CGIA – Credito alle imprese: segnali positivi, ma solo per pochi (il 2%)

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Mentre i principali istituti di credito italiani sono impegnati nelle complesse partite di acquisizione che stanno ridisegnando gli equilibri del sistema bancario nazionale ed europeo, sul fronte dell’economia reale continua a consumarsi una silenziosa penalizzazione ai danni delle micro e piccolissime imprese italiane. È vero: nell’ultimo anno1 gli impieghi vivi2 destinati all’intera platea delle attività produttive presenti nel nostro Paese sono aumentati, registrando un incremento complessivo di 9,7 miliardi di euro, un trend positivo che ormai dura dalla metà del 2025 (vedi Graf. 1). Ma dietro questo dato apparentemente positivo si nasconde una realtà ben diversa. Ad assorbire interamente le nuove risorse sono state le aziende con più di

20 addetti, che, tra marzo 2026 e lo stesso mese del 2025, hanno beneficiato di maggiori finanziamenti per 14,5 miliardi di euro. Al contrario, le imprese di minori dimensioni – quelle con meno di 20 addetti – hanno visto ridursi il credito disponibile di 4,7 miliardi. Non si tratta di una semplice redistribuzione fisiologica degli impieghi bancari. Il problema è che a essere escluse dal sostegno creditizio sono proprio quelle realtà che rappresentano la spina dorsale del sistema produttivo italiano: ricordiamo che i lavoratori autonomi, gli artigiani, i piccoli commercianti e le micro imprese costituiscono il 98 per cento delle aziende presenti nel Paese e, al netto degli occupati nel pubblico impiego, danno lavoro a oltre la metà degli italiani. Di fronte a questi numeri, viene spontaneo chiedersi se il sistema bancario, sempre più concentrato nelle grandi operazioni di finanza straordinaria, non stia progressivamente smarrendo la propria funzione originaria: accompagnare e sostenere chi crea lavoro, ricchezza e coesione sociale nei territori. Perché se il credito torna a crescere, ma continua a non raggiungere chi ne avrebbe più bisogno, il rischio è quello di alimentare un’economia a due velocità, nella quale i piccoli restano sempre più ai margini. A denunciarlo è l’Ufficio studi della CGIA.

I prestiti in aumento in Sicilia, Calabria e, in particolare, nel Lazio

Se analizziamo la situazione a livello territoriale, osserviamo che 11 regioni su 20 hanno continuato a subire una flessione nell’erogazione del credito alle imprese. Le contrazioni più significative hanno interessato la Valle d’Aosta -281,3 milioni di euro (-15,2 per cento), la Liguria con -678,4 milioni (-5,7 per cento) e la Sardegna, con -231,5 milioni (-2,9 per cento). In termini assoluti, la riduzione più marcata si è registrata in Veneto, che ha visto scendere gli impieghi di quasi 1,5 miliardi di euro (-2,4 per cento). Diversamente, le regioni che hanno registrato gli aumenti più significativi dei prestiti alle imprese sono la Sicilia con +578,9 milioni (+3,3 per cento), la Calabria con +264,2 milioni (+5) e, in particolare, il Lazio con +7,3 miliardi di euro (+11,5).

Crescite top a Vibo Valentia, Terni e, in particolare, Roma

A livello provinciale, tra le 102 realtà geografiche monitorate, 59 hanno subito una riduzione degli impieghi vivi alle imprese. Le situazioni più critiche hanno interessato Aosta con una flessione pari a 281,3 milioni di euro (-15,2 per cento), Lodi con -248,7 (-9,4) e Asti con -136,1 (-8,9). Per contro, i territori dove la variazione è stata maggiormente positiva sono stati Vibo Valentia con +42,8 milioni di euro (+11,1 per cento), Terni con +201,7 (+13,1) e Roma con +7,5 miliardi (+13,5).

Perché il credit crunch “colpisce” i piccoli?

