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Accesso ai finanziamenti bancari in Italia: punto della situazione e opportunità

Per comprendere quale sia la situazione dell’accesso al credito bancario in Italia partiamo inquadrando il contesto economico-finanziario in cui si trovano le piccole e medie imprese italiane (PMI). Dal Rapporto Cerved PMI 2018, che analizza tale ambito prendendo un campione di 148.531 società, emergono due chiare tendenze; in primo luogo, i segnali di ripresa degli scorsi anni evidenziano una forte accelerazione nel 2017. Le PMI hanno infatti recuperato livelli di redditività elevati e hanno continuato a rafforzare gli indici che sintetizzano la sostenibilità dei loro debiti finanziari, che oggi risultano ben più equilibrati rispetto ai livelli di un decennio fa. La seconda tendenza che emerge è il rallentamento osservato nel 2018, che risulta preoccupante soprattutto alla luce dello scenario macroeconomico, caratterizzato da una frenata della congiuntura internazionale e dalla crescente sfiducia dei mercati sui conti pubblici italiani.

Sul fronte dei finanziamenti i dati del Rapporto Cerved indicano che la ripresa degli investimenti è coincisa in Italia con la fine della discesa dei debiti finanziari, che aveva caratterizzato gli anni dal 2011 in poi, in maniera più evidente per le PMI rispetto alle grandi aziende. Il calo dei debiti finanziari delle PMI si è arrestato nel 2015, per poi crescere nel 2016 (+0,6%) ed accelerare nuovamente nel 2017 (+1,7%). Le aziende di medie dimensioni hanno mostrato una dinamica dei finanziamenti più sostenuta rispetto alle piccole (+1,9% contro +1,3% tra 2017 e 2016). L’aumento dei debiti finanziari delle PMI osservato nel 2017 non ha riguardato tutti i settori. I dati evidenziano infatti una dinamica molto debole nei servizi (+0,1%) e una decisa contrazione per le utility (-5,9%). Più sostenuto l’andamento nelle costruzioni (+1,7%), nell’agricoltura (+3%) e soprattutto nell’industria (+5,4%) grazie all’impatto del piano Industria 4.0.

Possiamo ora, definito il contesto in cui ci troviamo, approfondire i presupposti per chiedere e ottenere un finanziamento. La prima cosa che l’azienda deve fare, in qualità di organo di gestione – anche attraverso l’ausilio di consulenti esterni – è capire come ragionano gli operatori finanziari, perché in questo modo potrà fornire tutte le informazioni necessarie e porre in essere gli strumenti che permettano di stimare l’esigenza di liquidità: migliorando la qualità della richiesta e di conseguenza la capacità di attrarre finanza esterna.

Le banche per analizzare il rischio di credito utilizzano tre tipologie di Rating: Rating Aziendale (centrale dei bilanci di Cerved (Cebi)), Rating Finanziario (Centrale dei Rischi della Banca d’Italia) e Rating Bancario (fallimento della banca ed effetti della diversificazione).

Nel Rating Aziendale il bilancio d’esercizio da adempimento civilistico-fiscale diventa strumento di comunicazione della strategia aziendale, secondo principi di trasparenza dell’informazione e in un’ottica di creazione di valore economico. Ogni società dovrebbe conoscere e capire la riclassificazione del proprio bilancio e l’analisi per indici che genera Cebi visto che proprio questo è il dispositivo comune di analisi dal quale parte la valutazione del rating dei diversi istituti bancari.

Per quanto concerne il Rating Finanziario, ruolo fondamentale assume invece la Centrale dei Rischi (CR); si tratta di un sistema informativo, gestito dalla Banca d’Italia, che raccoglie informazioni fornite da banche e società finanziarie (“intermediari”) sui crediti che concedono ai loro clienti. La CR comunica mensilmente agli intermediari il debito totale verso il sistema creditizio di ciascun cliente segnalato. Esaminare periodicamente la propria centrale rischi permette di individuare eventuali errori ed evidenziare le criticità presenti nel sistema (garanzie in eccesso, sovra-utilizzo delle linee di credito, crediti scaduti, sofferenza, past due, forbearance). Accade così che la centrale rischi diventi un utile strumento di analisi finanziaria, poiché fornisce importanti informazioni all’impresa nella gestione del proprio equilibrio finanziario e del merito creditizio.

