Il prezzo del petrolio è passato dai 117,3 dollari al barile di aprile agli 86,1 di giugno. È il dato da cui partire per leggere il secondo trimestre 2026, segnato dal conflitto in Medio Oriente scoppiato a fine febbraio e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Lo racconta il numero 10 della “Congiuntura macroeconomica” dell’Ufficio Studi PwC (aprile-giugno 2026), che descrive un’economia mondiale in rallentamento ma sostenuta dalle prospettive di un accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, con effetti visibili anche sul gas: il PSV, il prezzo all’ingrosso sul mercato italiano, è sceso a 47,7 euro/MWh a giugno dai 52,5 di marzo.
Il ridimensionamento delle quotazioni non basta però a chiudere la partita. Secondo PwC, anche in caso di riapertura del traffico marittimo attraverso lo Stretto, i prezzi energetici potrebbero restare elevati fino al pieno ripristino di impianti e infrastrutture della regione. L’inflazione globale è attesa in aumento dal 4,1% del 2025 al 4,4% nel 2026, mentre la crescita mondiale rallenta dal 3,4% al 3,1%.
Le banche centrali cambiano rotta
Le tensioni sui prezzi hanno interrotto il ciclo di allentamento monetario. La BCE è stata la prima a intervenire con un rialzo di 25 punti base dei tassi di riferimento, seguita dalla Bank of Japan, che ha portato il costo del denaro all’1%, il livello più alto da oltre trent’anni. La Fed ha mantenuto i tassi fermi al 3,5-3,75%, ma il rapporto segnala che un rialzo è atteso entro fine anno. Per le imprese che avevano programmato investimenti contando su un credito progressivamente meno costoso, è un cambio di scenario da mettere in conto.
Nell’Area euro il quadro è più fragile: il Pil del primo trimestre 2026 ha registrato un -0,2% congiunturale, primo dato negativo dalla fine del 2022, con Germania e Francia in territorio negativo. La crescita dell’area è prevista all’1,1% nel 2026, con l’inflazione in salita al 2,6% medio annuo.
L’Italia cresce poco, ma i segnali di giugno sono positivi
In questo contesto l’economia italiana mostra una tenuta superiore alle attese. Nel primo trimestre il Pil è cresciuto dello 0,3% sul trimestre precedente e dello 0,8% su base annua, con una variazione acquisita per il 2026 pari allo 0,6%. Commissione europea, FMI, OCSE, Banca d’Italia e Confindustria convergono su una crescita dello 0,5% per l’anno in corso, mentre l’Istat si spinge allo 0,7%.
A trainare è la domanda interna: i consumi delle famiglie hanno contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita trimestrale, gli investimenti fissi lordi per 0,1. Proprio gli investimenti sono uno dei dati più interessanti per il mondo produttivo: +0,7% congiunturale e +4,6% su base annua, con la spesa in impianti, macchinari e armamenti cresciuta del 2,3% nel trimestre.
I dati più recenti confermano la direzione. A giugno il PMI composito italiano si è attestato a 50,8, il valore più alto in quattro mesi, con il terziario tornato in espansione (50,2) per la prima volta dall’inizio del conflitto e la manifattura ancora sopra la soglia di crescita a 52,2, pur in moderato rallentamento. Ad aprile la produzione industriale ha segnato il terzo aumento congiunturale consecutivo (+0,5%), con la fabbricazione di autoveicoli in crescita del 23,5% su base annua, la farmaceutica dell’8,2% e i macchinari del 5,6%. In flessione invece tessile e abbigliamento (-8,6% tendenziale) e legno (-7,2%).
Inflazione in frenata, ma i costi di produzione corrono
A giugno l’inflazione italiana è scesa al 3,0% annuo dal 3,2% di maggio, primo segnale di rallentamento dall’inizio del conflitto. La componente di fondo, al netto di energia e alimentari freschi, si ferma all’1,6%, e anche il “carrello della spesa” decelera dall’1,9% all’1,6%.
Il dato che le PMI devono guardare con più attenzione è però un altro: a maggio i prezzi alla produzione dell’industria sono cresciuti del 7,3% su base annua, in accelerazione dal 6,8% di aprile, spinti da chimica, metallurgia e prodotti in metallo. Ad aprile i prezzi all’import dei beni energetici segnavano +23,4% tendenziale, quelli dei beni intermedi +4,4%. Per chi produce, il divario tra costi in salita e inflazione al consumo in frenata si traduce in una pressione diretta sui margini.
Lavoro ai massimi, famiglie più solide
Il mercato del lavoro offre il dato simbolico del rapporto: a maggio il tasso di disoccupazione è sceso al 5,0%, il valore più basso dal 2004, primo anno delle serie storiche Istat. Gli occupati sono 24 milioni e 336 mila, con un tasso di occupazione al 63,0%. Restano ampi i divari di genere: l’occupazione maschile è al 71,5%, quella femminile al 54,3%, con un tasso di inattività femminile al 42,5%.
Sul fronte dei costi, il rapporto registra un aumento del costo del lavoro per unità di lavoro del 3,0% tendenziale nel primo trimestre, un elemento da considerare nei budget aziendali insieme ai rincari energetici.
Le famiglie, intanto, recuperano capacità di spesa: il reddito disponibile lordo è cresciuto del 3,2% su base annua e il potere d’acquisto dell’1,5%, toccando il valore più alto della serie. Un sostegno alla domanda interna che, secondo le previsioni citate da PwC, sarà il motore quasi esclusivo della crescita italiana nel biennio 2026-2027.
Conti pubblici verso l’uscita dalla procedura di infrazione
C’è infine il capitolo finanza pubblica. Nel 2025 il rapporto deficit/Pil si è fermato al 3,1%, mancando di poco l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi. Le previsioni contenute nel Documento di Finanza Pubblica indicano però un ritorno sotto il 3% già nel 2026, con uscita dalla procedura nel 2027. Le agenzie di rating confermano la fiducia: a maggio S&P ha ribadito il BBB+ con outlook positivo, e la quota di debito pubblico in mano a investitori esteri è salita al 35,2%, dal 26,5% di fine 2022.
Per le piccole e medie imprese il messaggio del rapporto è duplice. La domanda interna tiene, il lavoro è solido e gli investimenti in macchinari crescono a ritmi che non si vedevano da tempo. Ma i costi di energia e beni intermedi continuano a correre più dell’inflazione al consumo, e il credito non tornerà a buon mercato a breve. È su questi due fronti, efficienza energetica e struttura dei costi, che si giocherà la competitività nella seconda metà del 2026.
Fonte: PwC Italia, Ufficio Studi, “Congiuntura macroeconomica” n. 10, aprile-giugno 2026.
