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Confindustria gela le speranze di ripresa

Nel corso dell’estate lo scenario è ulteriormente peggiorato. Le tensioni geopolitiche non si sono mitigate. Al contrario, sono state intensificate dal fallito golpe in Turchia, dal risultato shock delle elezioni politiche in un Land tedesco e dai nuovi attentati terroristici.

L’andamento dell’economia non solo interagisce strettamente e nei due sensi con tale quadro politico incerto, ma di per sé si rivela più fragile dell’atteso.

La crescita mondiale di produzioni e commerci ne risente significativamente. Ante-crisi il PIL aumentava del 3,2% annuo e gli scambi di beni del 6,8%. Ora non vanno oltre il 2,4% il primo e l’1,8% i secondi.

Nel contesto di accresciuta turbolenza globale l’economia italiana presenta una debolezza superiore all’atteso. La risalita del PIL si è arrestata già nella scorsa primavera. Gli ultimi indicatori congiunturali non puntano a un suo rapido riavvio, piuttosto confermano il profilo piatto.

Sul piano dell’avanzamento economico, il Paese ha alle spalle un quindicennio perduto.  Ai ritmi attuali di incremento del prodotto, l’appuntamento con i livelli lasciati nel 2007 è rinviato al 2028 mentre non verrà mai riagguantato il sentiero di crescita che si sarebbe avuto proseguendo con il
passo precedente, pur lento.

La crisi, infatti, ha comportato un netto abbassamento del potenziale di crescita italiano, che nelle stime dell’FMI è sceso dall’1,2% allo 0,7%. Oltre ad  aver diminuito l’utilizzo della capacità produttiva ancora esistente.

È vitale proseguire e anzi approfondire il processo riformista. Ciò dipende dall’esito del referendum sulle modifiche alla Costituzione, le quali migliorerebbero la governabilità del Paese e aiuterebbero a far cadere alcuni degli impedimenti agli investimenti elencati sopra.

Infine, gli investimenti sono penalizzati dalla bassa redditività. Che è ai minimi storici, mentre è ai massimi la quota del lavoro sul valore aggiunto per effetto di una dinamica salariale che nel settore privato (e soprattutto nel manifatturiero) fino al 2015 è stata indifferente all’intensa recessione e al grave aumento della disoccupazione. Al contrario, in Spagna dal 2012 si è iniziato a considerare nella contrattazione le condizioni occupazionali.

Tutto ciò avvilisce la propensione a investire e a innovare delle imprese italiane, propensione che spicca nel confronto europeo.

L’urgenza di misure a favore degli investimenti e che spronino la produttività è ribadita dalla sostanziale conferma delle previsioni CSC di bassa crescita: +0,7% il PIL nel 2016 e +0,5% nel 2017.

Redazione

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