Baban: «L’Italia non può che stare in Europa»

 Baban: «L’Italia non può che stare in Europa»
baban_Roma Incontra
Alberto Baban, presidente della Piccola Industria di Confindustria

[dropcap]A[/dropcap]l momento della sua elezione a presidente della Piccola Industria di Confindustria, Alberto Baban, imprenditore veneto leader mondiale dei tappi per vini e liquori, aveva dichiarato che l’Europa sarebbe stato uno dei tre asset strategici della sua presidenza (insieme a Innovazione e Internazionalizzazione). Gli abbiamo chiesto, dunque, un giudizio sulle recenti elezioni europee e cosa dovrebbero fare le imprese e le istituzioni europee perché l’economia del continente possa riprendere a crescere.

Quali segnali coglie dal risultato delle recenti elezioni europee?
Elezioni-europee«Le urne hanno delineato situazioni molto diverse da Paese a Paese. I risultati elettorali dicono che l’Italia riconosce i suoi problemi e tenta di svoltare. Il nostro Paese ha messo alla prova il premier e si è scoperto riformista e più avanti rispetto ad altri Paesi. La Francia, ad esempio, si è scoperta in crisi con un mercato interno in difficoltà e prospettive difficili, quindi ha messo in discussione la compagine governativa del Paese».

Anche lei ritiene inadeguata la risposta dell’Unione europea alla crisi economica?
«Negli anni scorsi l’Europa ha avuto in mente solo il riallineamento tra i Paesi superperformanti e quelli più deboli dal punto di vista dell’equilibrio finanziario. All’iniziale impostazione europea della disciplina nei conti pubblici si è sostituita quella dell’austerità che ha bloccato tutto. Si è creata così una situazione di stallo con l’unico obiettivo per gli Stati di avere “i conti a posto”. Non era stato ben chiarito, però, come si potesse raggiungere questo obiettivo, lasciando spazio a uno sterile confronto tra il Paese benchmark, la Germania, e tutti gli altri. In tale situazione c’è stata una grandissima assente: la Banca centrale europea, l’equilibratore, cioè la prima arma che l’Europa avrebbe potuto impiegare contro la recessione. I recenti provvedimenti della Bce sono stati una sorpresa positiva anche perché Mario Draghi ha detto che non è finita qui. Ci voleva lo spauracchio della deflazione. Nelle logiche economiche non si arriva mai a toccare il fondo prima di reagire, l’Europa, invece, ha proprio toccato il fondo e l’Italia ancor più di altri Paesi».

Crede che sia l’inizio di un allontanamento dalla politica di austerità fin qui applicata dall’Europa?
austerity«Con la sua recente iniziativa la Bce ha implicitamente ammesso che finora i soldi sono andati nei flussi finanziari e non nell’economia reale. Si tratta certamente di una novità. Ricordo, infatti, che il precedente ingentissimo prestito della Bce alle banche in realtà è servito a salvare le banche stesse e non è andato a sostegno delle attività produttive. Questa inversione di tendenza, la consapevolezza che conviene investire nell’economia reale, è apprezzabile».

La svolta per l’economia europea, dunque, si avvicina?
«Il problema, che riguarda soprattutto l’Italia, è quello delle dinamiche delle aspettative. Le recenti elezioni hanno dimostrato la volontà riformista e il serio tentativo di ripresa dell’Italia. L’aspettativa è molto alta e si pensa, giustamente, di aiutare il sistema produttivo. Il fatto è che gli investimenti nel sistema produttivo dal punto di vista occupazionale e della crescita hanno dei ritorni non immediati. Normalmente qualche miglioramento lo si vede dopo sei mesi e si concretizza dopo un anno. Non vorrei che la forte aspettativa si traducesse in dati relativi al prossimo semestre che non confermano un’inversione di tendenza».

Cosa si ripromette di fare in Europa a favore delle pmi italiane ed europee?
«In Europa abbiamo iniziato un dialogo con Daniel Calleja Crespo, direttore generale per Impresa ed Industria della Commissione Europea. Abbiamo già partecipato a tre incontri durante i quali abbiamo parlato di tecniche di ammodernamento e di efficientamento dell’impresa. Durante uno di questi incontri, abbiamo affrontato il tema del Lean, cioè dell’efficientamento di processo per ammodernare la pubblica amministrazione. Abbiamo così dimostrato che si può parlare lo stesso linguaggio sia all’interno delle imprese sia all’interno di una pubblica amministrazione. Credo che sia importante avvicinare le istituzioni europee al quotidiano delle imprese. L’Europa, infatti, stabilisce come distribuire i fondi pagati dagli Stati e lo fa in base al modo in cui pensa si possa agevolare la crescita. È quanto mai opportuno, dunque, che le imprese spieghino alle istituzioni europee che cosa serve loro per crescere, quali imprese hanno potenzialità di crescita, qual è la motivazione che spinge l’imprenditore a tornare a investire e qual è il tessuto produttivo dei singoli Paesi».