Prima di tutto, la persistente contrazione degli impieghi vivi destinati alle micro e piccole imprese non può essere interpretata come un fenomeno congiunturale o riconducibile a specifiche strategie commerciali dei soggetti creditizi. Si tratta, piuttosto, dell’esito di trasformazioni strutturali che hanno interessato il sistema bancario, il quadro regolamentare e il contesto macroeconomico negli ultimi anni. Un primo elemento riguarda i modelli di valutazione del merito creditizio. Le microimprese presentano mediamente una maggiore volatilità dei flussi di cassa, livelli di patrimonializzazione più contenuti e una più elevata esposizione alle oscillazioni del ciclo economico. In presenza di un contesto caratterizzato da elevata incertezza, tali caratteristiche tendono a tradursi in un peggioramento dei parametri di rischio utilizzati dagli intermediari, determinando un irrigidimento delle politiche di erogazione proprio nei confronti delle realtà imprenditoriali di minori dimensioni.

A ciò si aggiungono gli effetti della disciplina prudenziale introdotta con gli accordi di Basilea III e da altre misure introdotte successivamente. L’assorbimento di capitale richiesto a fronte delle esposizioni considerate più rischiose incide direttamente sulla redditività delle operazioni di finanziamento. I prestiti alle microimprese, in ragione del loro profilo di rischio generalmente più elevato, comportano un maggiore impiego di capitale regolamentare. Questo orienta gli intermediari verso segmenti di clientela caratterizzati da una migliore qualità creditizia e da maggiori volumi operativi. Un ulteriore fattore riguarda la struttura dei costi bancari. Le attività di istruttoria, valutazione, monitoraggio e gestione amministrativa di un affidamento presentano una componente prevalentemente fissa, indipendente dall’ammontare del finanziamento concesso. Poiché le esigenze finanziarie delle microimprese sono generalmente contenute, il rapporto tra costi operativi sostenuti e ricavi attesi risulta meno favorevole rispetto a quello associato ai finanziamenti di importo più elevato. Ne deriva una minore convenienza economica dell’operazione, con effetti penalizzanti per il segmento delle imprese di piccolissima dimensione.

Infine, non va trascurato il profondo processo di trasformazione che ha interessato il sistema bancario italiano nell’ultimo decennio. La progressiva concentrazione del settore e la significativa riduzione della rete territoriale hanno indebolito il tradizionale modello fondato sulla conoscenza diretta dell’imprenditore e sulla valutazione di elementi qualitativi non sempre rilevabili dai bilanci. Oggi, i grandi gruppi bancari operano attraverso processi decisionali maggiormente standardizzati, basati su sistemi di rating interni e di modelli automatizzati che tendono a privilegiare la disponibilità di informazioni strutturate e storicizzate. Un approccio che, inevitabilmente, può risultare meno favorevole alle microimprese, spesso caratterizzate da assetti organizzativi più semplici e da una minore formalizzazione dei processi gestionali.

Non bisogna trascurare la diminuzione della domanda di credito

Un altro fattore riguarda le minori esigenze di finanziamento, ovvero il calo della domanda di credito avanzata dalle aziende di piccola dimensione: molte di queste, infatti, hanno ridotto gli investimenti in capitale fisso dopo la fase di sostegno pubblico legata alla pandemia e hanno sfruttato le risorse interne per coprire esigenze di breve periodo. Pertanto, la maggiore incertezza economica e la propensione alla prudenza degli imprenditori hanno portato a una riduzione delle richieste di prestito, specie per investimenti a lungo termine che, almeno in parte, spiegano il calo degli impieghi vivi in corso in questi ultimi anni nei confronti delle imprese. Un trend che ha cambiato segno a partire dall’inizio del 2025, ma è tornato nuovamente sul quadrante negativo a partire dal secondo trimestre di quest’anno.

Per le imprese con meno di 20 addetti, in tutte le regioni e anche nelle province gli impieghi sono scesi. L’unica eccezione è Cremona

Se a livello regionale sono Valle d’Aosta (-30,4 milioni di euro pari a – 11,1 per cento), Marche (-220,9 pari a -7,7) e Liguria (-172 pari a – 7,5), le realtà provinciali più penalizzate dal taglio dei prestiti alle imprese con meno di 20 addetti si sono verificate ad Aosta (-30,4 milioni pari a -11,1 per cento), Como (-93,6 milioni pari a -10,5) e Imperia (-38,9 milioni pari a -10,1). Tra tutte le province prese in esame in questo approfondimento, solo Cremona ha registrato un segno positivo (+9,3 milioni pari a +0,7 per cento).

1 Marzo 2026 sullo stesso mese del 2025.

2 Consistenze al netto delle sofferenze.