Fisco: Confindustria, le tasse sul reddito dell'impresa in Italia sono superiori alla media Ue

 Fisco: Confindustria, le tasse sul reddito dell'impresa in Italia sono superiori alla media Ue

La tassazione dei redditi d’impresa in Italia è superiore alla media dell’Eurozona e dell’Ue-27. Lo afferma il Centro studi di Confindustria evidenziando che l’onere fiscale gravante sui profitti, nel 2011, è stato pari al 2,8% del Pil contro una media di 2,5% nell’Eurozona e di 2,6% nell’UE-27.

Tra i quattro più importanti partner europei, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna, solo il Regno Unito ha registrato un’incidenza del gettito sul Pil superiore a quella dell’Italia: 3,1%. L’aliquota implicita – cioè il rapporto tra il gettito fiscale e la relativa base imponibile – in Italia è stata pari al 24,8%, inferiore, tra i paesi euro, solo a quelle di Portogallo (36,1%), Francia e Cipro (26,9%). Dal 1995 al 2011 l’Italia ha visto crescere in misura maggiore l’aliquota implicita. L’incidenza del prelievo fiscale e contributivo sui redditi da lavoro, misurata con l’aliquota implicita, è stata in Italia seconda solo al Belgio, tra i paesi euro: 42,3% nel 2011 contro il 42,8% del Belgio, il 37,7% dell’Eurozona e il 35,8% della media dei 27 paesi dell’Unione.

I più importanti partner europei hanno registrato valori molto inferiori all’Italia: Francia 38,8%, Germania 37,1%, Spagna 33,2%, Regno Unito 26,0%. In Italia ai contributi sociali piu’ elevati che altrove e legati all’ingente spesa pensionistica. Ciò determina un onere per le imprese che, nel 2011, è stato pari al 10,7% del Pil, inferiore solo a quello registrato in Francia (12,9%) ed Estonia (11,2%).

Con l’insorgere della crisi, l’aliquota implicita sul lavoro è cresciuta, toccando il picco del 42,9% nel 2008, per poi tornare nel 2011 al livello del 2007. Negli altri principali paesi europei e in media nell’Eurozona, nel 2011 l’aliquota implicita era, invece, a un livello inferiore a quello registrato nel 2007. Ciò significa che il divario tra l’Italia e gli altri paesi, con la crisi, si è ampliato. Elevati in Italia rispetto ai partner europei – sottolinea infine il Centro studi di Confidustria – anche i costi di altri fattori produttivi quali energia e tassazione di proprietà immobiliare.

Fonte: Asca

Redazione

1 Comment

  • Egregio Direttore,
    alcune considerazioni di “attualità” sulle sconsiderate imposte sugli immobili, che portano dritte ad altre di carattere più generale sulla modalità delle funzioni di governo nel nostro Paese.
    Dato anche il fatto che la nostra è una “Repubblica fondata sul lavoro” mi riferisco nello specifico alle imposte sugli immobili adibiti ad uso imprenditoriale, commerciale, terziario (quindi attività produttive o professionali) che gravano, allo stato della legislazione (invero decretazione, nonostante vi sia in materia fiscale una precisa e significativa riserva di legge), sugli stessi anche qualora le condizioni oggettive di mercato dell’area del Comune in cui sono ubicati li renda oggettivamente non utilizzabili, non alienabili e non locabili, quindi totalmente improduttivi, anzi elementi pesantemente passivi nel quadro reddituale delle persone fisiche e giuridiche cui appartengono.
    Osservo inoltre che, qualora fosse possibile locarli o alienarli, nonostante le valutazioni di mercato espresse dalla Banca Dati per le stime della Agenzia delle Entrate (vedasi sito) siano per tali immobili spesso notevolmente inferiori a quelli ad uso residenziale, le imposte di locazione o vendita (a seguito di una dissennata e casuale assegnazione di rendita catastale) sono a volte moltiplicate rispetto ai primi di molte volte, raggiungendo somme spropositate ed insostenibili, ben al di sopra di ogni ragionevolezza ed esorbitanti ogni principio disciplinante quella che dovrebbe essere la legittima manovra fiscale dello Stato.
    Aggiungo due considerazioni generali.
    La prima di ordine politico: facile a dimostrarsi, con dati alla mano, che l’attuale governo delle “strette intese”, seguendo la linea suicida del precedente, ha espresso anche in questo modo una politica fiscale sostanzialmente contro l’iniziativa imprenditoriale e professionale ed antitetica rispetto alle proclamate misure di sgravio fiscale sul lavoro, dimostrando inoltre di avere una percezione dello stesso quantomeno parziale ed anacronistica.
    La seconda di carattere giuridico: riguarda, per l’oggetto in questione, il (non) rispetto di alcuni dei più elementari e significativi principi costituzionali, dei principi generali in materia di fiscalità pubblica, infine dei principali trattati e patti internazionali contenenti gli essenziali e minimi diritti umani, sociali ed economici.
    A volerlo fare, con estrema facilità, si potrebbero citare norme basilari dell’ordinamento italiano, comunitario ed internazionale che il quadro fiscale mantenuto oggi dal governo e negli enti territoriali lede in maniera eclatante, andando ad inficiare, come mai è accaduto prima nella storia della Repubblica, nemmeno nei momenti più drammatici, l’essenza stessa dello stato liberal-democratico, della sovranità, nonché i diritti essenziali del cittadino.
    Si tace e si trascura il fatto che nessuna crisi economica e finanziaria, nessuna appartenenza a comunità internazionali può indurre chi regge in funzione di governo le sorti di uno Stato ad abdicare con tanta facilità alle proprie prerogative di conservazione dell’integrità nazionale e statuale, fino ad arrivare a considerarsi per “ragioni di politica estera” libero di superare le leggi primarie, quelle stesse che lo anticipano e lo qualificano come “esecutivo” e semplice componente di un ordinamento in cui la sovranità è espressamente popolare e non dell’apparato, comunque questo si sia venuto a formare.
    Nessuna autorità esterna, nessuna relazione comunitaria può imporre la politica economica e fiscale interna, a nessuna condizione, e chiunque con funzioni di governo a pressioni esterne dovesse cedere senza opporre dimostrabile resistenza (fino al limite del conflitto per difesa della nazione) si collocherebbe fuori dal quadro legale e in condizione di alto tradimento.
    In una prospettiva storica mi sembra in conclusione opportuno ricordare che la nostra Repubblica ha una matrice resistenziale rispetto ad una criminale invasione fisica e politica del territorio nazionale da parte di forze belligeranti che intendevano imporre regimi antitetici alla democrazia ed al riconoscimento di diritti primari per il cittadino, tra i quali quelli economici, e che il sangue che fu sparso e la distruzione che ne seguì fu anche causata da scelte ed alleanze altrettanto auto-distruttive di chi a quel tempo aveva avuto in mano le sorti del Paese.

    MB

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