Facciamo tornare i giovani nelle imprese

 Facciamo tornare i giovani nelle imprese

Vorrei tediare il lettore con alcune considerazioni suggeritemi dal combinato disposto di due notizie e cioè la firma del protocollo Boccia/Alfano che dà la possibilità ai rifugiati di effettuare tirocini formativi e la notizia relativa al dato che conferma la difficoltà delle imprese italiane di trovare i profili ricercati (il 28% dichiarano di non trovare i profili richiesti, quasi una su tre).

È vero che in Giappone ben 81 aziende su 100 dicono di non riuscire a trovare lavoratori adeguati, ma è altrettanto vero che in UK solo 14 aziende dicono che non trovano quello che cercano.

Credo che tutti gli attori della competizione economica e sociale debbano porsi l’obiettivo di migliorare questo dato e – quindi – di ridurre il fossato che separa le attese delle imprese dalle capacità dei lavoratori potenziali. Ebbene mentre facevo queste considerazioni guardavo il titolo in prima pagina del Corriere della Sera di domenica 10 luglio che parlava dei neet, i famosi giovani che non studiano e non lavorano.

Sarà banale ma mi veniva spontaneo pensare a me e a cosa mi sarebbe successo se avessi detto ai miei genitori che volevo smettere di studiare. Non ci sarebbe stato chissà quale problema, semmai il dubbio sarebbe stato (da buon brianzolo): dovevo andare a lavorare da un falegname o in qualche altra azienda artigiana? Perché tertium non datur: l’ipotesi che potessi starmene tranquillamente ad oziare proprio non esisteva. E certamente non avrei mai trovato qualche professore universitario che magari diceva che avevo pure ragione…

In questi casi, quando fai queste considerazioni rischi naturalmente di scadere nell’ovvio e nel banale ed è assolutamente evidente che le banalizzazioni non sono utili e che vi sono una marea di giovani di altissima qualità in Italia; ma è altrettanto evidente che questa società – ed il mercato del lavoro italiano in specie – ha bisogno di un plus di sincerità nelle valutazioni dei fenomeni che sul medesimo incidono: è vero che i neet in Italia sono due milioni? Quanti di questi neet lavorano occasionalmente senza essere tracciati dai sistemi?

La domanda vera però è un’altra: perché la mia generazione non aveva alternative tra lo studiare e il lavorare mentre oggi si dà per scontato che l’“o” disgiuntivo non sia così corretto?

Ci rendiamo conto che così facendo non facciamo un favore ai nostri ragazzi, che li danneggiamo se diamo loro giustificazioni socio-economiche per “cicciobellizzarli” come direbbe don Mazzi?

Ed allora ben vengano gli accordi per fare con i rifugiati non solo gli stage, ma anche per provare ad inserirli nelle nostre aziende perché Confindustria crede alla centralità dell’impresa quale motore, non solo economico, del Paese.

Diamo la stessa opportunità anche ai giovani, anche sfruttando le nuove possibilità date dalla rivisitazione delle politiche attive del lavoro e puntiamo almeno a mantenere i livelli occupazionali odierni, altrimenti andremo in grande difficoltà anche in termini di competitività delle nostre imprese.

Perché il problema non sono solo i 12 miliardi di euro di saldo positivo che assicurano gli immigrati allo Stato italiano, ma soprattutto lo stimolo culturale che gente che ha fame dà a quelli con la pancia piena.

Ho appena concluso un’attività di ricollocazione per i lavoratori di un’azienda cliente che produceva cancelli e ha dovuto chiudere un sito produttivo; quindici persone neanche tanto giovani.

Oggi lavorano in 13 e gli ultimi due dovrebbero cominciare a farlo a breve; con le competenze e con la voglia si arriva dappertutto.

Elvio Mauri

Amministratore delegato di SPI Servizi e Promozioni Industriali e Responsabile della sede di Busto Arsizio dell’Unione degli Industriali della Provincia di Varese.

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