Adapt: i numeri Istat sullo smart working confermano un fenomeno non strutturale e ancora distante dalla media UE

Immagine di freepik

I dati Istat sul lavoro da remoto pubblicati recentemente descrivono un fenomeno che, pur triplicato rispetto al periodo pre-pandemia, non si è consolidato come elemento strutturale nell’organizzazione del lavoro in Italia.

Secondo le stime basate sui dati del Censimento permanente della popolazione e delle abitazioni 2023, nel nostro Paese circa 3,4 milioni di occupati (13,8%) hanno lavorato da casa almeno un giorno nelle quattro settimane precedenti la rilevazione. Di questi, 1,436 milioni (5,9%) lo hanno fatto nel corso di almeno metà dei giorni lavorativi, mentre 1,933 milioni (7,9%) in misura più limitata.

Questi livelli rappresentano un deciso aumento rispetto alla situazione pre-Covid (4,8% nel 2019), ma restano inferiori alla media europea. Secondo dati Eurostat sul 2023, la quota di occupati che ha lavorato abitualmente da casa nell’Unione era circa 9,1%, con Paesi come Finlandia (22,2%), Irlanda (21,8%) e Svezia (15,3%) ampiamente al di sopra dei livelli italiani.

Dal punto di vista territoriale, emergono marcate differenze all’interno dell’Italia. Le città metropolitane e le regioni del Centro-Nord mostrano una diffusione più elevata del lavoro agile: a Milano la quota di smart worker raggiunge il 38,3%, a Roma il 29,4%, mentre nel Mezzogiorno la quota resta sotto il 10% in molte realtà.

Inoltre, il report evidenzia una correlazione tra livello di istruzione e possibilità di lavorare da remoto: tra i laureati circa il 29% ha sperimentato forme di lavoro a distanza, mentre i settori con maggiore diffusione rimangono quelli ad alto contenuto tecnologico come servizi di informazione e comunicazione (60,2%) e attività finanziarie e assicurative (43,7%).

Questi numeri mostrano che, sebbene lo smart working abbia conosciuto una forte espansione durante l’emergenza Covid, non si è radicato come elemento stabile nel mercato del lavoro italiano”, commenta Francesco Seghezzi, Presidente di ADAPT. “Il confronto con l’Europa evidenzia margini significativi di crescita, ma anche la necessità di affrontare disparità territoriali, professionali e soprattutto organizzative”.

Secondo Seghezzi, “una lettura dei dati che si concentri solo sulle preferenze individuali o generazionali rischia di perdere di vista il nodo centrale: ossia il fatto che l’Italia, dopo l’esperimento forzato della pandemia, non sembra aver trasformato quell’esperienza in un vantaggio competitivo stabile. Tra le cause principali troviamo il fatto che le imprese non hanno pienamente adottato le modifiche organizzative a questa nuova modalità di lavoro, rimanendo spesso ancorate a logiche di controllo che non riescono a conciliarsi con lo smart working. Allo stesso tempo si sono accorte (e con loro anche molti lavoratori) che la dimensione della presenza può essere importante e stimolante.”

I risultati indicano inoltre come lo smart working, pur restando legato a professioni qualificate e contesti urbani avanzati, possa rappresentare un’opportunità per conciliare lavoro e vita, ma richiede politiche integrate di organizzazione del lavoro, formazione e infrastrutturazione digitale.