Come si affronta la digital disruption?

 Come si affronta la digital disruption?

Agostino Santoni dal dicembre 2012 è l’Amministratore Delegato di Cisco Italia. Santoni, che ha 46 anni, ha maturato una profonda esperienza manageriale nel settore ICT ed è membro del Consiglio Generale di Confindustria Digitale. È quindi la persona più indicata per spiegare l’impatto della digitalizzazione sulle nostre imprese.

Dal suo punto di vista privilegiato, il tessuto imprenditoriale italiano è pronto ad affrontare il processo di digital disruption necessario per l’Industria 4.0? E in cosa consiste tale processo?
Nell’insieme, le imprese italiane hanno preso consapevolezza dell’impatto che può avere la digitalizzazione – o la mancata digitalizzazione – sui loro processi operativi e di business. Alcuni mesi fa abbiamo diffuso un’indagine che ha coinvolto anche le aziende manifatturiere italiane ed il 79% degli intervistati ritiene che la digital distruption avrà un peso significativo sulla sua azienda; in questa ricerca sono anche individuate abbastanza chiaramente le tecnologie abilitanti ed è interessante notare che le tecnologie digitali pure – cloud, IoT, analytics – sono ritenute più importanti di altre che sono più tipicamente associate alla manifattura come la robotica, la stampa 3D. Detto questo, anche se il numero di aziende con progetti “smart manufacturing” in atto è in crescita – come confermato recentemente anche dall’Osservatorio del Politecnico di Milano dedicato a questo tema – c’è un percorso importante da compiere, nel quale, oltre alla capacità tecnologica e di ricerca, contano soprattutto fattori umani: competenze, collaborazione, sviluppo del capitale umano. La trasformazione digitale nell’industria, infatti, non si riduce alla sola integrazione di tecnologie IT e operative: questo fattore “materiale” apre una finestra di opportunità che si estende all’organizzazione aziendale, alla gestione del business, alla creazione di nuovi potenziali flussi di ricavo e innovazione.

Quali sono i principali ostacoli allo sviluppo pervasivo dell’economia digitale nel nostro Paese e cosa fare per superarli?
Il nostro Paese sconta un ritardo di tipo infrastrutturale, sul quale si stanno comunque facendo importanti passi avanti, ed una difficoltà di tipo culturale legata alla diffusione sia di competenze digitali specialistiche, sia di competenze di e-leadership – intesa come la capacità di guida della trasformazione digitale data da una solida comprensione di scenari sempre più complessi, perché composti da fattori sempre più numerosi e interconnessi. Alla creazione di “strade” deve corrispondere la possibilità di sfruttarle in tutta la loro capacità. Per questo, da un lato va favorita in tutti i modi possibili la diffusione nella nostra industria di competenze tecnologiche aggiornate sugli scenari di oggi e domani, dall’altro va sviluppata la possibilità di costruire innovazione in modo collaborativo, mettendo a fattore comune le risorse presenti nei nostri territori, così da creare ecosistemi solidi che accelerino la trasformazione: ecosistemi che uniscono imprese, realtà innovative, poli di eccellenza di ricerca, scuola, università e istituzioni.

Quali i vantaggi reali del digitale in azienda?
Il digitale in azienda porta vantaggi molto concreti, oggi più che mai, perché oggi le aziende hanno a disposizione a un costo esponenzialmente inferiore al passato e con una semplicità di accesso molto superiore tecnologie estremamente potenti. Il cloud è un esempio perfetto: consente di usufruire di soluzioni, applicazioni, intere infrastrutture volendo, con una modalità scalabile e flessibile rispetto a esigenze e costi – permettendo anche ad una piccola azienda di servirsi di strumenti di altissimo livello, che in passato potevano non essere alla sua portata. Andando più specificamente ad analizzare l’aspetto produttivo, a partire dalla sensoristica, l’Industrial Internet of Things può abilitare efficienze in processi che fino a poco tempo fa sembravano immutabili: penso ad esempio a tutto il tema della manutenzione, che può oggi essere realizzata in maniera molto più efficace a livello preventivo e predittivo, grazie alla possibilità di raccogliere, analizzare, storicizzare e trasformare in informazioni dati provenienti dalle più diverse fonti. Si hanno così meno interventi inaspettati, meno fermi produttivi, meno necessità di inviare personale sul posto. In questo modo, poi, una manutenzione efficace può essere offerta come servizio anche da remoto: per un costruttore di macchine come i nostri, che vende per la gran parte all’estero, questa è una opportunità senza precedenti per unire all’offerta di prodotto una offerta di servizio.

