La sociologia ha fin da subito individuato nel Lavoro uno dei suoi campi di ricerca di maggior interesse. La sociologia del lavoro analizza il lavoro come fenomeno sociale, organizzativo ed anche storico. A partire dalle teorie di Marx passando per quelle di Weber, oggi siamo giunti ad una disciplina che studia questa struttura da una precisa prospettiva: quella del legame tra uomo e macchina. Quella che in origine era detta “sociologia dell’industria” nasce infatti dalla necessità di comprendere i meccanismi del lavoro contemporaneo, di fabbrica o d’ufficio, analizzando come questo influisca anche sulla vita privata e sulla psicologia dell’individuo. Fenomeni come l’alienazione, la competizione economica e il modo stesso di vivere il lavoro delle nuove generazioni alimentavano e alimentano la ricerca di questa disciplina. Uno degli aspetti maggiormente presi in esame è quello dei sistemi produttivi. Oggi analizziamo il primo sistema che ha plasmato il mondo dell’industria e, come vedremo, la società: sto parlando del fordismo!
Henry Ford nasce nel 1863 in una famiglia di agricoltori irlandesi. Il 16 giugno 1903 fonda la Ford Motor Company, società produttrice di automobili che ancora oggi svetta fra le maggiori del mondo. Oltre ad un modello di auto economico e accessibile, Ford è ricordato per aver creato un sistema di produzione rivoluzionario. Quello che oggi è definito Fordismo è ciò che nel linguaggio comune è detto “catena di montaggio”. Questo nuovo sistema di produzione ribaltava il movimento all’interno dei capannoni industriali: invece di far muovere l’operaio verso il prodotto, è questo che si muove verso l’operaio. Un nastro trasportatore trascina il prodotto di fronte ad ogni singolo operaio che ha un solo compito: avvitare delle viti, montare gli pneumatici, pulire la carrozzeria ecc ecc… questo è quello che si poteva osservare negli stabilimenti Ford a partire dal 1913. Ma il fordismo va ben oltre la semplice catena di montaggio! «Un altro fattore critico per comprendere il f. è il ‘cottimo differenziale’, il nuovo meccanismo retributivo in base al quale il salario è determinato dalle quantità prodotte in un certo arco di tempo, ma in modo differenziato in base al volume o al numero complessivo di pezzi prodotti (per es., una unità di salario per ogni pezzo fino a 100, ma se i pezzi realizzati sono 120 il salario unitario aumenta a 1,5)»1. L’aumento dei salari e la maggiore disponibilità economica dell’operaio lo renderà allo stesso tempo consumatore di ciò che produce. Questo rende il fordismo il primo sistema produttivo che nasce dalla e per la società di massa, dove la standardizzazione e la razionalizzazione distributiva rispondono al sempre maggior numero di consumatori.
Questo nuovo sistema di produzione mutò radicalmente la società statunitense: il basso costo di produzione dei beni e la disponibilità economica degli operai-consumatori portò alla formazione di una classe media che era specchio della nascente società americana. Il fordismo rendeva possibile sul piano materiale la democrazia e la libertà del cittadino, entrambi valori che si riflettono sul potere economico. La riduzione dell’orario di lavoro e la disponibilità di beni come elettrodomestici e automobili plasmarono lo stile di vita della famiglia media americana. Ma il clima di sempre maggior progresso non fu immune da criticità. Secondo il sociologo Herbert Marcuse il fordismo ha generato quella da lui definita “società benestante”, un sistema totalitario mascherato da democrazia in cui la razionalità tecnologica si impone su ogni aspetto della vita pubblica. Secondo il sociologo il fordismo ha spinto gli individui a lavorare più del necessario per soddisfare dei falsi bisogni creati dal mercato, portando ad una perdita di umanità (alienazione) e a una ricerca della felicità nei beni materiali.
