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Dichiarazione dei redditi falsa? Il contribuente deve disconoscerla

Se il contribuente contesta la dichiarazione dei redditi e ne disconosce la firma apposta, il giudice tributario deve applicare le norme del codice di procedura civile in tema di disconoscimento della firma dichiarando l’inesistenza dell’atto e dunque della pretesa tributaria.

Il caso ha riguardato un contribuente a cui il concessionario della riscossione aveva notificato, per conto dell’Agenzia delle Entrate, una cartella di pagamento per presunti debiti IRPEF basata sulla dichiarazione dei redditi (Mod. Unico) che lo stesso contribuente, tuttavia, non aveva mai né presentato né sottoscritto.

Il contribuente, quindi, oltre a denunciare l’accaduto alla Procura della Repubblica – poiché non aveva presentato assolutamente quella dichiarazione dei redditi – veniva costretto a impugnare la pretesa dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale di Lecce.

La questione, sottoposta al vaglio dei giudici tributari, è stata risolta in favore del contribuente il quale aveva da subito formalmente disconosciuto la firma apposta sulla dichiarazione stessa in quanto “L’ufficio ha dichiarato che non intende presentare istanza di verificazione” (sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Lecce n.196/04/2013 liberamente visibile su www.studiolegalesances.it – sez. Documenti).

Per quel che concerne il disconoscimento della firma operato dal contribuente è bene inquadrare il dato normativo che lo disciplina.

Ai sensi dell’art.214 c.p.c., infatti, allorchè una scrittura privata – come la dichiarazione dei redditi – possa essere validamente disconosciuta è necessario anzitutto che essa sia stata prodotta in giudizio dalla controparte (Cass.civ., Sez. I, 1.12.2016, n.24539) e che non sia stata riconosciuta dal contribuente.

In ossequio a quanto previsto dalla medesima norma, quindi, il contribuente nel giudizio instaurato con l’Agenzia delle Entrate aveva correttamente contestato la firma apposta sulla dichiarazione dei redditi in questione.

Pertanto, onde poter utilizzare processualmente detta dichiarazione, l’Ufficio avrebbe dovuto presentare istanza di verificazione ai sensi dell’art.216 c.p.c, ed invece, argomentando che “la falsità della dichiarazione andava supportata da un provvedimento del Giudice Ordinario o dell’autorità giudiziaria competente a decidere sulla materia”, l’Agenzia delle Entrate aveva dichiarato di non voler presentare istanza di verificazione.

La tesi proposta dall’Agenzia, invero, è stata correttamente considerata priva di qualsivoglia pregio dai giudici salentini che hanno risolto incidenter tantum la questione del disconoscimento poiché, in ossequio a quanto previsto dall’art. 39 D.Lgs. n.546 del 1992, “il processo tributario non può essere sospeso in ragione della ritenuta necessità della risoluzione di questioni (diverse da quelle correlate a presentazione di querela di falso, ovvero concernenti lo stato o la capacità delle persone, salvo che si tratti della capacità di stare in giudizio) ravvisate pregiudiziali, da intendersi devolute, di norma, alla cognizione del g.o. o di quello amministrativo, dovendo, invece, il giudice tributario dare, comunque, corso alla definizione della controversia sottoposta al suo esame, previa risoluzione, “incidenter tantum”, delle questioni in argomento.” (Cass. civ., Sez. trib., 26.05.2005, n. 11140).

Quindi, affinché il Fisco possa utilizzare a fondamento della propria pretesa creditoria una scrittura privata proveniente dal contribuente che l’ha formalmente disconosciuta, dovrà necessariamente presentare istanza di verificazione, pena l’annullamento della pretesa stessa.

Dott. Carlo Mormando
Avv. Matteo Sances
www.centrostudisances.it
www.studiolegalesances.it

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Matteo Sances e Carlo Mormando

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