Aiuti per le aggregazioni di imprese

 Aiuti per le aggregazioni di imprese

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[dropcap]L[/dropcap]a fase di recessione economica non accenna a rallentare, molte imprese chiudono i battenti e recentemente è stato raggiunto un nuovo primato in fatto di disoccupazione in Italia. In un momento storicamente negativo per quanto riguarda i consumi interni, molte imprese guardano all’estero e all’export come possibili “ancore di salvezza”. Tutti però sappiamo come sia difficile riuscire a realizzare delle efficaci strategie di internazionalizzazione, soprattutto per le protagoniste del tessuto imprenditoriale italiano, vale a dire le Piccole e Medie Imprese: espandersi all’estero, infatti, comporta senza dubbio investimenti significativi per studiare il mercato target, capirne le esigenze e i gusti, costruire una adeguata rete di vendita, ecc. È opinione comune che le singole pmi non siano in grado di affrontare tutte le spese necessarie e, secondo molti osservatori, questa mancanza di risorse da investire in nuovi mercati, insieme alla già ricordata stagnazione del mercato interno, è alla base della chiusura di molte pmi.

È probabilmente all’interno di questo contesto che il legislatore continua a “sfornare” numerosi provvedimenti con l’obiettivo di spingere le imprese ad aggregarsi tra di loro in modo che alla crescita dimensionale si accompagnino nuovi investimenti e strategie imprenditoriali capaci di consolidare i mercati dove si è già presenti e di “aggredirne” altri.

Si potrebbe anzi dire che il contratto di rete per l’innovazione e la competitività, il più recente strumento di aggregazione imprenditoriale introdotto nel nostro ordinamento dalla Legge n. 33/2009, di conversione del D.L. n. 5/2009, sia nato proprio per consentire alle nostre imprese di ridurre il divario competitivo che spesso si trovano ad affrontare in un mercato diventato, per molti versi, mondiale.

Ed è proprio con riferimento alle reti di imprese che si riferisce la prima misura di agevolazione finanziaria, attualmente contenuta nel disegno di legge relativo alla Legge di Stabilità 2015, approvato dalla Camera il 30 novembre 2014 e attualmente in discussione al Senato come atto n. 1698.

L’art. 1, comma 6, di questo disegno di legge prevede di modificare i commi 56 e 57 dell’art. 1, Legge n. 147/2013 (Legge di Stabilità per il 2014): se approvati con questa formulazione, avremo l’aumento delle risorse per incentivare le aggregazione di imprese e l’ampliamento dei soggetti beneficiari. È infatti previsto un aumento delle risorse disponibili da 5 a 10 milioni di euro, “destinato alle imprese composte da almeno quindici individui”. Al di là di una formulazione davvero poco felice, riteniamo che il riferimento agli “individui” vada inteso nel senso dei lavoratori impiegati nelle singole imprese interessate dalla aggregazione, presumibilmente subordinati, ma, in attesa di un chiarimento legislativo, non è possibile avere certezze sul punto.
In base al testo in esame, le aggregazioni che potranno accedere a tale fondi sono, oltre alle imprese che si uniscono in  “associazione temporanea di imprese (ATI)” o in “raggruppamento temporaneo di imprese (RTI)” anche le “reti di impresa aventi soggettività giuridica e fornite di partita IVA (reti soggetto)”.

Molto interessante questa previsione di aiuti finanziari riservata alle reti-soggetto, poiché, almeno fino ad ora, non molto comune. Probabilmente il legislatore comincia a rendersi conto di un fenomeno che coloro che operano quotidianamente con le reti di impresa cominciano ad avvertire già da qualche tempo: l’aumento dell’incidenza delle reti – soggetto sul totale dei contratti di rete fino ad ora stipulati. Intendiamoci, non si tratta di un fenomeno con un tasso di crescita ancora molto sostenuto ma di un incremento, almeno questo ci sembra di percepire in base alla nostra esperienza sul campo, caratterizzato da una crescita lenta ma costante.

La spiegazione di tale fenomeno e della rinnovata attenzione del legislatore sulle reti-soggetto potrebbe ritrovarsi in un’esigenza sempre più presente tra gli imprenditori che intendono aggregarsi: quella di presentarsi da tutti i punti di vista, non solo commerciale ma soprattutto civilistico e fiscale, come un unico soggetto, cosa che la rete “entificata” forse consente di realizzare meglio di altri istituti giuridici per l’aggregazione imprenditoriale.
Come stabilito dal successivo comma 57, così come riformato dal disegno di legge in commento.

Le risorse del fondo sono erogate a reti-soggetto, ATI e RTI, ammessi attraverso procedure selettive indette dal Ministero dello sviluppo economico, tenute a valorizzare le collaborazioni con istituti di ricerca pubblici, università e istituzioni scolastiche autonome, sulla base di progetti della durata di almeno due anni, volti a sviluppare i seguenti principi e contenuti:

a) creazione di centri di sviluppo di software e hardware a codice sorgente aperto per la crescita e il trasferimento di conoscenze alle scuole, alla cittadinanza, agli artigiani e alle microimprese;
b) creazione di centri per l’incubazione di realtà innovative nel mondo dell’artigianato digitale;
c) creazione di centri per servizi di fabbricazione digitale rivolti ad artigiani e a microimprese;
d) messa a disposizione di tecnologie di fabbricazione digitale da parte dei soggetti anzidetti;
e) creazione di nuove realtà artigianali o reti manifatturiere incentrate sulle tecnologie
di fabbricazione digitale.

Il secondo grande capitolo di aiuti per l’aggregazione di imprese è contenuto in quello che molti osservatori hanno definito come un vero e proprio  “Industrial compact” italiano, da varare subito dopo la conversione in legge della manovra di Stabilità, quindi tra fine anno e inizio 2015. Ci lavorano già da diverse settimane ministero dello Sviluppo economico e ministero dell’Economia e non si può escludere la definizione di misure da presentare anche in ottica di contributo al “piano Juncker” della Ue.

Oltre alle misure note come «patent box» per brevetti e marchi, oggetto di un prossimo post, del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca, si parla con una certa insistenza di nuove misure per la defiscalizzazione dei progetti di fusione: da un lato premiando gli utili reinvestiti entro un determinato arco temporale (ad esempio 3-4 anni), dall’altro accorciando i vincoli temporali sul calcolo per le quote di ammortamento fiscale in modo da consentire benefici fiscali più ravvicinati. Contemporaneamente, per favorire investimenti di multinazionali, si lavora a un’aliquota sostitutiva o addirittura un’aliquota zero per la tassazione dei dividendi reimpatriati. Prende, infine, quota anche l’idea dei “Development bond”, una sorta di project bond direttamente mirati alla crescita del sistema industriale: progetti di filiera, integrazioni, accorpamenti o grandi piani di digitalizzazione.

Studio Legale e Tributario Garaffa & Manenti
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