Con Spidwit il content marketing è facile

 Con Spidwit il content marketing è facile

«Perché non semplificare il flusso continuo di informazioni che inonda costantemente Internet?». È da questo interrogativo che è partita l’avventura di Spidwit, una startup creata nell’assolata Sicilia da due giovani imprenditori coraggiosi che hanno deciso di abbandonare una multinazionale per mettere in gioco le loro passioni. Il giornale delle pmi li ha intervistati per farsi raccontare com’è nata la loro iniziativa imprenditoriale e quali traguardi si pongono i due giovani neo-imprenditori.

Spidwit nasce dall’idea di Antonio Parlato e Dino De Luca, colleghi per tanti anni nel team di Consulting e System Integration della multinazionale finlandese Nokia. Ambedue con un background in ambito informatico seguono però due percorsi diversi: Antonio è un architetto di sistemi software e a questo aggiunge la sua personale passione e interesse per i social media; Dino ricopre invece vari ruoli nell’organizzazione sales e guida un team di persone provenienti da 15 diverse nazioni europee.

Ai due founder si unirà successivamente come CMO Paola che, dopo la laurea alla LUMSA, lavora a Londra e a Parigi per aziende come Unibet e Philip Morris. «Per prenderci in giro – raccontano i due startupper – diciamo che, dopo aver lavorato in ambito scommesse e tabacco, l’evoluzione naturale sarebbe stata un’azienda di super-alcolici, e invece si unisce a Spidwit».

Dino De Luca (a sinistra) e Antonio Parlato, i due fondatori di Spidwit
Dino De Luca (a sinistra) e Antonio Parlato, i due fondatori di Spidwit

Nell’immaginario collettivo gli startupper sono nerd appena laureati. Le statistiche, e anche il caso Spidwit, dicono invece che dietro una startup ci sono varie tipologie di competenze tra loro complementari – costruite non solo sui banchi dell’università ma anche tramite successivi master in discipline economiche (alla Scuola di Direzione Aziendale della Bocconi ad esempio), periodi di studio all’estero (Cornell University negli Stati Uniti, nel caso dei fondatori di Spidwit) – ed esperienze in varie multinazionali di settori molto diversi fra loro.

Perché avete deciso di lasciare una multinazionale come Nokia per lanciarvi nell’avventura di SpidWit?
«Quella di circa 10 anni in Nokia è stata per entrambi un’esperienza favolosa, in termini di arricchimento non solo professionale ma anche personale. Ci ha consentito di far parte di progetti che realmente tracciavano la direzione per tutto il mercato delle telecomunicazioni, di viaggiare ovunque e di scoprire culture e modi di pensare assai diversi. Per anni Nokia ha dominato il mercato delle telecomunicazioni, ma come spesso accade nel mondo dell’ICT le cose cambiano velocemente e player nuovi si impongono con idee sempre più innovative. Ma a un certo punto ci siamo accorti che le parole più frequenti all’interno dell’azienda non erano più innovazione, nuove idee, nuovi traguardi, ma riduzione costi, strategie difensiviste, obiettivi di brevissimo termine. Si dice che non bisogna guardare allo stato attuale delle cose ma al trend, e la tendenza per il futuro era ormai chiaramente in caduta; serviva qualcosa che, anche se piccolo, potesse avere un trend positivo. E cosi, approfittando anche di un programma di incentivo all’esodo, abbiamo deciso che era tempo di cambiare».

Che cos’è il content marketing e perché pensate che possa essere utile per le nostre pmi?
«Grazie per la domanda! Specie in Italia c’è poca conoscenza sull’argomento: si tratta di una branca del marketing digitale che prevede la produzione e condivisione di contenuti tematici di varia natura (ma sempre di qualità, utili, interessanti, autorevoli) per poter attrarre nuovi visitatori e fidelizzare i vecchi; e dunque aumentare la capacità di vendita. Facciamo un esempio, immaginiamo due aziende di abbigliamento sportivo per gli appassionati della corsa. La prima utilizza il metodo classico della pubblicità martellante, anche se su web, tramite banner pubblicitari. Quello che viene definito, con accezione fortemente negativa, come “interruption marketing”. La seconda azienda, usando una strategia di content marketing, fornisce giorno per giorno tramite le proprie pagine social e il proprio blog, contenuti utili come programmi di allenamento, indicazioni su accorgimenti per prevenire problemi muscolari da affaticamento, notizie sulle maratone più famose o sulle olimpiadi, la dieta da seguire; e ancora foto, notizie, interviste e altro sui campioni di questo tipo di sport. Il risultato sarà quello di suscitare interesse, creare, acquisire reputazione».

