Fisco condannato se tarda a pagare

 Fisco condannato se tarda a pagare

Il Fisco decide di resistere in giudizio con la consapevolezza dell’infondatezza della propria pretesa: è abuso dello strumento processuale.

 Si conclude in questi termini la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Brescia n.297/04/2019 che se da un canto dichiara cessata la materia del contendere, dall’altro accerta la condotta abusiva dell’Ufficio e lo condanna per responsabilità processuale aggravata ai sensi dell’articolo 93 del codice di procedura civile.

Il caso trae origine dall’istanza di rimborso della maggiore imposta di registro versata da una società, a titolo provvisorio, a seguito dell’atto di cessione di ramo d’azienda. Nella sostanza Il corrispettivo definitivo, quantificato successivamente, risulta essere inferiore rispetto al precedente e la società chiede la restituzione del surplus versato.

La vicenda approda in sede giudiziale a seguito della maturazione del silenzio- rifiuto dell’Agenzia delle Entrate che apre le porte ad un ricorso della società.

L’ufficio, costituitosi in giudizio, non contesta la pretesa ma si appella all’art.69 del Regio Decreto 2440/23  in base al quale il rimborso non può esser richiesto se sussistono carichi fiscali pendenti in capo al richiedente che, nel caso di specie, derivano da altri giudizi instaurati dalla società.

Sembrano dunque sussistere tutti gli elementi per concedere la sospensione del credito come richiesto dall’ufficio ma, paradossalmente, da queste premesse la Commissione trae gli estremi che stravolgono ogni previsione dell’Agenzia delle Entrate.

Procedendo per ordine, il Regio Decreto invocato dall’ufficio e soprarichiamato è stato sostituito dall’articolo 23 del Dlgs n. 472/1997, il quale trattando del credito vantato nei confronti dell’amministrazione finanziaria, ne disciplina la sospensione facendola discendere però dalla notifica di un atto di contestazione o di irrogazione della sanzione.

L’amministrazione Finanziaria commette dunque un duplice errore: se da un lato invoca una norma ormai sostituita da una più recente che si pone in rapporto di specialità con la precedente, avanzando la pretesa in sede di controdeduzioni aggira la previsione legislativa della previa notifica di un atto di contestazione.

La richiesta dell’ufficio, formulata in questi termini, si sostanzia unicamente in un mezzo volto a paralizzare la pretesa avversaria delineando gli estremi per la condanna per abuso dello strumento processuale.

Ed infatti, ogni abuso in quanto tale è sanzionato dall’ordinamento che nel riconoscere diritti in capo al singolo, predispone una congerie di sanzioni volte a paralizzare le eventuali condotte abusive anche se quest’ultime sono poste in essere dall’amministrazione finanziaria.

In questo caso, la condotta dell’ufficio provoca una distorsione dovuta alla decisione di resistere in giudizio con la consapevolezza delle lacune insite nella propria pretesa sin dai primi atti.

Infatti, la colpa grave e la malafede del Fisco consistono proprio in questa forma di resistenza in giudizio con la consapevolezza del proprio torto per meri fini dilatori.

Nel caso di specie, l’asimmetria tra Agenzia e contribuente si annulla in sede processuale ove, considerati gli estremi della condotta abusiva dell’ufficio, risulta comprensibile la decisione della Commissione Tributaria che condanna quindi l’amministrazione resistente alla sanzione per responsabilità processuale aggravata, alla restituzione delle spese di lite ed al rimborso dell’imposta.

Anna Iaria – Laureanda in Giurisprudenza
Avv. Matteo Sances
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Matteo Sances e Anna Iaria

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