Giuseppe Tripoli: «La situazione è grave, ma emerge una “nuova vitalità”»

 Giuseppe Tripoli: «La situazione è grave, ma emerge una “nuova vitalità”»

[dropcap]L'[/dropcap]edizione 2014 della Relazione del Garante per le micro pmi, Giuseppe Tripoli, presentata al Presidente del Consiglio, come disposto dalla “Statuto delle Imprese” (L.180/2011), ha rappresentato uno dei primi atti approdati sulla scrivania del nuovo Ministro dello Sviluppo Economico. La Relazione costituisce un utile strumento di lavoro per iniziare ad affrontare con decisione i problemi e le difficoltà che attanagliano il tessuto produttivo italiano. Oltre a una serie di dati e di analisi sulle condizioni in cui operano le imprese italiane, la Relazione contiene un fitto pacchetto di riflessioni e di indicazioni di policy che possono concorrere ad agganciare la ripresa economica.
È lo stesso Giuseppe Tripoli a illustrarci in questa intervista quanto emerge dalla sua Relazione e le proposte che ha avanzato.

Giuseppe Tripoli è il Garante per le micro piccole e medie imprese, la figura prevista dallo Statuto delle imprese per tutelare gli interessi delle pmi e valorizzarne il ruolo nel tessuto produttivo italiano, favorendone al contempo il rapporto con le istituzioni e sensibilizzandole verso le istanze e le problematiche tipiche delle imprese di dimensioni minori, come l’accesso al credito, il sostegno alla competitività e allo sviluppo.
Giuseppe Tripoli è il Garante per le micro piccole e medie imprese, la figura prevista dallo Statuto delle imprese per tutelare gli interessi delle pmi e valorizzarne il ruolo nel tessuto produttivo italiano.

Nella Relazione si traccia un quadro drammatico degli effetti della crisi sulla “spina dorsale” più vitale del Paese. Facendo un raffronto con altri Paesi europei, le nostre piccole imprese hanno sofferto di più? E, se sì, perché?
«L’Italia è un Paese con una spiccata propensione imprenditoriale che continua a mostrare elementi di grande vitalità. Nel generale processo di trasformazione degli ultimi anni, alcuni settori manifatturieri di eccellenza hanno proseguito il cammino verso un processo di upgrading qualitativo facendosi strada nell’export. Tra questi, l’alta gamma del tessile-abbigliamento, i beni di lusso per la casa, i prodotti food di alta qualità, la meccanica Made in Italy di eccellenza. Ma è pur vero che l’Italia ha perso complessivamente, in meno di sei anni, il 24% della sua produzione industriale. Tra i principali Paesi europei solo la Spagna ha subito perdite di gravità paragonabile alla nostra (-30%). La base imprenditoriale italiana è stata intaccata più duramente della media europea. Le nostre imprese hanno sofferto in misura maggiore rispetto alle analoghe presenti nelle principali economie UE prima di tutto perché sono oppresse da nodi strutturali che incidono sui costi e sulla loro capacità di competere. Criticità legate alle caratteristiche del nostro tessuto produttivo (ridotta patrimonializzazione delle imprese, insufficiente orientamento verso i settori “knowledge intensive”, bassa produttività, scarsa valorizzazione del capitale umano e “intangibile”). Ma anche differenziali di costo nei confronti della media europea sui temi dell’energia (+20%), del sistema logistico (+11% circa), del credito (che ad esempio in Francia e Germania costa circa 120 punti base in meno), del fisco e degli oneri amministrativi (per gli adempimenti fiscali le società impiegano 269 ore all’anno contro le 179 nella media europea, 15 pagamenti all’anno a fronte di 13). Saper fare la progettazione, l’ideazione e il design dei nostri prodotti oggi rischia di non bastare più, occorre anche un miglioramento sensibile nel saper gestire i cambiamenti e nel saper introdurre ICT, proiettarsi oltre confine, e combinare bene i fattori produttivi coniugando sempre più innovazione e tradizione artigiana».

Per il quinto anno consecutivo, il mondo artigiano presenta saldi negativi. Ritiene che, finalmente, ci sia la possibilità di invertire la tendenza? Oppure la ripresa è ancora troppo debole?
«Una impresa su quattro ha le caratteristiche dell’impresa artigiana e i saldi negativi purtroppo negli ultimi anni non accennano a migliorare. Il mercato di riferimento per queste imprese è prevalentemente domestico e quindi le imprese marginali in questo momento di crisi sono state messe in un angolo. Va detto che con altrettanta velocità nascono nuove imprese artigiane in grado di soddisfare maggiormente il consumatore con servizi innovativi. I saldi sarebbero stati peggiori se la politica degli incentivi fiscali, in particolare nel settore edilizio, non fosse stata confermata nell’ultimo anno con una prospettiva di stabilità di medio periodo. La ripresa dei consumi interni, se sostenuta dalla riduzione della pressione fiscale sulle famiglie, contribuirà ulteriormente a creare maggiori opportunità per gli imprenditori artigiani. Un altro aspetto di criticità, che però sta decisamente cambiando, riguarda la celerità dei pagamenti nella Pubblica amministrazione che, pur interessando maggiormente le imprese più strutturate, si ripercuote anche in quelle più piccole che forniscono beni o servizi alle maggiori».

