Con le startup i giovani imparano a fare impresa

 Con le startup i giovani imparano a fare impresa

Al Polo Tecnologico di Pavia si è parlato del futuro del nostro sistema produttivo: business model innovativi portati avanti da imprenditori in erba che ci credono fino in fondo.

Gli ingegneri italiani sono “top of the world” e costano meno degli indiani. Abituati come siamo ad auto-flagellarci imputandoci tutti i difetti del mondo, una notizia come questa dovrebbe farci sobbalzare sulla sedia e monopolizzare le aperture di tutti i tigì nazionali. Soprattutto perché a esprimere un giudizio così lusinghiero sui nostri ingegneri è stato Amit Chawla, l’attuale ceo di Funambol (società californiana con centro di R&D in Italia che offre servizi di personal cloud per operatori telefonici).

Secondo Amit Chawla, manager di startup, gli ingegneri italiani sono "top of the world" e costano meno di quelli indiani.
Secondo Amit Chawla, manager di startup, gli ingegneri italiani sono “top of the world” e costano meno di quelli indiani.

 

Ieri sera Chawla è venuto a raccontare la sua esperienza (prima di Funambol, ha preso in mano tre startups – NextVerse, Veras, Agito – di cui non era il fondatore; quindi è un manager di startup, che è una figura – per ora – abbastanza insolita nel panorama italiano) alle startup che sono incubate all’Acceleratore del Polo Tecnologico di Pavia, durante l’evento dal titolo “Fare Startup”, organizzato dall’associazione culturale “Progetto Pavia” in collaborazione con il Comune di Pavia e la fondazione Mind the bridge. Ospiti, oltre a Chawla, Gianluca Dettori (ceo Dpixel), il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo, Alberto Onetti (chairman di Mind the bridge foundation).

L’innovativa realtà pavese, che unisce all’offerta di spazi e tecnologie per le aziende che intendono insediarsi nelle sue strutture, l’opportunità di contatti e partnership per moltiplicare le possibilità di impresa e lo sviluppo dell’attività imprenditoriale, è stata la degna cornice di un incontro dedicato alle startup, realtà innovative per definizione. Come ha sottolineato il sindaco di Pavia Alessandro Cattaneo, infatti, nella sua stessa genesi il Polo Tecnologico rappresenta una novità assoluta nel panorama italiano: il Polo, infatti, guidato da Durabo Spa, non ha ricevuto fondi pubblici a dimostrazione, come ha sottolineato Cattaneo, che, più dell’erogazione di finanziamenti statali, è la mentalità giusta a decretare il successo di un’iniziativa come quella realizzata a Pavia, città che, anche grazie all’impegno dello stesso sindaco, è in prima fila per incentivare il fenomeno startup.

L'intervento del sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo
L’intervento del sindaco di Pavia, Alessandro Cattaneo

 

Durante l’affollato incontro, Gianluca Dettori, fondatore e presidente di Dpixel, società di venture capital nel settore hi-tech, ha raccontato la sua storia professionale, dai primi anni in Olivetti dove ha curato tutto il lancio di Italia Online, alla creazione di Vitaminic, piattaforma per la distribuzione di musica digitale, fino al suo ruolo di venture capitalist e finanziatore di startup innovative.

Alberto Onetti, Chairman di Mind the Bridge Foundation, la fondazione californiana che supporta lo sviluppo dell’imprenditorialità in Italia, ha messo in campo la sua vasta esperienza nel campo della formazione e consulenza per imprese e banche sui temi della pianificazione strategica e della finanza per descrivere cosa (al di là di una certa sovraesposizione mediatica che rischia di creare una “bolla” di chiacchiere sul fenomeno delle startup) vuol dire essere uno startupper e che cosa noi italiani dobbiamo apprendere dal modello americano di fare impresa.

A fine serata, gli astanti avevano le idee più chiare su cosa vuol dire essere una startup, nel bene e nel male.

Dettori e Onetti, infatti, non hanno nascosto il “dark side” delle startup. “Sangue, sudore e lacrime” – per utilizzare la felice sintesi del fondatore di Dpixel – spesso vengono ripagati con un insuccesso (che in Italia è vissuto come una sconfitta di cui vergognarsi, mentre negli Usa è visto come un’occasione per imparare dai propri errori): il 70-80% delle startup, infatti, falliscono nel giro di pochi mesi.

Nonostante le difficoltà nel far “decollare” un’idea imprenditoriale, comunque, le startup sono oggi una risorsa preziosa per il nostro Paese. In un’Italia che sembra aver perso la sua capacità di innovare e piagata da un altissimo tasso di disoccupazione giovanile, proprio grazie alle startup i giovani stanno ricominciando a fare impresa.

Se la qualità dei nostri giovani è certificata anche da un manager come Chawla e le idee innovative non mancano, bisogna però collegare le startup a quello che rimane del nostro sistema produttivo (al momento, infatti, le giovani aziende innovative non incidono significativamente sul nostro apparato produttivo, avendo generato finora solo 270 posti di lavoro, contro il 3% degli occupati coperto dalle startup statunitensi) e recuperare il tempo perduto sul fronte delle capacità di finanziare l’avvio o la crescita di un’attività in settori a elevato potenziale di sviluppo che non risultano finanziabili dai tradizionali intermediari finanziari (come ad esempio le banche). Negli Usa, infatti, il mercato del venture capital è 100 volte quello italiano (che è al di sotto anche della media europea).

Occorre, insomma, creare un ambiente favorevole alla nascita e alla crescita di imprese innovative, fermo restando, come concordavano tutti i relatori, che “imprenditori si nasce”. La spinta a creare una startup, insomma, risiede nel Dna di chi intraprende e attività formative o ausili finanziari possono solo agevolare e rendere possibile quello che la natura metterebbe comunque in moto.

Redazione

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