Coronavirus: molte attività artigiane chiuse (o quasi) sono ora nel “mirino” degli abusivi. CGIA: i controlli vanno fatti a questi ultimi

 Coronavirus: molte attività artigiane chiuse (o quasi) sono ora nel “mirino” degli abusivi. CGIA: i controlli vanno fatti a questi ultimi
Photo by Bhaumik Kaji on Unsplash

In questi primi 10 giorni di chiusura imposti per decreto a moltissime imprese commerciali e artigianali, non sono mancati i controlli da parte degli enti preposti, soprattutto nei cantieri edili e presso le aziende che hanno continuato a tenere aperto.

Molte attività artigiane chiuse (o quasi) sono in questi giorni nel “mirino” degli abusivi

“Attività ispettive – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi della CGIA Paolo Zabeo – più che giustificate, ci mancherebbe. Tuttavia, poco o nulla si continua a fare contro l’abusivismo e il lavoro nero. È vero che in questi giorni una parte degli oltre 3 milioni di lavoratori irregolari presenti nel nostro Paese è rimasta a casa. Ma è altrettanto sicuro che molti altri hanno continuato imperterriti a lavorare abusivamente presso le abitazioni dei privati, approfittando della chiusura totale imposta agli acconciatori, alle estetiste e alla difficoltà da parte dei cittadini di reperire tanti artigiani che sono disponibili solo per le urgenze, ma non per gli interventi ordinari. È il caso degli edili, dei dipintori, dei fabbri, degli idraulici, degli elettricisti e dei manutentori di caldaie che in questi giorni stanno subendo una concorrenza sleale molto aggressiva da parte di coloro che esercitano queste professioni senza averne titolo”.

Dalla CGIA ricordano che, secondo l’Istat, l’esercito dei lavoratori “invisibili” presenti in Italia è costituito da 3,3 milioni di persone che ogni giorno si recano nei campi, nei cantieri, nei capannoni o nelle case degli italiani per prestare la propria attività lavorativa. Pur essendo sconosciuti all’Inps, all’Inail e al fisco, gli effetti economici negativi che producono questi soggetti sono pesantissimi.

Troppe tasse e burocrazia creano le condizioni per la diffusione del lavoro nero

“Con troppe tasse e un sistema burocratico e normativo eccessivamente oppressivo – segnala il segretario della CGIA Renato Mason – l’economia irregolare ha trovato un habitat ideale per diffondersi, soprattutto in alcune aree del Paese e ancor di più in questi giorni di contenimento della diffusione del coronavirus. Inoltre, chi opera completamente o parzialmente in nero fa concorrenza sleale, altera i più elementari princìpi di democrazia economica nei confronti di chi lavora alla luce del sole ed è costretto a pagare le imposte e i contributi fino all’ultimo centesimo. Anche per questo è necessario che l’esercizio abusivo delle professioni artigianali vada contrastato e perseguito”.

L’Ufficio studi della CGIA ha stimato come si ripartiscono a livello regionale i 78,5 miliardi di euro di fatturato in nero all’anno prodotto da questi lavoratori abusivi. A livello territoriale la situazione più critica si presenta nel Mezzogiorno. A fronte di poco più di 1.250.000 occupati irregolari (pari al 38 per cento del totale nazionale), nel Sud il valore aggiunto generato dall’economia sommersa è pari a 26,8 miliardi di euro, pari al 34 per cento del dato nazionale. La realtà meno investita dal fenomeno è il Nordest: il valore aggiunto prodotto dal sommerso è pari a 14,8 miliardi di euro.

Come si è detto, a rimetterci non sono solo le casse dell’erario, ma anche le tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigianali e quelle commerciali che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti.

I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali consentono alle imprese dove prestano servizio – o a loro stessi, se operano sul mercato come falsi lavoratori autonomi – di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto. Condizioni, ovviamente, che chi rispetta le disposizioni previste dalla legge non è in grado di offrire.

Oltre 3 milioni di persone, dicevamo, costituiti prevalentemente da lavoratori dipendenti che fanno il secondo/terzo lavoro, da cassaintegrati o pensionati che arrotondano le magre entrate o da disoccupati che in attesa di rientrare nel mercato del lavoro sopravvivono grazie ai proventi riconducibili a un’attività irregolare.

Campania, Calabria e Sicilia sono le realtà dove il lavoro nero è più diffuso; oasi felici Aosta, Veneto e Bolzano

A livello territoriale sono le regioni del Mezzogiorno ad essere maggiormente interessate dall’abusivismo e dal lavoro nero. Secondo le stime dell’Istat relative al 2017 (ultimo anno per cui i dati sono disponibili), in Calabria il tasso di irregolarità è pari al 21,6 per cento (136.400 irregolari), in Campania al 19,8 per cento (370.900 lavoratori in nero), in Sicilia al 19,4 per cento (296.300), in Puglia al 16,6 per cento (229.200) e nel Lazio al 15,9 per cento (428.100). La media nazionale è pari al 13,1 per cento.

Le situazioni più virtuose, invece, si registrano nel Nordest. Se in Emilia Romagna il tasso di irregolarità è al 10,1 per cento (216.200 irregolari), in Valle d’Aosta è al 9,3 per cento (5.700), in Veneto al 9,1 per cento (206.500) e nella Provincia autonoma di Bolzano si attesta al 9 per cento (26.400).

Redazione

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