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Crescita Italia, il meglio è già alle spalle

L’incertezza conseguente ai recenti eventi elettorali rende il 2016 – anno in cui la fragile ripresa si stava comunque consolidando – il punto di massimo per la crescita del Pil italiano fino al 2019. Il risultato del referendum apre una nuova fase di instabilità politica che, in un circolo vizioso con le prossime elezioni in Europa, condizionerà la fiducia delle famiglie e i progetti di investimento delle imprese. A livello globale, la probabile politica di bilancio e commerciale targata Trump sosterrà la crescita interna Usa ma non aiuterà il resto del mondo: condizioni monetarie meno espansive e timori di inasprimento protezionistico penalizzeranno gli scambi commerciali, soprattutto per i mercati emergenti.

Questi i principali temi del Rapporto di Previsione di dicembre 2016.

Previsioni Italia

  1. Rivista al rialzo la previsione sul Pil 2016 (da +0,7% a +0,9%), in ragione di dati coerenti negli ultimi mesi con una ripresa in consolidamento e la revisione retroattiva dei conti nazionali, che ha aggiunto un decimo di punto a trimestre
  2. Leggermente tagliata la stima per il Pil 2017 (da +0,8% a +0,7%). A pesare l’incertezza su consumi e soprattutto investimenti, successiva all’esito referendario
  3. Nei prossimi anni crescita ridotta (+0,8% nel 2018, +0,7% nel 2019%) rispetto alle previsioni di settembre, a causa di un drastico ridimensionamento dell’espansione della domanda interna e una modesta accelerazione dell’export
  4. Deviazione rilevante dagli obiettivi del governo di deficit/Pil 2017 (2,7%). E il debito aumenterà rispetto a fine 2016 (da 132,2% a 133,4% del Pil)

Previsioni internazionali

  1. Make America great again” di Trump buona notizia per l’economia Usa: revisione al rialzo del Pil 2017 (da +2,1% a +2,4%) e 2018 (da 2,2% a 2,9%)
  2. Doccia fredda invece per gli scambi commerciali globali, la cui bassa crescita diventa sempre più strutturale (+1,2% nel 2016, solo +2,3% nel 2017 e +2,7% nel 2018)
  3. La Fed manterrà la cautela con un solo rialzo dei tassi da 25 punti base nel 2017, per poi accelerare con la normalizzazione monetaria nel 2018 (+100pb)
  4. Il tapering vero e proprio della Bce inizierà a gennaio 2018, ma il tasso di rifinanziamento principale aumenterà (+25pb) solo a inizio 2019

Post referendum freno alla ripresa

Confermando una crescita dello 0,2% nel quarto trimestre, il 2016 potrebbe chiudersi con un incremento del PIL dello 0.9%, non lontano da quell’1% indicato dal governo nei suoi documenti programmatici, e con trascinamento positivo nel 2017. L’elezione di Trump, con i suoi riflessi sui tassi di interesse a lungo termine, da un lato, e sulla quotazione del dollaro, dall’altro, ha modificato il contesto in cui tale ripresa dovrà procedere. Per un verso, tassi di interesse più elevati per un paese ad alto debito pubblico come l’Italia significano maggiore spesa per il servizio del debito e dunque meno spazi per politiche fiscali espansive, a parità di deficit. D’altro canto, il deprezzamento dell’euro migliorerà la competitività di prezzo delle nostre merci, favorendo le esportazioni che il prossimo anno accelereranno, anche se meno del previsto, il ritmo di crescita.

In questo quadro complessivamente non sfavorevole, che ci avrebbe indotto a ritoccare al rialzo le previsioni, quantomeno per il 2017, si è inserito il voto referendario contrario alla riforma costituzionale e la conseguente crisi di governo. Le prospettive per l’economia italiana sono esposte a una ancora maggiore incertezza. Il ciclo dei consumi, che aveva dato il via alla ripresa nel 2013 sta chiaramente rallentando sia per il fisiologico venire meno del traino dell’acquisto di auto, ma anche per una maggiore cautela delle famiglie. Il clima di fiducia si è indebolito e la propensione al risparmio, contemporaneamente, è risalita. Le prospettive non sono brillanti: l’aumento dell’occupazione ha probabilmente raggiunto un tetto, la crescita del potere d’acquisto dei salari sarà praticamente nulla, ancorata all’inflazione passata (nulla) e con una inflazione presente in accelerazione per il venire meno dell’effetto petrolio.

