Decreto dignità: reintrodurre la causale per i rinnovi contrattuali dopo i 12 mesi potrebbe incrementare le vertenze di lavoro di oltre il 30%

 Decreto dignità: reintrodurre la causale per i rinnovi contrattuali dopo i 12 mesi potrebbe incrementare le vertenze di lavoro di oltre il 30%

Il Consiglio dei ministri ha approvato, nel tardo pomeriggio del 2 luglio, il decreto dignità proposto da Luigi Di Maio, vicepremier e Ministro dello Sviluppo economico, del lavoro e delle politiche sociali. La Lega, che ha appoggiato il decreto, nutre più di un dubbio sulle misure anti-precariato ma ritiene che si sia fatto un passo avanti.

Ma cosa dice il decreto dignità?

Le aziende che ricevono aiuti dallo Stato non potranno delocalizzare per 5 anni, pena una multa da due a 4 volte gli aiuti ricevuti, con un interesse maggiorato del 4%. Una norma che farà certamente discutere perché pare difficile possa essere applicata a quelle imprese che dovessero scegliere di spostarsi in un paese Ue.

Lavoro e licenziamenti: l’obiettivo è quello di scoraggiare le aziende a fare ricorso ai contratti a tempo determinato, preferendo quelli senza limiti di tempo. I datori di lavoro che dovessero ricorrere a un’assunzione temporanea dovranno pagare l’1,9% di contributo addizionale (oggi è all’1,4%) sulla retribuzione imponibile a scopi previdenziali.

A ogni rinnovo scatterà un’addizionale supplementare dello 0,5% a carico esclusivamente del datore di lavoro. I fondi verranno destinati a finanziare le casse della Nuova assicurazione sociale per l’impiego (Naspi). I contratti a tempo determinato non potranno avere durata superiore ai 24 mesi e potranno essere rinnovati al massimo per 4 volte, norma che si applica anche ai contratti attualmente in essere. Per frenare i licenziamenti abusivi, l’indennizzo riconosciuto ai lavoratori ingiustamente allontanati verrà aumentato del 50% e, in caso di licenziamento senza giusta causa, l’indennizzo potrà essere pari a 36 stipendi.

In riferimento al decreto dignità ritengo assolutamente positiva la riduzione di 12 mesi dei contratti a tempo determinato.  Nella vecchia formulazione era permesso di fatto alle aziende un periodo di prova di 36 mesi, pertanto l’abbassamento a 24 è da accogliere favorevolmente – spiega Simone Colombo, consulente del lavoro ed esperto di direzione del personale in outsourcing, che prosegue – L’introduzione della causale per contratti superiori ai 12 mesi al contrario non ha alcun senso in quanto è un ritorno al passato ed un rilancio del contenzioso, che finalmente era sceso di più del 30% a seguito delle nuove riforme. La flessione è stata così importante che nel 2012 le vertenze relative ai contratti a termine erano 8.019 e nel 2016 solo 1.246. Il crollo deciso ha caratterizzato anche il 2017. Negli anni dal 2012 al 2016 le cause di lavoro del settore privato in Italia sono scese del 33% e le controversie sulla cessazione del rapporto di lavoro del 69%. “La ragione è da ricercarsi nella giusta applicazione di quelle norme, che hanno ridotto le incertezze interpretative e stabilito dei tempi certi entro i quali esercitare le azioni”.

Aumentare il contenzioso non significa tutelare meglio il lavoro  né stabilizzarlo, ma incrementare inefficienze e generare incertezza. Paradossalmente il precariato potrebbe aumentare, in quanto dopo 12 mesi nessuna azienda sarebbe stimolata a rinnovare i contratti. In pratica, il primo contratto, se inferiore all’anno, potrà essere stipulato in forma libera mentre il rinnovo sarà ammesso soltanto previa indicazione dei motivi alla base della necessità di prorogare il rapporto a termine”, aggiunge ancora il consulente.

Per quanto riguarda le indennità, l’aumento degli importi non è motivato e anzi, a mio avviso, scoraggia nuove assunzioni”, conclude Colombo.

In merito al cuneo fiscale: Nella legge di bilancio ridurremo il costo del lavoro”, ha promesso Di Maio a margine del Consiglio dei Ministri perché, ribadisce, tutto quanto è stato disposto con il decreto dignità è imprescindibile da un minore peso di tasse e imposte sulla busta paga. Secondo la rilevazione dello scorso mese d’aprile fatta dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) i contributi sociali a carico di lavoratori e datori di lavoro in Italia ammonta al 47,7% della busta paga. La media Ocse è del 35,9% (inferiore di quasi 12 punti percentuali). Peggio dello Stivale solo il Belgio (53,7%) e la Germania (50%).

Redazione

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