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Asseprim: viaggio alla scoperta degli asset intangibili

Asseprim, Federazione Nazionale dei Servizi Professionali per le Imprese, ha reso noti i dati sulla gestione dei propri asset intangibili da parte delle imprese che erogano servizi professionali, analizzati dall’ultima edizione dell’indagine Asseprim Focus.
Per illustrarli, il Presidente Umberto Bellini ha accettato di rispondere ad alcune domande.

Presidente, quali sono gli asset intangibili considerati più critici dalle imprese che erogano servizi professionali? 
È una domanda importante e che Asseprim si è fatta, per rispondere alla quale con la ricerca Asseprim Focus abbiamo interrogato al riguardo oltre 1100 imprese, campione rappresentativo delle aziende italiane aventi il proprio core business nei servizi professionali alle imprese, chiedendo loro di indicare in modo oggettivo, per ogni asset, il rispettivo peso sul bilancio.
Ne è emerso che la reputazione aziendale è di gran lunga l’asset la cui cura pesa sul bilancio aziendale delle imprese dei servizi professionali, soprattutto con riferimento a quelle di dimensioni medio/grandi.

Reputazione: a parer suo è più ossessione o insoddisfazione?
Se la reputazione pesa fortemente sul bilancio delle imprese di servizi professionali, forse la ragione sta proprio nel gran numero di intervistati (il 74%) insoddisfatti della reputazione della propria azienda presso i propri stakeholder (dipendenti, fornitori ma soprattutto clienti). Poiché la bontà della reputazione ha conseguenze dirette e immediate sul business è normale che gli imprenditori dei servizi professionali corrano ai ripari. Così, dovendo scegliere dove investire per migliorare la propria reputazione, la maggioranza assoluta delle imprese (il 55%) opterebbe per investire direttamente sui clienti mentre solo il 26% lo farebbe per motivare chi quei fatturati li produce, ossia i dipendenti, e appena il 18% indirizzerebbe i suoi sforzi sui fornitori.


Per importanza le risorse umane vengono dopo; perché secondo lei?
Per lo stesso motivo, perché il loro impatto sulla domanda, e quindi sul fatturato, è più indiretto. Primum vendere, deinde philosophari; la reputazione fa brand e quindi sostiene le vendite; quindi il pragmatismo dell’imprenditore lo porta a ritenere questo fattore più importante di chi quel fatturato lo produce. Non è del tutto corretto, forse, ma credo sia ampiamente comprensibile. Purtroppo un atteggiamento del genere induce a perdere di vista la ricerca della produttività del capitale umano, per migliorare la quale la maggioranza delle imprese intervistate continua a ignorare tutte le best practice targate Silicon Valley, e considera che i migliori incentivi non siano forme innovative di welfare, il telelavoro o lo smart working, bensì i solidi, vecchi soldi, non legati a una remunerazione più alta, bensì a premi variabili legati ai risultati. Insomma, per le aziende di servizi professionali evoluti il modello del lavoro a cottimo, intellettuale o materiale, ha ancora un grande fascino.

Mi sorprende invece di più, ma fino a un certo punto, il fatto che ad asset diversi come i diritti derivati (proprietà intellettuale, licensing), i marchi, i brevetti, il design, le sponsorizzazioni, il franchising e le nuove forme di business sul web (es. banche dati), alla base del successo di molte imprese di altri settori, sia data una considerazione assai inferiore, nonostante la loro importanza strategica. Su questo credo che dovremo fare opera di sensibilizzazione per far comprendere a un numero sempre maggiore di imprese il vero impatto sul business di queste categorie di asset.


Parliamo della gestione del rischio?
È un elemento che preoccupa il 51% delle aziende intervistate, la maggior parte delle quali si aspetta problemi dal mercato e dalle sue dinamiche, mentre i rischi legati alla gestione dei flussi finanziari e quelli sulla reputazione, seppure consistenti, turbano in modo più contenuto, forse perché appaiono più facilmente gestibili e in minor misura dipendenti da variabili esogene. Colpisce il quarto posto dei rischi fiscali, che preoccupano ben il 20% delle imprese, assai più dei rischi legali che pure dovrebbero essere al centro dell’attenzione, essendo strettamente connaturati ai quotidiani rapporti azienda/clienti/fornitori. Evidentemente però la farraginosa legislazione fiscale, i margini di interpretazione legati a ogni singola norma tributaria, il rischio di interventi dell’autorità dalle conseguenze sempre imprevedibili creano un contesto di notevole incertezza anche dove la natura rigidamente matematica della materia fiscale dovrebbe tendenzialmente azzerare ogni aleatorietà.
Anche i rischi informatici godono di una attenzione consistente pur se non preminente; probabilmente il livello mediamente alto di cultura tecnologica delle aziende che si occupano di servizi evoluti gli rende relativamente meno preoccupanti i pericoli legati alla cybersecurity.

Presidente, vorrei chiudere con l’asset forse più complesso, sicuramente il più liquido e articolato: i dati. 
Sorprende il fatto che oltre il 40% delle aziende abbia dichiarato di non gestire banche dati quando in realtà anche una semplice anagrafica di contatti, clienti o fornitori, costituisce una banca dati che deve comunque essere gestita. Evidentemente per molte delle aziende intervistate il concetto di banca dati è sinonimo di grandi archivi, e non considerano il valore che possono avere rubriche o raccolte di pochi ma preziosi dati. Parafrasando Cuccia, i dati non si contano ma si pesano ma questo concetto forse non tutti lo hanno ancora metabolizzato. Che la cultura del dato debba essere sviluppata è dimostrato anche dal fatto che solo il 44% considera i dati un asset comunque utile ai fatturati aziendali e appena il 20% usano i dati come propellente per la propria attività commerciale. È anche per questo che, come Asseprim, attiviamo continuamente convegni e seminari finalizzati ad accrescere la cultura imprenditoriale dei nostri associati in questo che sarà sempre più un ambito strategico.

Redazione

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