Dalla voluntary bis le risorse per evitare nuove imposte

 Dalla voluntary bis le risorse per evitare nuove imposte

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[dropcap]I[/dropcap]l Consiglio dei ministri di ieri ha approvato la proroga al 30 novembre del termine per la prima istanza di voluntary e al 31 dicembre quello per l’integrativa e per la relazione.

«Questa proroga in due tempi – sostiene Francesco Marconi, dottore commercialista e socio di Noda Studio, presso la sede di Milano –, se da un lato permette ai contribuenti di avere più tempo per aderire alla procedura della voluntary e ai professionisti di reperire il grande quantitativo di documentazione richiesta, dall’altro consente di ottenere le risorse indispensabili per scongiurare ulteriori imposte. Dai dati diffusi, pare che manchino ancora 728 milioni di euro per evitare l’applicazione delle clausole di salvaguardia (previste dal 1° ottobre). Lo slittamento della finestra per l’adesione al programma di rientro ha infatti portato alla sospensione dell’aumento delle accise sui carburanti».

«La riapertura dei termini di presentazione della domanda di adesione (al 30 novembre anziché all’originario 30 settembre) e di trasmissione della documentazione integrativa (con l’aggiuntiva finestra temporale che rimarrà aperta sino al 31 dicembre) – aggiunge dalla sede di Venezia Paolo Trevisanato, dottore commercialista e socio di Noda Studio – era attesa ed è positiva. Tuttavia, aspettiamo di conoscere se questo duplice slittamento del termine comporterà un costo maggiore per i contribuenti».

Un nuovo monito si leva dagli esperti fiscali a quei contribuenti che detengono o hanno detenuto patrimoni all’estero e hanno deciso di non ricorrere alla voluntary disclosure per regolarizzare la propria posizione.

L’Italia ora, accodandosi ad altri Paesi europei, potrebbe presentare alla Svizzera una “domanda raggruppata” per ottenere informazioni su operazioni bancarie, titoli, cassette di sicurezza, etc. Quest’ultima, infatti, è divenuta una realtà operativa.

Il 22 settembre scorso sul Foglio Federale che contiene gli annunci legali della Confederazione Elvetica (una sorta di Gazzetta Ufficiale svizzera), è stato pubblicato un comunicato dell’Amministrazione Federale delle Contribuzioni svizzera che

recepisce una delle prime domande di assistenza amministrativa proveniente dall’Olanda e diretta all’Autorità Fiscale svizzera.

In particolare, essa si basa sull’articolo 26 presente nella Convenzione Olanda-Svizzera e che è presente nelle convenzioni per evitare la doppia imposizione in materia di imposte sul reddito (CDI) che rispecchiano il modello convenzionale OCSE (tra cui quello di recente modificato tra Italia e Svizzera).

«La domanda di assistenza amministrativa in questione, che costituisce un vero elemento di novità per la piazza elvetica (con il solo precedente storico statunitense), rispecchia i parametri recentemente introdotti dalle modifiche OCSE dal modello convenzionale bilaterale all’art. 26 – puntualizza Maurizio Di Salvo, avvocato e dottore commercialista, Of Counsel di Noda Studio – e, richiede informazioni su contribuenti non identificati che rispondono ai seguenti parametri: il domicilio in quel dato Paese, un conto del valore venale superiore a € 1.500 e la mancata adesione alla voluntary disclosure. Lo Stato destinatario dovrà necessariamente produrre le informazioni richieste, fatte salve alcune procedure interne stabilite dalla legge federale svizzera in caso di opposizione del contribuente. Dunque, una nuova rivoluzione».

Volgendo lo sguardo al fronte italiano, quindi, come sottolinea Francesco Marconi, dottore commercialista e socio di Noda Studio, «coloro che non denunciano spontaneamente all’Amministrazione finanziaria la violazione degli obblighi di monitoraggio entro il 30 novembre 2015 potrebbero quindi incorrere in questo nuovo mezzo d’inchiesta».

La Svizzera e l’Italia, infatti, al momento di sottoscrivere il protocollo di modifica della CDI CH-I nel febbraio 2015, hanno riconosciuto l’ammissibilità di richieste raggruppate aventi come oggetto l’identificazione di alcuni modelli comportamentali.

Nessuna giurisdizione che ha stipulato delle convenzioni contro le doppie imposizioni sulla base del modello OCSE, è al riparo dalla “domanda raggruppata”.

«Questo – conclude Di Salvo – è uno strumento a disposizione degli Stati virtuosi per perseguire trasparenza ed equità fiscale. E l’occultamento di patrimoni in piazze finanziarie off-shore è destinato a divenire, a breve, un lontano ricordo perché tutte le principali giurisdizioni off-shore hanno stipulato accordi per lo scambio di assistenza amministrativa basandosi proprio sul modello OCSE».

Redazione

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