È indispensabile evidenziare anche che per gli istituti bancari il Rating Finanziario influenza la valutazione del merito creditizio a seconda della qualità e del numero delle informazioni che il Rating Aziendale (riclassifica Cebi) è in grado di fornire. Nelle società di capitali con bilancio ordinario (rendiconto finanziario) il Rating Finanziario pesa dal 30% al 40%, in quelle con bilancio semplificato varia dal 50% al 60%, mentre nelle società con bilancio micro il Rating finanziario ha un’incidenza tra il 60% e il 70%. Ne emerge che nella valutazione del merito creditizio, minori sono le informazioni desumibili ed estraibili dal bilancio, maggiore è il peso del Rating Finanziario a discapito del Rating Aziendale.

Il Rating Bancario infine, analizza la rischiosità del prestito da erogare nel contesto del monte crediti del singolo istituto, con lo scopo di ridurre il rischio di fallimento dello stesso. È la prima analisi che l’istituto bancario effettua in base al codice di attività principale della società. A differenza degli altri tipi di rating, il Rating Bancario è influenzato da elementi di rischio di settore o di portafoglio, del singolo istituto bancario e quindi non governabile dalla singola società.

È importante che l’organo di gestione della società conosca e governi questi strumenti in modo da poterli usare a proprio vantaggio e non subirne gli effetti. Conoscere come avviene l’analisi della capacità di rimborso dei finanziamenti ricevuti diviene per le imprese un’opportunità per migliorare la propria capacità di attrarre finanziamenti di terzi.

Le attività utili per ottenere un miglioramento del merito creditizio della propria società sono le seguenti:

  • richiedere la propria centrale rischi periodicamente a Banca d’Italia ed analizzarla (a tal proposito esistono sistemi di reportistica avanzata che sono molto utili);
  • utilizzare un budget di cassa che permetta di ottenere una proiezione della stima del raffronto fra entrate e future uscite, al fine di anticipare i momenti di tensione finanziaria con la richiesta di nuova liquidità in tempi congrui e non quando l’esigenza è già manifesta (la capacità di previsione permette di dimostrare di avere la propria gestione finanziaria sotto controllo e non dare segnali di richieste multiple che vengono evidenziate in CR e considerate elementi negativi dagli operatori finanziari);
  • poiché le banche utilizzano la riclassificazione e gli indici Cebi, nello stesso modo l’impresa può accedere a tali strumenti col vantaggio di fare analisi e previsioni rispetto a politiche di bilancio;
  • scegliere autonomamente la linea di credito necessaria per la propria società in relazione all’attuale situazione finanziaria perché, anche se è comunque utile farsi consigliare da un partner finanziario, quando andiamo a fare un acquisto è preferibile aver già maturato un’idea propria del servizio che dobbiamo acquistare;
  • monitorare, a seconda dei partner finanziari, il proprio rating chiedendo continui aggiornamenti.

Da ultimo, oltre ai consueti canali di finanziamento, è utile evidenziare che a livello globale è sempre più diffuso il fenomeno della FinTech che comprende l’offerta di servizi di finanziamento ad alta intensità tecnologica (quali ad esempio le aste delle fatture, l’equity crowfounding, il crowfounding lending, etc.). Tuttavia, se a livello globale il 2018 è stato un anno boom per il settore FinTech, in Italia ed Europa si tratta di una realtà ancora poco nota. Il fenomeno infatti, in Italia è ancora prevalentemente limitato alle startup e il suo sviluppo potrebbe essere una importante opportunità per le società italiane che vogliono ricercare finanziamenti con nuovi strumenti.

Claudio Caneva

Claudio Caneva

Dottore commercialista in Vicenza. Commissione Studio Ugdcec Vicenza

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