Bonomi: «Il vero problema è il “motore immobile”»

 Bonomi: «Il vero problema è il “motore immobile”»

Nel suo ultimo libro, Il capitalismo in-finito, il sociologo Aldo Bonomi ha indagato su cosa è cambiato rispetto agli anni del trionfo del modello della piccola e media azienda italiana rampante. La sua conclusione è che è cambiato tutto. Anche i dati del Censimento Istat 2011 confermano che l’epoca di quello che Bonomi ha chiamato “capitalismo molecolare” è finita e che si sta aprendo una nuova era.

capitalismo infinito

 

Bonomi, i dati del Censimento Istat sono sicuramente utili per uno come lei che indaga sulle imprese italiane.
«Ho apprezzato molto e trovo che sia molto utile per chi, come me, studia i territori e le imprese, il fatto che il Censimento sulle imprese del 2011, oltre ai dati economici, abbia cominciato un approfondimento che oserei definire antropologico sulla figura dell’imprenditore. I ricercatori dell’Istat hanno esaminato l’antropologia delle famiglie imprenditoriali, indagando il tema delicatissimo del passaggio generazionale».

A quali conclusioni ha portato questo lavoro di scavo da parte dell’Istat?
«Dobbiamo prendere atto, e i dati dell’Istat lo confermano, che quel meccanismo proliferante di capitalismo molecolare, dentro il quale era la famiglia a reggere tutto, attraverso le tre “c”: campanile, capannone, comunità, oggi non basta più. La famiglia come unico Dna ricombinante del fare impresa ha dato tutto quello che poteva dare. Adesso mi auspico che l’Istat continui il suo lavoro per capire come questo sistema di impresa proliferante, sia nel commercio sia nella manifattura, può essere in grado di reggere il cambiamento».

A suo parere, ci sono differenze territoriali nel rispondere a questo cambiamento?
«Da come la vedo io, ci sono tre dimensioni territoriali che rispondono in maniera diversa al cambiamento. Il mio lavoro di analisi sul territorio mi dice che al Sud hanno cominciato a capire di dover investire sul turismo e sulla modernizzazione del tessuto agricolo e agroalimentare. È grazie a questa intuizione che giovani soggetti hanno cominciato a fare impresa nel Mezzogiorno. Lungo l’asse Torino-Milano-Vicenza-Trieste è in atto un ragionamento molto profondo sulla metamorfosi del sistema, per capire come si può innovare con nuove strategie d’impresa. In quelle aree è in corso una riflessione critica sul modello di capitalismo territoriale. Nel Nord-Ovest, dove i numeri sono fermi, si è però capito che un certo ciclo fordista è finito e ha sedimentato alcuni processi dai quali ripartire. Il modello lombardo sta ragionando su come internazionalizzarsi al meglio. Anche nel Nord-Est è in atto un’interessante riflessione. Su quest’asse, Emilia-Romagna compresa, dunque, si sta ragionando sulla metamorfosi del sistema produttivo. L’area in cui, invece, io trovo che si sia ancora molto legati alla vecchia immagine dell’impresa familiare, del distretto produttivo, è il Centro, che, a mio parere, è più fermo».

Anche le singole imprese hanno reagito in modo diverso al cambiamento.
«Io divido le imprese italiane in “avanguardie agenti” – comprendenti sia le multinazionali tascabili sia gli innovatori -, che hanno reti lunghe e si stanno internazionalizzando, e in quelle che l’Istat chiama “imprese conservative” e che io definisco il “motore immobile”, aziende ferme soprattutto perché abituate alle reti corte del mercato interno. Il problema è che tendenzialmente preferiamo occuparci delle “avanguardie agenti” perché dà più soddisfazione raccontare di quelle imprese che hanno le reti lunghe, che innovano processi e prodotti. A mio parere, invece, bisognerebbe occuparsi del “motore immobile” perché, se perdiamo quel blocco di imprese “conservative”, non riusciremo più a essere il secondo Paese manifatturiero d’Europa. È questo il problema che avremo di fronte nei prossimi mesi e anni: come riuscire a innovare quel corpaccione immobile».

Come si possono aiutare le imprese “conservative” a innovarsi?
«Se la famiglia non basta più a innovare, l’obiettivo dovrebbe essere quello di regalare a ogni impresa, soprattutto quelle conservative, quello che io chiamo uno “smanettone”. Dobbiamo riuscire a intrecciare il saper fare delle piccole imprese, i cosiddetti “saperi contestuali”, con i “saperi formali”, posseduti da una genia di “smanettoni” (con tutti i nostri limiti, ne abbiamo in abbondanza e, peraltro, spesso sono disoccupati). Se riuscissimo a realizzare questo incrocio, che va oltre la famiglia, forse potremmo farcela».

Sono solo le imprese a dover cambiare?
«Ovviamente deve cambiare anche il contesto nel quale le imprese si trovano a operare. Il cambiamento deve riguardare non solo l’impresa, ma anche l’associazionismo, l’università, le Camere di commercio, le strutture di rappresentanza. Perché la metamorfosi del nostro sistema produttivo si compia con successo molto dipenderà anche dalla qualità di quello che io chiamo capitalismo delle reti, costituito dalle banche, dalle ferrovie, dalle reti in generale. Al vertice del capitalismo italiano ci sono un po’ di grandi gruppi (che ormai non sono tutti grandi) che si occupano di produzione di reti. Da questo punto di vista abbiamo dei deficit competitivi. Le rappresentanze (come le Camere di commercio) devono lavorare con il “motore immobile” per farlo diventare innovativo e competitivo. Lo stesso devono fare i Politecnici, le Università. Le banche, infine, devono cambiare anch’esse e acquisire una nuova logica per aiutare a innovare i “motori immobili”. Gli istituti di credito, ad esempio, ragionano solo in una dimensione di serie storica, per cui, non avendo la serie storica, non sono in grado di accompagnare i nuovi soggetti, come le start up».

Secondo lei è necessario anche che si riprenda a parlare di politica industriale?
«Bisogna mettere in campo un minimo di politiche pubbliche, keynesiane o non keynesiane. Dobbiamo cominciare a difendere la nostra caratteristica di essere un Paese manifatturiero. Sono anni che non ci sono politiche per le imprese degne di questo nome, che non siano Welfare. È un bene che in questi anni ci sia stata la cassa integrazione, ci ha permesso di reggere la crisi, ma non basta più. Dobbiamo cominciare ad avere una visione. Chi produce non chiede soldi, ma alla politica chiede che almeno abbia una visione».

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.