Cosa chiedete con forza all’Europa?
industrial-renaissance«L’Unione europea ha indicato nel Piano settennale 2013-2020 la necessità di investire in ricerca e sviluppo e di tornare a sostenere l’attività produttiva. Noi insistiamo affinché l’Europa individui sempre di più nelle attività manifatturiere la direzione versa la quale investire. Antonio Tajani, commissario europeo per l’Industria e l’Imprenditoria, ha indicato la necessità di arrivare al 20% del Pil europeo prodotto dal manifatturiero. L’Italia è un Paese manifatturiero che ha perso una parte importante del suo tessuto produttivo (è passata da un 16 a un 15% di Pil prodotto dal manifatturiero): non solo deve recuperarlo, ma deve porsi obiettivi molto ambiziosi. Per far questo, però, bisogna “stare” in Europa. Ciò che si decide nelle istituzioni europee, infatti, incide per il 60-70% sulle iniziative legislative nazionali. La Piccola Industria è già propositiva in questo senso e vuole dare sempre di più il suo contributo all’ideazione di una politica industriale europea».

Tempo fa riteneva necessario adottare un “piano shock” da 100 miliardi di euro per l’industria e il sistema Italia. È ancora di questo avviso?
«Sì, assolutamente. Non credo che si possa ottenere la crescita con micro-interventi capillari, continuativi. Ci vuole un provvedimento deciso, nella dimensione e negli indirizzi. Ho visto che anche il presidente di Confindustria Squinzi ha ripreso l’idea di un nuovo Piano Marshall, un provvedimento non solo per la ripresa ma per la ricostruzione. Quando, infatti, in un decennio si perdono 120 mila aziende manifatturiere, il 25% del nostro sistema produttivo, non si può pensare che a una ricostruzione».

Su cosa dovrebbe puntare l’Italia, durante il suo semestre di presidenza europeo, per rilanciare l’economia del Continente?
«L’Italia ha ereditato una situazione debitoria che non ci consente di investire sulle nostre prospettive di crescita. Ma per tutti i Governi il pagamento dei debiti è l’argomento all’ordine del giorno. Quando si concentrano le energie sul pagamento dei debiti, alla crescita si destina solo quello che resta. Non auspico assolutamente che si procrastini nuovamente la soluzione del pagamento dei debiti, ma ci vorrebbe un riallineamento degli spread, una definizione dell’unione bancaria, un’unione fiscale o almeno un equilibrio fiscale (come ha dimostrato il caso Electrolux, la convenienza fiscale polacca è molto penalizzante per l’Italia)».

Il nostro sistema delle imprese è pronto a ricominciare a crescere?
«L’export sta funzionando. In un sistema così poco competitivo come quello italiano, in cui la macchina pubblica sembra comprimere ogni possibilità di crescita, significa che ci sono imprese che riescono a dare grande valore aggiunto al loro prodotto e riescono a vendere il Made in Italy conseguendo risultati inaspettati. Siamo primi in Europa per quanto riguarda la capacità di esportare, superando addirittura la Germania. Le imprese rimaste, dunque, costituiscono un sistema produttivo incredibilmente propositivo e creativo. Purtroppo, in Italia più che in altri Paesi, il mercato interno è fortemente depresso. Ciò dipende principalmente dal fatto che il 53% del Pil è fatto da aziende che lavorano per lo Stato. Se lo Stato non compra e non paga alla fine mette in ginocchio metà del nostro sistema produttivo creando un circolo vizioso in cui la mancanza di liquidità deprime la capacità di acquisto».

Nonostante ritardi e mancanze, lei ha ancora fiducia nell’Europa? Pensa che possa ancora essere una forza propulsiva per il nostro Paese e le nostre imprese?
EUROPA-1«Io sono un europeista convinto. Non concepisco il nostro sistema produttivo fuori dall’Europa. L’idea che la svalutazione della moneta possa essere l’unico fattore competitivo ha il fiato corto. Possiedo un’azienda in Argentina per cui so cosa significa avere un’attività in un Paese al collasso con un’inflazione al 25%, chiuso nelle proprie frontiere per limitare quanto più possibile i danni e incapace di prendere misure espansive. Ora che anche la Francia e l’Olanda, altri due grandi Paesi (l’Olanda, pur essendo un Paese molto piccolo, esporta per oltre 416 miliardi) vivono una situazione simile a quella dell’Italia, forse si capirà che il benchmark non è quello che è riuscita a fare la Germania, ma quello che devono riuscire a fare i Paesi che hanno la necessità di riprendere a crescere. L’Europa fornisce una visione, degli indirizzi e, soprattutto, attraverso la Bce, può attenuare lo squilibrio, un euro troppo forte rispetto al dollaro, che la Germania non sta patendo, ma che danneggia le altre nazioni vocate all’export e interessate a conquistare i mercati extra-europei. L’Europa può risolvere molti dei nostri problemi, accelerando e rafforzando la sua azione. Probabilmente oggi abbiamo molti più alleati di prima, nel senso che qualche Paese si è scoperto più debole di quanto pensasse».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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