Con la fine della seconda guerra mondiale l’Europa entra nella piena sfera di influenza degli States e l’Italia sembra esserne particolarmente sensibile! Oltre ai finanziamenti del Piano Marshall, gli italiani assorbono molto della cultura statunitense fra cui il modello di produzione inventato da Ford. Negli anni ’50 l’Italia guida la ricostruzione d’Europa, con una società che muta in pochissimi anni. Il fordismo in Italia (nella sua accezione più originale) è trainato dalla FIAT. In pochi anni si passa da una società agricola e contadina ad una industriale ed urbanizzata. Ma nel nostro paese il fordismo è destinato ad un percorso diverso rispetto agli USA.
Infatti nel Bel Paese il fordismo viene in un primo momento reinterpretato e in un secondo momento “superato” da un nuovo modello di impresa, più adatta al nostro contesto. Oltre ad Agnelli, figura chiave di questo passaggio è Adriano Olivetti, imprenditore e ingegnere a capo della prima fabbrica italiana di macchine per scrivere. Olivetti è una figura chiave nella reinterpretazione italiana dei sistemi di produzione di massa importati dagli Stati Uniti. Tutto comincia nel 1925, quando Olivetti visita gli stabilimenti della Ford negli States. Tornato a Ivrea è convinto che l’organizzazione razionale e scientifica della produzione industriale sia un elemento fondamentale nella società di massa: introduce così negli stabilimenti Olivetti il cronometraggio dei tempi, il montaggio a catena e rese le sue macchine da scrivere accessibili ad un pubblico maggiore con la riduzione dei costi di produzione. Sotto la sua guida, la Olivetti passò da una dimensione artigianale ad una più industriale e globale. Ma Adriano Olivetti non si fermò qui.
Adriano Olivetti fu allo stesso tempo un estimatore ed un critico del fordismo, che richiedeva secondo la sua visione un ridimensionamento. Olivetti non dimentica il significato del lavoro artigianale, la sua natura espressiva e creativa, per questo non riesce a concepire l’operaio come mera estensione della macchina, ma come mente attiva che mette sé stessa sull’opera. La fabbrica Olivetti diventa il motore di una comunità, in cui case, biblioteche, ambulatori e asili non erano dei benefit, ma diritti del lavoratore. Gli spazi Olivetti stimolavano il tempo libero con la lettura, l’invito di intellettuali e attività volte all’arricchimento dell’operaio come uomo. Attraverso questa riformulazione del fordismo, da cui possiamo dire che trae lo scheletro, Olivetti dimostra che si può essere più efficienti dei fordisti pur essendo più umani: la Olivetti negli anni ’50 era all’avanguardia mondiale non solo nel design ma anche nell’elettronica.
La storia di Olivetti ci porta all’ultimo stadio della storia del fordismo in Italia: il cosiddetto Quarto Capitalismo2 e la piena affermazione delle PMI in Italia. Per Olivetti la fabbrica e l’impresa non dovevano essere “cattedrali nel deserto” ma in pieno dialogo col territorio dove decidono di sorgere; questa lezione è stata colta dalle successive PMI, che hanno adottato il sistema dei distretti locali dove collaborano e competono all’interno di uno stesso contesto geografico. Altro elemento ereditato dal “fordismo olivettiano” è la convinzione che l’operaio debba essere un intellettuale del fare. Molte PMI di successo sono guidate da imprenditori che hanno investito sul sapere tecnico dei propri dipendenti, oltre che nel Welfare aziendale consapevoli che il benessere dei lavoratori riduce il turnover e aumenta la qualità.
In conclusione è fondamentale osservare come Olivetti sia riuscito a sintetizzare insieme l’organizzazione industriale con l’abilità artigianale tipica italiana, cosa che possiamo ancora osservare in tutte le piccole e medie imprese del nostro territorio. Senza la reinterpretazione olivettiana del fordismo l’Italia sarebbe probabilmente rimasta un paese di subfornitori a basso costo: oggi le PMI dimostrano che il capitalismo italiano ha imparato che si può competere puntando sulla qualità, sull’estetica e sul rispetto dei lavoratori, trasformando la dimensione ridotta da limite a punto di forza.
1Treccani;2012;https://www.treccani.it/enciclopedia/fordismo_(Dizionario-di-Economia-e-Finanza)/;04/04/2026.
2Treccani;2013;https://www.treccani.it/enciclopedia/quarto-capitalismo_(Lessico-del-XXI-Secolo)/;13/04/2026.
