Fare impresa è… un sacco bello

 Fare impresa è… un sacco bello

È un uomo coraggioso Savio Giavarini (nella foto sopra), titolare della Saccheria Reggiana, azienda di Montecchio Emilia (RE) che produce big bags e sacchi in genere.

Il suo è il quieto, ordinario coraggio, tutt’altro che sbandierato, che anima molti dei piccoli imprenditori del nostro Paese. È lo stesso coraggio che ha permesso a tanti capitani d’impresa di resistere agli anni della durissima crisi che solo ora ci stiamo lasciando alle spalle. È lo stesso razionale ardimento che ha fatto sì che molti titolari d’azienda continuassero a produrre nel nostro Paese, sordi a tutti i profeti di sventura che professavano un nero futuro per chi in Italia si ostinava a dedicarsi all’attività manifatturiera. È la stessa ammirevole resilienza alla competizione dei Paesi di recente sviluppo, con un costo della manodopera bassissimo, e alla concorrenza, talvolta “sleale” e suicida di competitor interni (come vedremo nel seguito della nostra storia).

Self made man tutto emiliano

Savio Giavarini è il classico imprenditore che “si è fatto da sé”, senza una tradizione familiare alle spalle. Figlio di un agricoltore, all’inizio degli anni 80 lavora nello studio di un commercialista. Potrebbe accomodarsi nella quieta esistenza del salariato, ma la febbre dell’intrapresa – e il coraggio di cui parlavamo all’inizio – lo spinge a cambiare vita e, insieme a due compagni di avventura, uno dei quali si occupa dell’aspetto produttivo e l’altro di quello commerciale, nell’ottobre 1983 fonda Saccheria Reggiana, una piccolissima azienda artigianale che si occupa di produrre sacchi, soprattutto i cosiddetti big bags, un sistema di imballaggio utilizzato in diversi settori, dall’alimentare al minerario, dal farmaceutico a quello dei materiali da costruzione. «I nostri sacchi – spiega Giavarini – servono per tutto ciò che è solido e che può stare in una scatola, con il vantaggio che il sacco porta 15 quintali e la scatola 30 chili».

Gli arrembanti anni 80

Nei primi anni di vita, Saccheria Reggiana conosce un rapido sviluppo. I titolari sono giovani, non hanno ancora famiglia, ragion per cui investono volentieri nell’impresa tutti gli utili. Soprattutto, è il clima generale che induce all’entusiasmo: sono gli arrembanti anni 80, un periodo di grande sviluppo economico e di fiducia generalizzata, un momento della storia del nostro Paese durante il quale chi sentiva dentro di sé il desiderio di mettersi in proprio poteva provarci con più che ragionevoli prospettive di riuscita. Con l’economia che viaggiava con il vento in poppa, giovani intraprendenti come i fondatori di Saccheria Reggiana, se erano bravi e un po’ fortunati, pur partendo da un piccolissimo investimento iniziale, potevano riuscire a creare la propria impresa.

Giavarini e i suoi due soci si rivolgono inizialmente al settore ceramico, dove sanno che i loro big bags sono molto richiesti. Visto che in zona, però, gli altri settori non erano altrettanto ricettivi per il loro prodotto (non era ancora invalso l’utilizzo dei big bags per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi), cominciano a guardare ben presto fuori dai confini dell’Emilia-Romagna e conquistano clienti fedeli, ad esempio, tra i marmisti del Veronese.

Pian piano le vendite crescono, prima con due agenti plurimandatari, poi con rivenditori non esclusivisti e infine con una propria rete di vendita. Cresce anche il personale, inizialmente tutto interno e utilizzato anche su due turni lavorativi, poi in parte esternalizzato. E proprio sul personale di Saccheria Reggiana occorre spendere qualche parola in più. La storia dell’azienda di Montecchio Emilia, infatti, è anche uno spaccato dell’evoluzione del mercato del lavoro degli ultimi decenni del nostro Paese. Se dapprima, infatti, predomina la manodopera interna (soprattutto meridionale) che produce tutto all’interno del capannone aziendale, negli anni successivi prende piede la figura della lavoratrice a domicilio assunta come dipendente, alla quale l’azienda fornisce la macchina e i materiali da cucire e che produce a casa propria. In seguito, tale figura professionale tende a scomparire – anche a causa dei nuovi regolamenti condominiali che vietano l’utilizzo di macchinari rumorosi -, sostituita dall’artigiana che si mette in proprio e collabora con l’azienda. Negli ultimi anni, infine, è arrivata la manodopera straniera. Si è trattato sempre, comunque, di donne: è a loro, infatti, che nel nostro Paese si lega l’attività della cucitura, mentre in altri Paesi non è raro trovare uomini che cuciono.

La crisi del 2000

Saccheria Reggiana cresce fino a raggiungere i 30 dipendenti, Giavarini perde, per ragioni diverse, i due soci e resta solo al comando proprio quando è costretto ad affrontare la crisi che apre il nuovo millennio. A un’economia non più così florida, infatti, si sommano le gravi conseguenze della mossa sconsiderata di un concorrente che, dall’oggi al domani, decide di dimezzare i prezzi dei propri prodotti. La mossa, che si potrebbe definire a ragion veduta dumping interno, sconvolge il mercato dei big bags (che prima garantivano ampi margini di guadagno). Molte aziende sono costrette a chiudere i battenti: si tratta soprattutto di quelle più grandi e meno flessibili.

Saccheria Reggiana accusa il colpo, ma resiste, affidandosi a una clientela di piccole imprese, clienti fidelizzati, difficili da gestire, ma, attenti alla qualità più che al basso prezzo, meno attaccabili da parte dei concorrenti “sleali”.

