Consumo critico e responsabilità sociale delle imprese. Perché comprare è un po' come votare

 Consumo critico e responsabilità sociale delle imprese. Perché comprare è un po' come votare

Il consumo non è un più un semplice atto di acquisto, è un’attestazione di fiducia condizionata di chi compra nei confronti di chi vende. Presuppone un assetto organizzativo d’impresa finalizzato alla costruzione continua di una propria affidabilità sociale. «Noi votiamo ogni volta che facciamo la spesa» sostiene Alex Zanotelli, sacerdote missionario della comunità dei Comboniani, promotore della rete Lilliput. Ogni volta, cioè, che esprimiamo una preferenza di consumo “sostieniamo” una scala di valori, escludendone un’altra. Secondo questa tesi la produzione del valore economico non è ricerca spasmodica del profitto e il valore delle merci si costruisce in una relazione complessa con il pubblico. Affidabilità e reputazione dell’impresa, quindi, nei confronti dei suoi stakeholders, sono essenziali per la commercializzazione e il consumo finale.

Saper produrre non basta più. Chi compra qualcosa vuole anche sapere se quella cosa è “buona”. Non tanto per il sapore, il gusto o la qualità, ma se risponde al criterio di ciò che è considerato bene. La merce non deve essere solo di qualità, quindi, ma deve rispondere ad una domanda ancora più forte: È stata prodotta in modo socialmente responsabile?

Per responsabilità sociale o Corporate Social Responsibility – C.S.R., si intende «l’integrazione da parte delle imprese delle preoccupazioni sociali ed ecologiche nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate». Quando compriamo una camicia di fabbricazione cinese, facciamo la solita e unica domanda: “Quanto costa?” Non è pensabile che il commesso, oltre al prezzo, sia in grado di rispondere anche, ad esempio, se la cucitrice che ha confezionato la camicia è stata pagata adeguatamente, se ha lavorato in un ambiente idoneo e salubre, se gode delle tutele assicurative, assistenziali e previdenziali e quindi se il basso prezzo della camicia non sia il risultato finale di una serie infinita di violazioni dei diritti umani e dei lavoratori, o della mancanza delle più elementari norme igieniche nel luogo di lavoro o dell’impiego di materiali scarsi o nocivi.

Il consumo critico allora pone una nuova sfida all’orizzonte del capitalismo moderno. Il diritto alla salute, il diritto a godere di un ambiente sano, il diritto di mangiare cose genuine, il diritto di sapere come sono stati prodotti i beni che consumiamo, il diritto di sapere se i soldi per i propri acquisti, attraverso il “pizzo”, finanziano indirettamente la mafia sono tutte libertà che oltre ad essere garantite formalmente dagli Stati richiedono un impegno delle imprese nell’adozione di prassi socialmente responsabili se vogliono rimanere nella piena legalità, ma soprattutto se vogliono recuperare spazi di fiducia e di affidabilità nei confronti dei propri clienti.

Il profitto, paradigma per eccellenza di ogni attività economica, non rischia per questo di apparire come una specie di peccato ma il senso della creazione del valore per gli azionisti non è più solo questo. Il giusto profitto si ha quando la proprietà e il management dell’impresa abbiano la consapevolezza delle conseguenze sociali di quello che fanno, con chi lo fanno, come lo fanno, e di quello che provocano quando ciò che hanno fatto viene distribuito alla collettività. La regola del caveat emptor è finita, ora vale quella del caveat venditor, basta dare un’occhiata alla mole di denaro che le imprese sono costrette a impegnare, enormi risorse finanziarie per affrontare le vertenze dei consumatori e le sanzioni delle pubbliche autorità di controllo igienico e ambientale, o le class action.

Il profitto è un indicatore di salute dell’impresa e non è un male. L’unilateralismo ideologico dell’agire economico però è finito, le interazioni economiche non sono neutre. L’allarme dell’uomo etico non suona per dare la caccia all’Homo economicus, ma per mostrargli il riflesso della sua immagine nel mondo. L’etica, in fondo, questo deve essere: uno specchio che proietta nel mondo l’immagine dell’economia, quale che sia. L’impresa allora deve fare la scelta etica per difendere la propria immagine e la propria reputazione, ma senza abdicare al suo ruolo di creare valore che poco o nulla ha di solidaristico.

Lorenzo Palumbo
Dottore di ricerca in Etica, docente di ruolo di Filosofia e Storia, professore a contratto di Etica degli Affari presso l’Università degli Studi di Palermo dal 2007 al 2011. Consulente di Sdi, Soluzioni di impresa

Lorenzo Palumbo

Partecipa alla discussione

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.