L’agricoltura italiana cambia volto e si prepara al futuro, ma resta il problema del ricambio generazionale. È quanto emerge dai dati dell’Indagine sulla struttura delle aziende agricole (SPA) diffusi oggi dall’Istat, che dipingono il ritratto di un settore in profonda evoluzione tra digitalizzazione, specializzazione e internazionalizzazione della manodopera.
Nel 2023, le aziende agricole attive nel nostro Paese sono risultate essere 1.130.358, un numero sostanzialmente stabile rispetto al 2020 ma che segna un crollo verticale del 30% se confrontato con i dati del 2010. Una contrazione che va di pari passo con la riduzione della Superficie Agricola Utilizzata (SAU), scesa a 12,3 milioni di ettari, e con una leggera flessione della dimensione media aziendale, attestatasi a 10,9 ettari.
La fine del “proprietario terriero” e la rivincita dei seminativi
Il profilo del conduttore agricolo italiano sta vivendo una metamorfosi epocale. Per la prima volta, scende sotto la soglia del 50% (48,8%) la quota di aziende che lavorano terreni esclusivamente di proprietà, una percentuale che nel 2010 sfiorava il 73%. Un dato che testimonia il crescente ricorso all’affitto e ad altre forme di conduzione del suolo, segnale di una gestione più flessibile e orientata al mercato.
Parallelamente, cambia il volto delle colture. Tra il 2010 e il 2023, l’uso del suolo si è spostato deciso verso i seminativi, che oggi coprono il 57,1% della superficie (erano il 54,7%), a discapito di prati e pascoli. Le aziende puntano sulla diversificazione: è in aumento la percentuale di quelle che coltivano più di tre prodotti diversi, segno di una strategia volta a ridurre i rischi e intercettare nuove nicchie di mercato.
Irrigazione e attività connesse: meno acqua, più servizi
Nonostante la superficie irrigabile si sia ridotta a 3,5 milioni di ettari, la sua incidenza sul totale resta stabile. Preoccupa, invece, la flessione della quota di SAU effettivamente irrigata rispetto a quella potenzialmente irrigabile, scesa dal 64,5% al 61,3%. Un dato che potrebbe essere letto come un adattamento alle sempre più frequenti crisi idriche o come un ritardo negli investimenti infrastrutturali.
Sul fronte dei ricavi, l’agricoltura italiana si dimostra sempre più imprenditoriale. L’81,5% delle aziende dichiara di avere entrate dalla vendita dei prodotti o da sussidi, ma a crescere è soprattutto il comparto dei servizi. L’agriturismo si conferma la “mucca viola” delle attività connesse, indicato come la più remunerativa dal 35,6% delle aziende, seguito dal contoterzismo.
La rivoluzione silenziosa: meno familiari, più laureati e tecnologia
Il dato forse più eclatante riguarda la forza lavoro. Se il numero totale di occupati scende a 2,5 milioni (-35,6% rispetto al 2010), la composizione di questa forza lavoro è radicalmente cambiata. I lavoratori familiari sono crollati del 75%, mentre quelli non familiari sono cresciuti del 10,8%. Un segnale chiaro di professionalizzazione, confermato dall’impennata di lavoratori stranieri, che rappresentano ormai il 14,5% del totale e superano il 24% al Nord-Est.
A guidare questa nuova agricoltura sono imprenditori sempre più scolarizzati. La quota di capi azienda con diploma quinquennale o laurea è schizzata al 36,4%, quasi il doppio rispetto al 2010. Cresce, seppur lentamente, anche la digitalizzazione: le aziende agricole informatizzate sono passate dal 3,8% al 18,5% in tredici anni. Un balzo notevole, ma che nasconde ancora un forte divario Nord-Sud, con il Mezzogiorno fermo al 6,7%.
Il nodo irrisolto dei giovani
Nonostante la maggiore istruzione, l’Italia agricola resta un Paese anziano. I giovani sotto i 40 anni alla guida di un’azienda agricola sono appena il 7,9%, in leggero calo rispetto al 2010. Un dato che lancia un segnale d’allarme: il ricambio generazionale rimane la principale sfida per il futuro del settore, nonostante la crescente attrattività verso figure professionali qualificate e l’innovazione tecnologica.