«Difficilmente chi compra dieci sacchi ogni tre anni non li prende da me – afferma Giavarini -. Questi piccoli clienti continuano a prenderli da me i sacchi, anche se il prezzo abbiamo dovuto diminuirlo anche noi».

«Si tratta di un meccanismo naturale di fidelizzazione del cliente – continua l’imprenditore -. Noi abbiamo sempre lavorato bene e se lavori bene sei pagato. È chiaro che nelle grosse aziende gli Uffici acquisti fanno ricerche di mercato e non li fidelizzi di sicuro. Per questo la nostra politica è stata sempre quella di rivolgerci alle piccole e medie aziende».

Saccheria Reggiana stringe la cinghia e resiste, non cedendo alle lusinghe della delocalizzazione. Savio Giavarini, figlio di un agricoltore legato alla terra, ha scelto di continuare a produrre nella sua regione, di non abbandonare la manodopera del suo territorio.

«L’anno scorso – racconta Giavarini – abbiamo prodotto 360 mila sacchi e quelli importati sono stati 20 mila. Anche noi abbiamo una piccola linea di sacco importato per far vedere al cliente che la vuole che anche noi, potenzialmente, gli possiamo dare un rotolo che costa poco, ma non è la nostra linea. Oggi tutti i nostri concorrenti importano: il 90% dei sacchi che ci sono in Italia sono importati. In nome della qualità abbiamo scelto di fare sacchi che costano un po’ di più e che ci garantiscono un margine di guadagno inferiore rispetto agli altri. Per la stessa ragione non abbiamo mai delocalizzato la produzione, anche perché delocalizzare porta dei vantaggi, ma comporta anche alcune problematiche. Il nostro sacco, pur essendo semplice da fare, va controllato e solo mantenendo in loco la produzione possiamo garantire un ottimale controllo della qualità».

Il legame con il territorio

Non è solo per la ricerca della qualità del prodotto, però, che Giavarini ha deciso di rimanere a produrre nella sua terra. È anche per un’attenzione concreta al “fattore umano” che l’imprenditore emiliano ha combattuto contro la crisi: «Licenziare di per sé è un problema, non è mai una soluzione. Se licenzi delle persone vuol dire che hai dei problemi e ne crei alle famiglie. I problemi bisogna risolverli in maniera diversa. Se produci nel tuo territorio, devi poterci girare tranquillamente, mica licenziare la gente. Noi – afferma orgoglioso Giavarini – non abbiamo licenziato nessuno, non abbiamo mai fatto cassa integrazione e oggi abbiamo 16 dipendenti (provenienti da tutte le parti del mondo) che cuciono e assemblano i pezzi semi-lavorati (rotoli di tela e di nastro) che arrivano soprattutto dall’India».

Le prossime sfide di Saccheria Reggiana

Superata la crisi del duemila e affrontata la concorrenza dei Paesi emergenti investendo sulla qualità del prodotto, a 60 anni Savio Giavarini non è stanco della sua impresa: «Non penso alla pensione – dice -, anzi mi spaventa il pensiero di dover smobilitare. Continuo ad aver fiducia nella mia azienda, tanto che continuo a investirci massicciamente».

E il primo investimento Saccheria Reggiana l’ha fatto sui giovani. Accanto a dipendenti fidelizzati, in azienda da almeno 10-15 anni, è stata assunta una nuova leva di ragazzi che sono l’orgoglio di Giavarini e la molla che lo aiuta a continuare nella sua attività di imprenditore: «Se si vive in mezzo ai vecchi si peggiora e si diventa molto più vecchi di quanto già non si sia. Lavorare in mezzo ai giovani rallenta l’invecchiamento. È faticoso, ma alla fine dà tante soddisfazioni».

Le persone di Saccheria Reggiana

Se gli chiedi quali siano i punti di forza di Saccheria Reggiana, Giavarini risponde con le qualità che ti enuncerebbe qualsiasi imprenditore manifatturiero: flessibilità, serietà, puntualità. Aggiunge un’altra qualità, però, che non sempre si trova in bocca ai suoi colleghi imprenditori: la modestia. Quella “modestia” che in certe situazioni difficili ti permette di adattarti al mercato.

A questa qualità, ci permettiamo di aggiungere il coraggio. Quel coraggio che oggi, dopo più di trent’anni di impegno con la sua azienda, ha portato Giavarini a investire sulla comunicazione, con un nuovo sito web, graficamente accattivante e pieno di servizi e news sull’attività aziendale e sui settori potenzialmente interessati ai big bags; questo perché, dice l’imprenditore, «il web è il modo più sicuro, veloce e facile per vedere il mondo». Ed è lo stesso coraggio che porta Saccheria Reggiana a esplorare i mercati esteri, al momento quelli più “prossimi” come la Svizzera.

Al termine della piacevole conversazione che ha generato questo articolo, Savio Giavarini si è fatto pensieroso e con tono preoccupato ha ammesso che per i giovani oggi è molto più difficile di un tempo avviare un’impresa, riuscire a trovare un’attività che assicuri margini di guadagno tali da investire nell’impresa e contemporaneamente avere un buon stipendio. Poi, però, lo sguardo dell’imprenditore si posa sui suoi “ragazzi”, che lavorano insieme a lui (e a un’impiegata “storica”, vera memoria aziendale vivente) in Saccheria Reggiana. È da loro, dai giovani che sta coltivando e che un giorno “faranno l’impresa” come ha fatto lui più di 30 anni fa, che Savio Giavarini trae il suo coraggio. Il tranquillo, ordinario coraggio di un piccolo imprenditore italiano.

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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