I percorsi di trasformazione digitale presentano anche dei rischi?
I rischi sono gli stessi di qualsiasi trasformazione che non venga affrontata con una visione chiara e una analisi attenta delle proprie specificità ed esigenze. È molto importante in questo senso che le aziende possano essere accompagnate nel percorso da partner che sappiano supportarle a livello strategico e non soltanto operativo, così come è una strada molto valida quella di guardarsi intorno e cercare un contatto con realtà innovative che stanno lavorando sugli stessi problemi che l’azienda vorrebbe risolvere con una maggiore digitalizzazione o sulle stesse opportunità che essa vorrebbe cogliere.

Le tematiche dell’Industria 4.0, come lei accennava prima, si adattano anche al nostro tessuto imprenditoriale costituito nella maggior parte dei casi da PMI?
Nel concetto di Industria 4.0 sono riassunti molti elementi diversi e i discorsi che si fanno hanno un reale valore solo se si affiancano agli scenari macroeconomici gli scenari locali. Per questo ritengo che quando in Italia parliamo di Industria 4.0 dobbiamo parlare di un percorso nostro, specifico, che tenga in conto ma non aderisca passivamente a modelli che hanno avuto successo in altri Paesi. Le nostre PMI hanno la grandissima opportunità attraverso il digitale di proiettare la propria eccellenza su mercati più ampi; l’eccellenza artigianale può recuperare spazi importanti in un mondo in cui grazie al digitale la produzione su piccola scala, la personalizzazione sono ulteriormente facilitate dalla tecnologia. Gli esempi possono essere tanto diversi quanto diverse sono le nostre aziende. A maggio, in un evento che abbiamo organizzato in apertura della fiera SPS IPC DRIVES, avevamo sul palco con noi un’azienda che produce una a una, a mano, macchine da caffè professionali; un’azienda meccanica; un’azienda che realizza soluzioni di automazione per laboratori di analisi cliniche; un’azienda di industria pesante. Tutte e quattro avevano da raccontare il loro percorso di trasformazione digitale.

L’utilizzo delle tecnologie IoT nell’ambito industriale interessa tutti i settori produttivi, o ce ne sono alcuni più adatti a recepire le nuove tecnologie?
Se lo intendiamo come introdurre connettività e intelligenza nei componenti di un processo produttivo, certamente l’Internet delle Cose è un fenomeno che interessa tutti i settori. Chiaramente il settore delle macchine industriali, dell’automazione, è quello in cui queste tecnologie trovano oggi la più vasta applicazione, in ottica Industrial Internet of Things; la connettività e la capacità di trasformare le macchine in fonti di dati da elaborare e trasformare in informazioni operative grazie alla sensoristica evoluta e alle analytics – con tutti i vantaggi in termini di conoscenza, efficienza e produttività che se ne possono trarre – stanno diventando un fattore da integrare in partenza nell’offerta. Ma l’Internet of Things è rilevante anche per tutti i processi che stanno intorno alla produzione: ad esempio la gestione della logistica, i trasporti, e tanti altri processi che sono parte integrante dell’attività di impresa in qualsiasi settore.

Cos’è l’IoT secondo Cisco?
L’Internet of Things è la trasformazione del “mondo” in cui siamo tutti immersi in un ambiente interconnesso, in cui l’intelligenza è diffusa e non centralizzata, ed è possibile raccogliere dalla realtà una varietà e quantità di dati senza precedenti – che possono essere elaborati in modo sempre più efficace per trasformarsi in informazioni utili a prendere migliori decisioni, per trovare nuove correlazioni in grado di scatenare l’innovazione, per avere più efficienza e produttività. Noi per molto tempo abbiamo parlato di Internet “di tutte le cose” perché in effetti l’IoT è la parte di un tutto ancora più ampio e complesso, che include le cose, i processi, le persone: in questa possibilità di interconnessione abbiamo individuato un vastissimo potenziale economico, che abbiamo misurato ed è nell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari a livello globale. L’IoT è la base del nuovo scenario tecnologico in cui ci stiamo inoltrando.

Lei ha affermato che, per fare fronte a un cambiamento profondo come la trasformazione digitale nel settore industriale, è fondamentale mettere a fattore comune competenze e risorse, lanciando la open innovation. Può spiegarci in cosa consiste e quali vantaggi apporta?
Open innovation è un concetto molto vasto. Fondamentalmente è un approccio al processo di innovazione che si basa sulla collaborazione e sul riconoscimento che, con il ritmo con cui procede l’evoluzione tecnologica oggi, non si può pensare di vincere dal chiuso dei propri laboratori di ricerca, con processi di tipo totalmente proprietario. In una economia sempre più interconnessa gli stimoli per il cambiamento, le idee, le domande del mercato che hanno impatto sulle aziende provengono da direzioni molto diverse ed è necessario mettersi in ascolto e in connessione con un ecosistema molto più vasto che in passato. Mettere a fattore comune competenze e risorse significa proprio questo: significa valorizzare la rete in cui le aziende e le persone oggi sono immerse e creare modi che consentano, ad esempio, a chi sta cercando una strada per trasformare i propri processi o risolvere un problema specifico di entrare in contatto con chi, dall’altra parte, ha in mano una possibile soluzione o sta andando nella stessa direzione. I vantaggi sono molti: uno fra tutti, poter accelerare il cambiamento.

