordinanza in commento è relativa a un avviso di accertamento ai fini IRPEF ed IRAP, emesso per l’anno di imposta 2007, notificato dall’Agenzia delle Entrate al contribuente, titolare di una ditta individuale, in seguito alle risultanze di una verifica della Guardia di Finanza.

L’avviso di accertamento in questione, infatti, veniva notificato prima del decorso dei 60 giorni dalla consegna del Processo Verbale di Constatazione (cd “PVC”) che sancisce la fine della verifica – come previsto dall’art. 12, comma 7, dello Statuto del contribuente (L. n. 212/2000) – poiché era stato considerato elevato il rischio che il contribuente si rendesse irreperibile per ricevere l’atto.

A questo proposito, la Cassazione ha sancito che il predetto rischio non rientra nei casi di particolare e motivata urgenza che giustificano la deroga al rispetto dei termini previsti dalla legge.

Il contribuente, quale titolare di una posizione giuridica soggettiva, è posto dallo Statuto del contribuente (nello specifico dall’art. 12, comma 7) nelle condizioni di partecipare attivamente al procedimento tributario, potendo avviare un contraddittorio sia per motivi di difesa che per ragioni di carattere collaborativo. Questo avviene attraverso la formulazione di richieste ed osservazioni.   Il fine ultimo è quello di evitare l’emissione dell’atto impositivo. Pertanto, eventuali deroghe trovano giustificazione solo in presenza di ragioni di particolare e motivata urgenza.

Ebbene, la Corte di Cassazione ha ritenuto che in queste ultime non sia da annoverare il rischio di irreperibilità del contribuente. Nello specifico, per i giudici di Piazza Cavour le ragioni di urgenza possono dipendere solo da elementi esterni non imputabili all’ente e dunque “in materia di garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali, le ragioni di urgenza che, ove sussistenti e provate dall’Amministrazione finanziaria, consentono l’inosservanza del termine dilatorio di cui alla legge n. 212 del 2000, devono consistere in elementi di fatto che esulano dalla sfera dell’ente impositore e fuoriescono dalla sua diretta responsabilità, sicché non possono in alcun modo essere individuate nell’imminente scadenza del termine decadenziale dell’azione accertativa.

Per i i giudici, quindi, l’imminenza della scadenza del termine di per sé non costituisce ragione d’urgenza, né l’Amministrazione ha fornito nel caso di specie ulteriori elementi concreti e precisi che possano giustificare l’emissione ante tempus dell’atto fiscale impositivo.

Ciò che rileva ai fini del rispetto della previsione normativa è soltanto l’emanazione dell’atto impositivo (Cass. n. 5361/2016 e Cass. n. 1702/2017) e non il completamento della procedura di notificazione a carico del contribuente destinatario dell’atto: in virtù del principio di scissione del momento perfezionativo della notificazione, rileva solo la data di emissione.

L’ordinanza in commento si inserisce in un filone giurisprudenziale inaugurato dalle Sezioni Unite della Cassazione nel 2013 sulle conseguenze degli accertamenti fiscali in caso di violazione dello Statuto del contribuente e volto a ribadire l’importanza del diritto al contraddittorio, inteso quale principio immanente al nostro ordinamento, ma anche all’ordinamento comunitario.

Infatti, a tal proposito, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, sia pure in materia di tributi doganali, ma con evidenti riflessi di ordine generale, ha valorizzato il principio della partecipazione del contribuente, il quale deve essere messo in condizione di far valere le proprie osservazioni, ai procedimenti in cui l’amministrazione si propone di adottare nei suoi confronti un atto di natura lesiva (sentenza 18 dicembre 2008, in causa C-349/07, Sopropé).

Così statuiti i principi alla base della tutela del contribuente nel procedimento, la Corte di Cassazione sottolinea ancora una volt che il termine dilatorio di 60 giorni “è posto a garanzia del pieno dispiegarsi del contraddittorio procedimentale, il quale costituisce primaria espressione dei principi, di derivazione costituzionale, di collaborazione e buona fede tra amministrazione e contribuente ed è diretto al migliore e più efficace esercizio della potestà impositiva” (Cass. SS. UU. n.18184/2013).

Alla luce di ciò, l’inosservanza del termine non costituisce, dunque, una mera irregolarità sostanziale ma un vero e proprio vizio di legittimità dell’atto impositivo.

Dott.ssa Anna Carolina De Mitri – prat. abilitata
Avv. Matteo Sances
www.centrostudisances.it

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Matteo Sances e Carolina De Mitri

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