Si è da poco conclusa la 56ª edizione del World Economic Forum Annual Meeting a Davos, in Svizzera, con quasi 3 000 leader globali — capi di Stato, amministratori delegati, policy-maker e rappresentanti della società civile — riuniti ad affrontare il contesto internazionale segnato da crescenti tensioni geopolitiche e da sfide economiche profonde.
Diversi nodi critici emersi al Forum meritano attenzione da parte delle PMI italiane, non soltanto come notizia internazionale, ma come indicatori di scenario per la strategia d’impresa.
- La globalizzazione non è finita: ma si trasforma
La conferenza di Davos ha messo in luce che il commercio internazionale e le filiere globali non sono in declino, ma stanno attraversando una fase di profonda trasformazione. Quindi, la capacità di adattare i consueti modelli di business alle regole del commercio globale è vitale per le PMI orientate all’export.
Cosa significa? Ripensare le catene di fornitura con una visione più di medio termine, utilizzare le opportunità degli strumenti digitali per facilitare ingresso nei mercati internazionali.
- Tecnologie come l’AI non sono più un’opzione, ma una infrastruttura economica
A Davos 2026 si è ribadito che l’intelligenza artificiale sta diventando una vera infrastruttura economica, simile all’energia o alle telecomunicazioni. Investire in AI significa non solo adottare nuovi software, ma ripensare i processi, la cultura organizzativa e lo stesso ruolo di imprenditori e manager.
Per le PMI italiane la sfida è pratica: adottare tecnologie AI non solo in funzione di automazione operativa. E soprattutto per supportare decisioni strategiche, efficienza produttiva e innovazione di prodotto/servizio.
- Tre rischi globali da tenere d’occhio
Il Global Risks Report presentato ha individuato tre principali minacce globali:
- conflitti armati e instabilità geopolitica,
- uso “militare” degli strumenti economici (come dazi e pressioni commerciali),
- frammentazione sociale e rischio di bolle finanziarie legate a tecnologie emergenti, compresa l’AI.
Implicazioni per le imprese italiane: rafforzare la sensibilità al rischio e rafforzarne il controllo, incluso quello legato agli scenari geopolitici. Diversificare mercati di sbocco ed evitare dipendenze eccessive da singoli clienti e partner commerciali.
- Il dialogo politico non significa pace economica
Con il tema centrale “Uno spirito di dialogo”, Davos ha fatto emergere che le tensioni tra grandi potenze e gli eventi politici internazionali restano fattori «non-business» ma fortemente influenti sull’economia reale.
Per le PMI, saper interpretare correttamente segnali internazionali può trasformarsi in vantaggio competitivo rispetto a chi si limita a reazioni tattiche.
Cosa ci frena: le cinque “bucce di banana” dell’imprenditore italiano
Se Davos 2026 ci parla di adattamento, dialogo e visione di lungo periodo, la domanda scomoda per le PMI italiane è: perché spesso sappiamo cosa andrebbe fatto, ma restiamo fermi?
La risposta non sta solo nei vincoli esterni, ma in alcune trappole mentali ricorrenti che continuano a rallentare l’imprenditore italiano di fronte alle sfide globali.
- “Aspettiamo che passi” — la sindrome dell’evento temporaneo
Alcuni imprenditori continuano a leggere instabilità geopolitica, crisi energetiche o rivoluzioni tecnologiche come parentesi.
Davos dice l’opposto: l’incertezza è strutturale.
Aspettare che “torni la normalità” significa spesso perdere tempo prezioso per riposizionarsi.
Chi vince oggi non è chi prevede il futuro, ma chi si attrezza per più futuri possibili.
- Confondere prudenza con immobilismo
La prudenza è una virtù. L’immobilismo no.
Di fronte a temi come AI, digitalizzazione delle filiere o nuovi mercati, molte PMI scelgono il non-decidere, convinte di ridurre il rischio.
In realtà:
- non investire è una decisione,
- rimandare è una scelta strategica implicita.
A Davos è emerso chiaramente: il rischio più grande oggi è non cambiare nulla.
- Pensare in piccolo in un mondo che ragiona per sistemi
Le PMI italiane eccellono nel prodotto, meno nella visione di sistema. Filiere, dati, alleanze, competenze: sono questi i nuovi fattori competitivi globali.
La “buccia di banana” è credere che “Siamo troppo piccoli per queste logiche.”
La dimensione non è il vero limite. Il vero limite è continuare a ragionare come isole, mentre il mondo funziona per reti.
- Prendere decisioni strategiche solo “di istinto”
L’imprenditore italiano è spesso intuitivo, rapido, creativo. Ma oggi non basta più.
Davos ha ribadito un punto chiave: decisioni strategiche basate solo sull’esperienza passata diventano fragili in contesti nuovi.
L’istinto va allenato con dati, scenari, approfondimenti e confronti strutturati con esperti esterni e management interno.
Non per togliere autonomia all’imprenditore, ma per rafforzarne la lucidità.
- Sottovalutare il fattore umano
Tecnologia, geopolitica, finanza: tutto vero.
Ma molte PMI restano bloccate su un nodo meno visibile: le persone.
Competenze che non evolvono, ruoli poco chiari, leadership non allenata al cambiamento.
Nessuna strategia globale regge se l’organizzazione interna non è pronta a sostenerla.
In sintesi
L’incontro di Davos conferma che la competitività delle imprese nel prossimo decennio sarà sempre più intrecciata con capacità di adattamento tecnologico, visione globale delle filiere, gestione dei rischi sistemici e leadership d’impresa.
Le PMI italiane, sebbene spesso percepite come “giocatori locali”, dispongono di asset distintivi — tecnologia di nicchia, qualità di prodotto, relazioni con i clienti — che possono essere potenziati da una lettura attenta dei trend globali: la globalizzazione non è finita — si sta trasformando.
E le PMI pronte ad adattarsi possono trasformare queste sfide in opportunità di crescita reale.
La frase su cui riflettere
“L’innovazione non riguarda la tecnologia. Riguarda la velocità con cui cambiamo mentalità”, Sundar Pichai CEO di Google.