Traghettare l’economia italiana fuori da un 2017 con abbrivio positivo per i risultati già conseguiti e le politiche già impostate, ma esposto ai venti dell’incertezza, non sarà semplice e riteniamo si tradurrà in un rallentamento della crescita a +0.7%. Negli anni successivi la crescita potrà proseguire, ridotta però rispetto a quanto ritenevamo possibile tre mesi fa, e comunque condizionata alla capacità di mantenere su binari sufficientemente tracciati una finanza pubblica che devierà in misura sostanziale dagli obiettivi dichiarati, visto che il contesto politico renderà più complicato “governare” i conti pubblici. Si dovrà riuscire a tenere sotto controllo anche la ricapitalizzazione di parti del sistema bancario italiano, precondizione per garantire credito alla ripresa ma anche sostenere la fiducia delle famiglie che, in quanto risparmiatrici, guardano a queste vicende con grande preoccupazione.

Effetto Trump dentro e fuori gli States

Se il claim “Make America great again” sbandierato da Trump può rappresentare una buona notizia per l’economia Usa e mondiale nella parte relativa all’espansione di bilancio, le restrizioni a scambi commerciali e immigrazione sono una vera doccia fredda, soprattutto per quei paesi che fanno largo affidamento sulle risorse internazionali per dare impulso alla crescita
.È comunque velleitario pensare di riportare la crescita tra il 3.5% e il 4% e creare 25 milioni di posti di lavoro nei prossimi dieci anni senza prestare attenzione alla finanza pubblica. L’insostenibilità del debito pubblico americano non è lontana. Già dal 2018 l’invecchiamento della popolazione aumenterà l’incidenza della spesa pensionistica e sanitaria sulle uscite totali del settore pubblico. La grande recessione ha lasciato in eredità una fascia di popolazione povera più ampia e che richiede ancora adesso trasferimenti annui alle famiglie del 15% del Pil. Uno zoccolo duro di spesa con cui fare i conti. Per questo riteniamo che i fondi stanziati per il rilancio della domanda interna saranno inferiori a quanto promesso in campagna elettorale e non riusciranno a mantenere effetti persistenti positivi sulla crescita. Ci saranno comunque effetti espansivi nel breve periodo, alla base della revisione al rialzo del Pil Usa rispetto alle previsioni di settembre.

Rilanciare il settore industriale con misure protezionistiche per sostenere l’accumulazione del capitale interno e l’aumento della forza lavoro autoctona può essere un buono slogan elettorale, applicarlo comporta invece effetti negativi per gli Stati Uniti stessi. Gli Usa sono il primo paese per investimenti diretti all’estero e il vantaggio competitivo delle grandi multinazionali per avere localizzato la produzione in paesi con più basso costo del lavoro non sembra essere facilmente colmabile da provvedimenti fiscali per promuovere la produzione interna.

Le posizioni protezionistiche annunciate da Trump implicano scenari apocalittici per gli scambi commerciali. Gli Usa assorbono più del 17% dei prodotti scambiati a livello mondiale, sono il mercato di sbocco principale per molti paesi e, sebbene tali minacce possano alla fine concentrarsi solo su alcuni e riguardare solo alcune categorie di prodotti, tuttavia potrebbero scatenare ritorsioni da parte dei paesi direttamente coinvolti con effetti globali comunque non trascurabili.

Entrambi gli aspetti della politica economica americana rimettono al centro dello scenario globale i mercati valutari e il ruolo del dollaro. Se una crescita più sostenuta dell’economia statunitense e una conseguente accelerazione del processo di normalizzazione della politica monetaria della Fed rafforzano il dollaro, ritorsioni commerciali e un maggior isolazionismo Usa potrebbero alla lunga eroderne il ruolo di pivot. Ancora una volta a farne le spese potrebbero essere le valute dei paesi più fragili. Non è un caso che all’indomani della vittoria di Trump le divise del Brasile e dei principali paesi dell’America Latina, della Turchia e del Sudafrica, siano tornate a deprezzarsi in termini effettivi nominali (e non solo bilateralmente con il dollaro) dopo dieci mesi di rafforzamento.

Redazione

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