Rispetto agli altri Paesi avanzati, il content marketing ha avuto più difficoltà a diffondersi in Italia? Se sì, perché secondo voi?
«Il content marketing non solo è un approccio non semplicissimo da comprendere pienamente, ma soprattutto serve tempo e pazienza per poterne apprezzare i risultati. Innanzitutto l’Italia è uno dei paesi in Europa con la più bassa diffusione di Internet. E nonostante si caratterizzi per un elevato uso dei social (il che sarebbe un buon risultato in termini quantitativi di fruizione) si nota da parte delle aziende una capacità ancora bassa nel cogliere l’opportunità. In particolare in ambito business, in Italia vi è spesso un utilizzo dei social media tattico piuttosto che strategico, ovvero improntato su singoli contenuti e iniziative anziché costruito portando avanti un progetto continuativo e coerente nel tempo. E lo scenario è ancora peggiore se guardiamo all’utilizzo del blog come strumento di comunicazione: vi è una limitata consapevolezza delle potenzialità di tali piattaforme in termini di promozione del proprio brand o come luogo in cui instaurare conversazioni con gli utenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. Se vogliamo, quindi, esser propositivi si può auspicare che la presa di coscienza possa esser facilitata da una sorta di evangelizzazione da parte degli addetti ai lavori e anche delle agenzie di comunicazione e marketing che devono esser capaci di far crescere i propri clienti per andare oltre i classici banner pubblicitari e un sito web vetrina. La buona notizia è, dunque, che il potenziale è ancora poco sfruttato».

In cosa consiste il servizio che fornite? Cosa offrite, in sostanza, ai vostri clienti?
«Spidwit è un’applicazione web che consente a chiunque di implementare in maniera semplice e rapida la propria strategia di contenuti. Questo in pratica vuol dire scoprire in pochi click i migliori contenuti tematici (le ultime notizie di settore, ma anche immagini a tema), la possibilità di modificarli o  di creare i propri contenuti (ad esempio scrivendo nuovi articoli ispirati da quelli proposti) e infine condividerli facilmente sul blog e sui social network. Gli utenti a cui ci rivolgiamo sono community manager e content curator. Queste figure spesso si avvalgono di molteplici strumenti di lavoro come Google News o gli RSS reader per la ricerca di notizie, motori vari per la ricerca di immagini, software come Hootsuite o Buffer per la pubblicazione e la schedulazione di post sui social, Trello per la creazione di un calendario di pubblicazioni, e così via. L’idea dietro Spidwit, è quella di semplificare l’intero processo assistendo l’utente nelle varie fasi e consentendogli di svolgere tutte queste attività da un’unica piattaforma. Per iscriversi basta andare sul nostro sito (www.spidwit.com) e inserire il proprio indirizzo mail per creare un account gratuito; poi sarà possibile scegliere il tema di business al quale si è interessati e configurare le proprie pagine social (anche il blog, se si desidera). Ogni giorno ci saranno nuovi contenuti (notizie, immagini, presto anche video) che possono facilmente essere utilizzati per costruire una propria strategia basata sui contenuti».

Una volta utilizzati i vostri servizi, come cambierà la comunicazione dei vostri clienti?
«Ogni community nasce e cresce attorno ad una tematica specifica (per esempio un brand, un bisogno, un segmento di mercato). Questo vale per qualsiasi pmi o anche micro-business o attività professionale. Ci auguriamo sia sempre più chiaro che, facendo leva su tecniche di content marketing, sia possibile costruire interesse e fidelizzazione intorno alla propria azienda e attestarsi come punto di riferimento autorevole e sempre utile in una certa area di business. Spidwit rende tutto ciò possibile per chiunque, abbattendo tempi e costi d’implementazione. Senza grossi investimenti, senza necessità di dedicare ore ed ore a questo tipo di attività Spidwit cerca di rendere il processo di pubblicazione e creazione di contenuti accessibile a tutti, semplificando i processi di reperimento e creazione di contenuti, quelli di promozione e quelli di programmazione delle proprie attività. Con Spidwit ci auguriamo di vedere, anche per un piccolo imprenditore, pagine social e blog che coinvolgano e creino valore intorno alle tematiche rilevanti per un determinato settore».

SpidWit ha sede a Catania. La vostra avventura, dunque, è un esempio di come l’economia del nostro Sud potrebbe trovare nuova linfa nel mondo digital?
«Per rispondere a questa domanda parto da lontano, da qualcosa che ho imparato dall’esperienza internazionale in Nokia. Ci sono due tipologie di contributi che un individuo può apportare per il successo di un’attività economica: capacità individuali e la capacità di metterle in pratica anche lavorando in team. Ecco, con le dovute eccezioni, la propensione in queste due direzioni sembra essere inversamente proporzionale da sud a nord dell’Europa: a sud si hanno capacità di creatività, intuito, inventiva, intraprendenza superiori alla media; ma al tempo stesso c’è una certa difficoltà nell’essere disciplinati e focalizzati per consentire ad un team di funzionare correttamente. I singoli o i team di poche persone del Sud Europa emergono spesso; ma se il numero di membri del team va oltre la mezza dozzina è spesso la disorganizzazione a vincerla… forse è qualcosa che ci trasciniamo un po’ nel nostro DNA. Ovviamente non generalizzo per tutto il Sud, ma dalla mia osservazione questo accade più spesso di quanto non dovrebbe. D’altro canto il mondo digital offre due grossi vantaggi: da una parte l’opportunità di creare velocemente il contesto in cui operare, anche partendo da zero (basta un pc, una connessione Internet e poco più); dall’altro si è quasi sempre in presenza di team numericamente assai ridotti che inseguono il mito del gruppo di amici capaci di dar vita, dal proprio garage, a realtà straordinarie. E quindi la risposta è sì. Per un insieme di cause sembra proprio che la startup digitale sia una forma eletta d’impresa che si possa ritagliare e cucire addosso ai cervelli del nostro Sud».

Dario Vascellaro

http://Dario%20Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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