Parlare di open innovation in una grande multinazionale come Cisco è un conto, farlo in una PMI manifatturiera, forse, è un altro discorso, non crede?
Se noi insistiamo così tanto sul concetto di open innovation è proprio perché riconosciamo che ciò che abbiamo deciso di fare al nostro interno – con una profonda trasformazione anche organizzativa e di gestione – può essere fatto anche in realtà diversissime dalla nostra. Proprio la PMI manifatturiera, sottoposta alla pressione del mercato e della trasformazione tecnologica, può trovare un grande potenziale nell’inserimento in una rete volta all’innovazione. Di per sé questo fare rete non è un concetto lontano dalla nostra cultura imprenditoriale, se facciamo il confronto ad esempio con la logica dei distretti, che sono proprio reti territorialmente definite in cui la collaborazione di filiera ha permesso uno sviluppo di eccellenze e di capacità competitiva. Aprire ulteriormente queste filiere con un grande apporto di tecnologia, attraverso una collaborazione stabile e orientata al risultato con le realtà che fanno innovazione e ricerca, è una opportunità da non perdere.

Lei ci tiene a sottolineare che la nuova rivoluzione industriale non è soltanto machine-centric, ma sarà people-centric. Vuole spiegarci cosa significa?
Mettere al centro la persona è inevitabile in un contesto in cui la rivoluzione nasce dalla crescente capacità di interconnessione e di interpretazione di una realtà sempre più complessa e ricca di dati. L’adozione di tecnologie sempre più potenti per certi versi può “livellare” il campo, offrendo potenziale di crescita a tutti: ma è nel modo in cui questo potenziale viene compreso e poi dispiegato che risiede la differenza, e chi può fare la differenza sono le persone che lavorano nelle aziende, che le guidano. Per questo è fondamentale investire nella trasformazione e diffusione delle competenze.

Se è vero che le imprese di domani saranno prevalentemente aziende digitali, bisognerà anche ripensare il modo di lavorare. Si aprirà la strada allo smart working nel nostro Paese?
Scegliere lo smart working significa scegliere di concepire e organizzare il lavoro delle persone in una ottica di obiettivi e di flessibilità. In questo senso la maggiore digitalizzazione dei processi e degli ambienti di lavoro semplifica il cambiamento di mentalità: offre modelli molto concreti per cambiare, il primo dei quali di fatto già sta nelle nostre tasche ed è uno smartphone. Per le giovani generazioni in particolare la possibilità di essere ovunque, in qualunque momento, di interagire con il proprio mondo si estende anche al mondo lavorativo, ed è qualcosa di cui le aziende devono assolutamente tenere conto per creare un dialogo “intergenerazionale” che sia produttivo.

Lo scorso gennaio Cisco ha presentato il piano di investimento “Digitaliani” che mette a disposizione del nostro Paese 100 milioni di dollari in tre anni. Ci può spiegare in cosa consiste?
Il piano Digitaliani è un grande impegno che abbiamo voluto prendere, in collaborazione con il Governo, per accelerare la digitalizzazione nel nostro Paese, affrontando gli snodi chiave per la sua trasformazione digitale: le competenze, lo sviluppo dell’ecosistema di innovazione, la digitalizzazione nei settori produttivi chiave e nella pubblica amministrazione, la trasformazione per le infrastrutture strategiche quali possono essere trasporti e utility. Sulla base del lavoro fatto a supporto delle imprese, delle persone e del settore pubblico in tutti gli anni della nostra presenza in Italia – siamo qui dal 1994 – da quando abbiamo annunciato il piano il 19 gennaio scorso stiamo lavorando con grandissima intensità per coinvolgere in questo progetto più interlocutori possibile e dare risultati. Ad esempio, per quanto riguarda il tema della formazione, abbiamo firmato un accordo con il MIUR per rafforzare la presenza delle nostre Networking Academy nelle scuole: questo è molto rilevante anche per il mondo dell’industria, perché nelle scuole tecniche e professionali si formano i lavoratori di domani ed è importante che abbiano la possibilità di acquisire in partenza anche competenze legate alla digitalizzazione del lavoro – con corsi che vanno dalla cybersecurity alle tecnologie per l’Industria 4.0. Sempre restando in ambito industriale, abbiamo avviato progetti di digitalizzazione con 10 aziende italiane molto diverse fra loro; stiamo lavorando per la co-innovazione attraverso la collaborazione con acceleratori – quali HFarm ad esempio – lanciando dei piani specifici per portare a sviluppo idee innovative in settori chiave quali l’IoT, il food, il retail.

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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