Export Germania: perché il commercio estero tedesco non cresce più

 Export Germania: perché il commercio estero tedesco non cresce più

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[dropcap]P[/dropcap]artiamo dai numeri. L’export della Germania è calato, ad agosto, oltre le attese: – 5,8% è il passo indietro destagionalizzato rispetto al mese precedente, accompagnato da una flessione dell’1,3% delle importazioni, e contro stima di calo dell’export pari al – 4%. Un calo che, come confermato dal Destatis (l’istituto nazionale di statistica tedesco, una sorta di nostrana Istat) è la riduzione più consistente dal gennaio 2009, in grado di trascinare il surplus commerciale di Berlino da 22,2 miliardi di euro del mese di luglio a 17,5 miliardi di euro di agosto, e ponendo in cattiva stima l’evoluzione per quanto concerne l’avvio della stagione autunnale.

Fin qui, i dati relativi alla bilancia commerciale tedesca. Se tuttavia dai soli elementi statistici sull’import – export passiamo a quelli altrettanto macro relativi alla situazione dell’economia, il quadro appare ancora più deteriorato e tetro, tanto da far immaginare (e mai escludere) una recessione se il terzo trimestre dovesse segnare un calo del Pil come è avvenuto nel secondo.

«Per questo gli economisti di Ifo (Monaco), Rwi (Essen), Diw (Berlino) e l’Istituto per la ricerca economica (Halle) invitano il governo di Angela Merkel a stimolare la crescita aumentando gli investimenti in infrastrutture e segnalano l’effetto negativo sull’outlook economico che in Germania avrà l’applicazione del salario minimo – ricordava pochi giorni fa Il Sole 24 Ore in un suo approfondimento –. Un provvedimento che stimolerà la domanda interna, peraltro, come ha di recente sottolineato il cancelliere Angela Merkel, quantificando in nove miliardi di euro l’effetto salario minimo».

Ma quali sono i motivi che hanno condotto la Germania in una fase di potenziale declino, e l’export tedesco a chiudere con ampi segni negativi i mesi di riferimento?

Partiamo con ordine. Il modello di crescita economica che la Germania ha adottato con convinzione negli ultimi tre lustri è un modello economico fortemente orientato all’export. Una motivazione che sta facendo storcere il naso alla Commissione Europea, che da tempo lamenta un eccessivo squilibrio nella bilancia di Berlino, ipotizzando quello che molti economisti definiscono come un modello “beggar-thy-neighbor” (ovvero, fortemente pregiudicante nei confronti dei Paesi vicini e, in questo caso, dei Paesi dell’Unione Europea).

Dall’adozione di tale modello ne deriva che se le controparti internazionali non hanno più la linfa del passato, i volumi di commercio estero del paese ne subiscono immediate e importanti ricadute. L’export tedesco è quindi attualmente influenzato, e in modo fin troppo evidente, da quanto accade dalle recenti crisi geopolitiche (le tensioni russo-ucraine in primis) e dalla frenata della crescita dei Paesi emergenti, che per anni hanno contribuito a trainare un modello economico basato più sulla domanda estera che su quanto accade all’interno dei confini nazionali o comunitari.

Non solo: ne è derivato anche, in tempi non sospetti, un rallentamento strutturale in fin dei conti ampiamente individuabile. Il modello – sottolineava ancora il Sole 24 Ore pochi giorni fa – «non ha poi portato risultati straordinari, pur nelle fasi di espansione economica. Dal 2008 (cioè dalla convenzionale e sostanziale esplosione della crisi economica ad oggi, ndr) la Germania è cresciuta del 3,8%, poco più di Francia e Regno Unito, ma meno della metà di Svezia, Svizzera e Stati Uniti. Dal 2000 la Germania ha registrato una crescita media annua dell’1,1%, al tredicesimo posto tra i 18 Paesi che oggi compongono l’Eurozona. Nel frattempo gli investimenti sono scesi dal 22,3% del Pil al 17%».

E ancora: «Il presidente del Diw Marcel Fratszcher ha denunciato in un articolo su Der Spiegel che le infrastrutture tedesche stanno diventando via via più obsolete e che le imprese preferiscono investire all’estero. Secondo l’economista l’industria tedesca vende automobili di alta qualità e tecnologia in tutto il mondo; inoltre aziende e famiglie sono sedute su migliaia di miliardi in beni. Ma la metà dei ponti autostradali ha urgente bisogno di riparazioni. A causa di anni di investimenti insufficienti, l’economia tedesca sta cercando di adattarsi, ma lo fa a fatica. La Germania langue infatti al 111esimo posto nel ranking globale che misura la facilità di avviare un’impresa, in base alla classifica Doing business della Banca Mondiale (nella classifica complessiva è 21esima). Questo modello di sviluppo non può certo essere quello di un Paese che aspira ad essere la locomotiva di un’area valutaria. In questi anni di surplus la Germania ha accumulato forti crediti nei confronti dei Paesi dell’Eurozona».

Insomma, la Germania rallenta, con essa l’Eurozona, e con essa anche tutte le convinzioni di coloro i quali negli ultimi anni hanno elogiato la (poco?) lungimirante politica economica di Belrino. Ma cosa accadrà in futuro? È ancora Marcel Fratzscher ha spiegarlo in una recente intervista sul quotidiano Pagina99. «Direi piuttosto che oggi l’economia tedesca è solo in parte o in alcuni suoi settori un ‘modello’ positivo per gli altri paesi d’Europa. La riforma del lavoro realizzata da Gerhard Schröder, la cosiddetta Agenda 2010, è un esempio da seguire sia in Italia che in Francia per attivare e flessibilizzare i mercati e generare più lavoro. Anche il nostro sistema scolastico ‘duale’, più vicino alle esigenze delle aziende, s’è rivelato un buon sistema in Germania. E ovviamente il rigoroso consolidamento dei conti pubblici che alla fine ispira la fiducia ed attira in Germania investitori stranieri – afferma il direttore –. Quel che è sicuro è che, per quanto concerne investimenti in cultura, nel sistema scolastico e nelle infrastrutture, la Germania ha accumulato dei notevoli ritardi, e non è affatto il modello paradigmatico da seguire. Le riforme poi sinora realizzate dalla Grosse Koalition al governo di Berlino non vanno in direzione di attivare più investimenti, ma puntano a tutti i costi sulla fatidica meta del ‘Bilancio 0’, senza cioè nuovi debiti. Questa priorità assoluta data dal governo Merkel al pareggio di bilancio la ritengo una politica rischiosa e persino pericolosa».

Sul perché, vi sarebbero pochi dubbi. Nell’attuale situazione tedesca, con una congiuntura sempre più debole, il governo è chiamato a fare di più per stimolare la ripresa, e non solo insistere sul consolidamento. «Il risparmio non sempre è la politica più intelligente. Anche se, d’altra parte, la fiducia dei mercati finanziari e delle imprese nella stabilità dello Stato è un presupposto per la crescita economica. Quest’anno, ripeto, la crescita sarà poco oltre l’1 per cento. Se questa è la situazione, è difficile considerare la Germania come la locomotiva d’Europa» conclude il direttore.

Redazione

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