Cafiero: così si esporta il made in Italy

 Cafiero: così si esporta il made in Italy

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[dropcap]D[/dropcap]elocalizzare una parte della produzione conquistando nuovi mercati e senza depauperare il tessuto produttivo del proprio territorio sarebbe stato già un bel risultato. Alla Cafiero, azienda bellunese di seconda generazione, sono riusciti a fare qualcosa di più (che aziende molto più grandi non ci sono riuscite – o non l’hanno voluto – fare): esportare in Cina metodologie lavorative, con attenzione al capitale umano e ai diritti dei propri dipendenti, creando un’isola felice in un Paese che a volte non brilla per attenzione alle condizioni dei lavoratori.

Ma andiamo con ordine, ripercorrendo le tappe della storia di un’azienda che, dalla produzione di articoli promozionali, si è allargata in seguito al packaging e alle confezioni per gioielleria,bigiotteria di alta gamma e oggi si lancia nel mondo del fashion con un proprio brand.

La Cafiero viene fondata negli anni 80 per iniziativa di mamma Ester, la quale, dopo aver tirato su tre figli, aveva voglia di misurarsi con l’attività imprenditoriale.

Aldo Cafiero, amministratore delegato della Cafiero
Aldo Cafiero, amministratore delegato della Cafiero

Nei primi anni 90 le redini dell’azienda, che nel frattempo era cresciuta bene, passano al figlio Aldo Cafiero, imprimendo un notevole sviluppo alla ditta.

Di origini genovesi, i Cafiero, grazie ai propri contatti nel settore marittimo, si specializzano inizialmente nella produzione di articoli di gioielleria,borse e sacche sportive presentate come gadget promozionale e trasformate successivamente come prodotti venduti nelle boutique di bordo delle grandi navi da crociera come Tirrenia, Grimaldi e Costa Crociere.

Sulla scia della produzione di borse promozionali per fiere ed eventi, tra le quali realizzate per la Ray-Ban Italia (a quei tempi non ancora di proprietà della Luxottica), è naturale per la Cafiero, che opera nel distretto bellunese dell’occhialeria, inserirsi produttivamente in quell’ambiente, realizzando astucci per Safilo, De Rigo, Luxottica e i più importanti brand del settore.
«Il distretto dell’occhialeria – spiega Aldo Cafiero – ha avuto un lento e continuo sviluppo. I piccoli produttori hanno via via accresciuto le proprie dimensioni. Il grande salto c’è stato quando i più grandi produttori del settore hanno avuto la brillante idea di abbinare i marchi agli occhiali. Nel settore del packaging, come quello degli astucci per occhiali, si è assistito a un’evoluzione molto rapida dettata dalle regole del marketing. Gli astucci sono diventati un importante veicolo per vendere.  Se alla fine degli anni 80 esclusivamente gli occhiali da sole venivano venduti in un astuccio e quelli da vista proposti al cliente in una bustina di plastica trasparente, oggi la confezione viene curata in ogni minimo particolare, fornendo al cliente non solo l’astuccio ma un packaging completo di leaflet interno, cartellino, pellina per la pulizia delle lenti, scatola esterna, e, per finire, il classico shopper per esaltare il prodotto che viene inserito».

Gli affari vanno a gonfie vele fino a quando, alla fine degli anni 90, i costi di produzione (nonostante la forte automazione degli impianti) si fanno insostenibili e diventa schiacciante la concorrenza cinese.
«Solo il costo della materia prima acquistata in Italia – ricorda Aldo Cafiero  risultava più caro del prodotto finito importato dalla Cina».

Il rischio è quello di rimanere tagliati fuori, mentre i committenti si rivolgono ai produttori cinesi. Per fortuna, l’azienda bellunese si è fatta trovare pronta.
Aldo Cafiero parte alla volta della Cina e nel giro di qualche mese stringe una collaborazione con un’azienda cinese, collaborazione che durerà qualche anno, il tempo necessario per poter capire bene il mercato e individuare le logiche del mondo produttivo cinese.

«Questo, però, non mi bastava – dice Aldo Cafiero -. La nostra azienda, infatti, è specializzata nella produzione di astucci per grandi marchi, al fine di soddisfare le loro aspettative nel 2008, ho pensato, dunque, di creare un’azienda in Cina con capitale esclusivamente italiano, senza partner locali, riservando grande attenzione alla qualità e alla riservatezza. La nostra scelta è stata molto apprezzata dai clienti. Abbiamo lasciato in Italia le produzioni di alta gamma e questo ci ha permesso di passare assolutamente indenni questo momento difficile senza ridurre il personale italiano, realizzando una  produzione livellata ai costi del mercato cinese».

Grande attenzione viene posta al rispetto delle leggi e normative locali. L’adesione al fondo pensionistico scatta automaticamente al momento dell’assunzione del dipendente; a tutela ulteriore del proprio personale, ogni dipendente gode di un’ulteriore assicurazione anti-infortunio stipulata con uno dei più grandi gruppi assicurativi cinesi. Sono concessi tredicesima e premi di produzione, gli stipendi vengono adeguati ogni anno sulla base dell’aumento del costo della vita. Viene posta grande attenzione alle attività di team-building, che hanno espressione massima nella festa che ogni anno si svolge in occasione del Capodanno cinese, evento cui partecipano tutti i dipendenti senza distinzione di ruolo. Questo fortissimo impegno per fidelizzare il personale è testimoniato da un turnover bassissimo.

«Da quest’anno – aggiunge Aldo Cafiero – usciremo sul mercato con un marchio nostro. Realizzeremo un prodotto di pelletteria, una borsa di alta gamma totalmente prodotta in Italia, utilizzando pelli pregiate e materiali di alta qualità. Attualmente stiamo lavorando sul lancio del marchio. La prima collezione sarà disponibile al pubblico nell’Autunno/Inverno 2015, in negozi selezionati e on-line».

Questa è anche la ricetta che un campione del made in Italy come Aldo Cafiero suggerisce per far uscire dalla crisi il nostro sistema imprenditoriale basato sulle piccole e medie imprese. «La situazione è estremamente difficile. Noi imprenditori non dobbiamo adagiarci nella comoda posizione del “contoterzista”, producendo in base alle istruzioni dei grandi marchi. Io, per fortuna, ho sempre realizzato prodotti miei che poi sono stati acquistati dai marchi, ai quali li ho concessi in esclusiva e coperti da brevetti, ma ci sono tantissime aziende che ogni mattina attendono dai committenti prodotti da cucire o da montare, ma che non sono in grado di inventare qualcosa in proprio. Purtroppo, soprattutto in Veneto, abbiamo sempre avuto un tessuto imprenditoriale formato da aziende che si limitavano ad attuare progetti altrui. Queste aziende oggi non hanno nessuna possibilità di sopravvivere. Realizzare un prodotto proprio, o anche mettere a disposizione di altri una propria tecnologia, questa è l’unica strada per poter sopravvivere nel manifatturiero di oggi».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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