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Come l’utilizzo della blockchain nell’agrifood produce valore economico e fiducia nel consumatore

Benché oggi se ne parli molto, in particolare in rapporto al mondo delle criptovalute, il concetto di blockchain esiste dal 1991.
Negli ultimi tre anni l’uso di questa tecnologia (data sostanzialmente da un sistema di record collegati e consecutivi, protetti dalla crittografia) ha assunto notorietà per il grande interesse riscosso nelle diverse industries (trasporti, retail, industria, sanità, alimentare,..), per la capacità di attivare processi di disintermediazione in ambito creditizio (che mettono a rischio istituti e piattaforme che, come Paypal, esercitano evidenti monopoli), per l’interesse non minore di molti governi mondiali nonché per la corsa all’adeguamento normativo che ha spinto i decisori a interrogarsi sulle future applicazioni e implicazioni del sopravvento di questa tecnologia.

E proprio alcuni di questi ultimi, con il Giappone in prima fila, hanno posto attenzione a come blockchian potrebbe sventare le frodi alimentari e garantire maggiori standard qualitiativi e sanitari nel settore della produzione, finanziando progetti in partnership con dall’aziende tecnologiche e università.

In Italia di blockchain nell’agroalimentare si parla sempre di più proprio per la comprovata capacità di questa tecnologia di permettere un riconoscimento del valore e della qualità/quantità della materia prima alla fonte e durante i passaggi di filiera, garantendo in completa trasparenza la tracciabilità della catena di produzione e trasformazione, fase dopo fase, dei prodotti agricoli destinati all’alimentazione. Il tracciamento inizia dalla coltivazione delle materie prime, continua nella trasformazione in prodotto finito, fino al confezionamento, alla distribuzione e alla vendita dei prodotti e certifica la filiera dal campo alla tavola, rilevando e dando visibilità a caratteristiche, provenienza territoriale e ciclo di trasformazione.
Ed l’applicazione dell’IoT nei passaggi di filiera che permette di rilevare quel patrimonio informativo che, a vari livelli, permette all’imprenditore agricolo di costruirsi una competitività originata da:

  • vantaggi funzionali (possibilità di negoziare premium prices, compliance e maggiori possibilità di vendita ed export del proprio prodotto, sicurezza, tracciabilità e rintracciabilità dei lotti, efficientamento dei processi produttivi)
  • vantaggi di status (reputazione, riconoscibilità, vicinanza a valori importanti per i clienti e gli stakeholder,..)

Se la blockchain è destinata a stravolgere e ottimizzare i processi produttivi e distributivi, questa si candida anche come elemento strategico di comunicazione verso il consumatore, in virtù dell’aumentata capacità dei brand che la utilizzano di trasferire valori e fiducia ad un consumatore sempre più critico, attento a come consuma e a come i propri consumi si ribattono sull’economia, garantendo la solidità dei mercati locali e sull’ecosistema, producendo o evitando problematiche che ritornano inevitabilmente nella sua quotidianità.

Ma come l’utilizzo della blockchain si introduce nella costruzione della fiducia?
Per l’agricoltore, la fiducia e il riconoscimento del valore è un tema di confronto già molto prima che il prodotto arrivi sullo scaffale del supermercato con la sua carta d’identità che ne certifica la provenienza: a livelli intermedi di filiera, infatti, ogni produttore che si approvvigiona di materie prime conosce le caratteristiche e i requisiti di aderenza alle normative di prodotti e semilavorati in entrata e può decidere di applicare delle policy di selezione basate sulla conformità degli stessi a criteri specifici che rispondono, es. a valori del brand.
E questo poiché l’aumento di trasparenza, rende la fiducia (data da tracciabilità, rintracciabilità e compliance normativa) un elemento ancora più centrale per la competitività anche per i produttori che si affacciano a mercati internazionali, dove l’ingresso delle merci richiede la possibilità di evidenziarne l’origine e il trattamento in modo molto dettagliato.

Trasparenza=più sicurezza e compliance=più comunicazione= più fiducia=più competitività: potere degli OpenData, è questa la nuova regola che traina la brand reputation nel settore agroalimentare che affronta una trasformazione tecnologica epocale.

Se l’elemento fiducia è fondamentale nella comunicazione con il consumatore, risulta chiaro come tutte le definizioni legate all’origine, come il Made in Italy, sono destinate a beneficiare di questa novità, traendone valore economico.
Perché? Si pensi ad un territorio che rispetta una serie di regole in materia di produzione e trasformazione del prodotto che se li ritrova sul proprio mercato in versione contraffatta, immessi da operatori esteri a prezzi inferiori: il tema della contraffazione e delle frodi, infatti, è una piaga del mercato alimentare cresciuta con la globalizzazione.

Oltre ad un tema di valorizzazione delle produzioni locali, tutto il settore è di fronte ad un oggettivo tema economico molto forte, per altro quantificato dalle stime fatte dal Global Food Safety Initiative, che dichiara come le frodi alimentari costerebbero al comparto fino a 40 miliardi di dollari all’anno (in particolare oggi il valore d’affari della contraffazione è di 600 miliardi di dollari su scala globale e solo per l’Italia la contraffazione dei nostri cibi raggiunge la cifra di 65 miliardi).

L’importanza di trasmettere fiducia e proteggere i consumatori è anche testimoniato dallo sforzo dell’UE nel contrasto al dumping, tema europeo di largo interesse che, ad esempio, ha portato la Commissione a correre ai ripari varando, su richiesta di molti produttori degli stati membri, delle misure ad hoc e organizzandosi per investigare con metodi sempre più precisi provenienza e flussi di ingresso sul territorio Europeo di questi prodotti.
Tutti gli stakeholder di settore, industriali e istituzionali, sono ai nastri di partenza per comprendere e far propria questa trasformazione, dai Governi alla GDO, dai big (tra cui Unilever, Walmart e Nestlé), ai coltivatori diretti.

E una nota è da dedicare a questi ultimi, ai quali sono peraltro destinate le app per la tracciabilità prodotte da start up che proliferano nel settore FoodTech e che operano con il supporto di Università e investitori provenienti da tutto il mondo.

Già, perché consegnare il proprio campo alla tecnologia e le proprie pratiche quotidiane e tradizionali in nome dei benefici della Open Innovation, anche questo richiede un grande conferimento di fiducia, coinvolgimento culturale e un impegno economico che spesso costituisce una barriera all’adozione della tecnologia. Un buon modo di accompagnare questa crescita di fiducia sta forse nell’evidenziare, all’interno di questa value proposition così complessa, i vantaggi funzionali che derivano, da un potenziale efficientamento dei costi e dei processi legati alla produzione, dal beneficio dato dal controllo del prodotto ma soprattutto dalla maggiorata possibilità di venderlo a condizioni vantaggiose ai livelli successivi di filiera.

Siamo quindi di fronte ad una chiara manifestazione di quanto anche nel futuro la reputation e la competitività di un’azienda dipenderanno molto dalla sua capacità di rinnovare i suoi processi, informare, e comunicare mettendo al centro i valori percepiti da consumatori e stakeholder.

Daniela Bavuso

Daniela Bavuso

Co-Founder at MAKE A PLAN - makeaplan.io

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