Cooperazione imprese-università: un’utopia in Italia?

 Cooperazione imprese-università: un’utopia in Italia?

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[dropcap]P[/dropcap]er una sempre migliore collocazione e competitività nel mercato globale, quella della cooperazione delle pmi con le istituzioni universitarie sembrerebbe una strada assai attraente.

Fino a qualche tempo fa, tale cooperazione, peraltro assai rara, era utile sia all’università per ricevere risorse economiche, sia al mondo produttivo per utilizzare risorse scientifiche che soprattutto le pmi neanche immaginavano di avere in casa. Un lato negativo era che questo tipo di collaborazione avveniva tramite conoscenze o accordi individuali, perché in generale il mondo delle pmi era quasi totalmente sconosciuto alle università, e viceversa. In ogni caso la cooperazione era confinata in ambito regionale se non locale. A causa della facilità con cui le pmi erano cresciute in modo abnorme e non “istruito”?

Più recentemente e sia pure non in linea con le migliori pratiche mondiali e con gli scenari offerti dal mercato globale, la cooperazione avviene soprattutto per le grandi aziende, che peraltro dispongono di avanzati centri di ricerca e intrattengono con il mondo accademico rapporti di consulenza individuale, basati sull’atavica piaga della “conoscenza”.

Quali sono dunque i punti da analizzare per instaurare la cooperazione tra università e pmi? Eccone alcuni:

  1. occorre favorire il dialogo e, se non viene promosso in modo regolare da università o da aziende, dovrebbe almeno essere facilitato da enti governativi come in uso in molti paesi europei. Basterebbe attivare, ad esempio, presso le Camere di commercio dei punti d’incontro e di discussione tra universitari ed imprenditori, scambi di esperienze, opinioni… magari su base periodica;
  2. è necessario che il mondo accademico guardi alla cooperazione con l’industria in modo olistico e non “con superiorità”, per cui ognuna delle due parti ne trae guadagno, ma anche con lo scopo di produrre ricchezza anche per le future generazioni. Inoltre, si offrirebbero agli studenti – con molto maggiori possibilità – tirocini veramente formativi con aziende italiane e la conoscenza del mondo del lavoro in Italia, senza obbligarli quindi allo sbocco della ricerca di lavoro all’estero. Combattendo, quindi, il fenomeno della fuga di cervelli dall’Italia;
  3. il ricorso a strumenti di finanziamento, a cominciare dai fondi europei, che consentano di accedere alle risorse necessarie ad intraprendere i percorsi di ricerca innovativa oggetto dell’accordo tra le parti attrici. Perciò occorre pensare a strategie comuni di attrazione di investimento da parte dei potenziali investitori. È un discorso complesso, forse anche più di quello associato alle start-up company, stante il tipo di stakeholders;
  4. la possibilità di cooperazione di più pmi con il mondo accademico, fatte salve le politiche di proprietà intellettuale di ognuna, sia per condivisione di piattaforme comuni di ricerca con i ricercatori universitari, sia per aggiornamento professionale dei propri dipendenti con suddivisione dei costi. Uno strumento incentivante l’aggregazione di più pmi è dato, ad esempio, dal cosiddetto Contratto di Rete. È un accordo con cui più realtà imprenditoriali si impegnano a collaborare al fine di accrescere, sia individualmente che collettivamente, la propria capacità innovativa e la propria competitività sul mercato. All’interno dei progetti sviluppati con i contratti di rete spesso si investe in consulenze o si commissionano studi ad enti di ricerca/università, un costo che spesso viene riconosciuto come “servizio reale” laddove si beneficiasse di investimenti pubblici. Si può usufruire anche dell’appoggio delle strutture governative territoriali.

Se ciascuna delle parti si mettesse in gioco con intelligenza e rispetto, l’effetto sarebbe dirompente: la classe, la fantasia, la genialità teorica sposate alla dinamica e alla spregiudicatezza operativa, un unicum in campo internazionale.

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