Le imprese di dimensione media in Italia sono appena lo 0,5% del totale, mentre la grande dimensione incide solo per lo 0,1%. Il “nanismo” delle imprese, dunque, è ciò che frena lo sviluppo nel nostro Paese? E perché le nostre imprese sono meno competitive rispetto a quelle degli altri Paesi sviluppati?
«Moltissime imprese, specie quelle piccole che operavano rivolte esclusivamente al mercato interno, negli ultimi anni hanno subito l’impatto negativo del crollo della domanda interna, sulla quale ha gravato la riduzione del reddito disponibile delle famiglie, la stretta creditizia e quella fiscale. Le piccole imprese presentano anche una modesta capitalizzazione mentre la prevalenza della figura dell’imprenditore-proprietario può costituire un ulteriore ostacolo sia per la tradizionale riluttanza verso percorsi di apertura a capitali terzi, sia per intraprendere processi di internazionalizzazione. È dunque ragionevole immaginare come la piccola dimensione delle nostre imprese, a distanza di quasi sei anni di crisi, possa oggi costituire un ostacolo per affrontare la competizione agguerrita che caratterizza i mercati globali. Negli ultimi anni si è cercato di intervenire per promuovere le aggregazioni delle imprese (ad esempio con il contratto di rete) cercando di compensare i limiti legati alle piccole dimensioni, per ridurre la forte dipendenza dalle banche rafforzando il ricorso diretto al mercato dei capitali, e semplificare gli adempimenti burocratici a carico delle imprese».

La Relazione sottolinea anche «alcuni fenomeni di “nuova vitalità”, oggi in fase di emersione». Può illustrarceli in breve?
«È in atto un processo di generale trasformazione in tutti i settori non solo produttivi ma anche nei servizi. Il fenomeno è maggiormente marcato laddove la presenza delle micro, piccole imprese è più significativa come nel commercio. Dalla tradizionale dicotomia tra grande e piccola distribuzione che soccombe, sono nate nuove imprese che hanno puntato su servizi e prodotti di qualità venduti e anche somministrati direttamente al consumatore. Sono in aumento gli addetti nel settore turistico e alberghiero e della ristorazione. Il settore manifatturiero, pur in presenza di un ridimensionamento complessivo, mostra segnali interessanti di miglioramento qualitativo dei prodotti. Ho constatato con interesse la diffusione dell’utilizzo delle stampanti 3D non solo per la creazione di nuovi prototipi, ma anche di prodotti “a misura del consumatore”, coniugando, in questo modo, un nuovo “ saper fare” artigiano con l’innovazione e il design. Alcuni settori tradizionali di eccellenza (automazione meccanica, prodotti in metallo, articoli in gomma e plastica, raffinazione chimica-farmaceutica) hanno conquistato nuove nicchie di mercato generando un cambiamento nella specializzazione dell’industria italiana. Registriamo anche nuove geografie verso cui esportare in particolare per i prodotti italiani food di qualità e l’Agribusiness (Europa occidentale, Usa, America Latina e Russia). Il tessile-abbigliamento potrà trovare sbocco in Cina. La nostra meccanica Made in Italy potrà crescere nei paesi in cui si svilupperà il manifatturiero (Messico e Asia). Ma più in generale possiamo dire che tutte le eccellenze italiane stanno internazionalizzandosi. Le medie imprese italiane, pur in presenza della crisi, hanno aumentato la quota di fatturato sull’estero superando il 51% rispetto all’anno precedente(43%)».

Quali sono i principali interventi normativi adottati nel corso del 2013 con impatto sul mondo imprenditoriale e qual è lo stato di attuazione dei principali provvedimenti proposti nella sua prima Relazione?
«Nel corso del 2013 l’Ufficio del Garante ha promosso molti appuntamenti di confronto con le associazioni imprenditoriali e io direttamente e i miei collaboratori abbiamo partecipato a convegni e seminari in tutte le regioni raccogliendo proposte di interventi normativi che le imprese hanno ritenuto urgente segnalare. Purtroppo non è stato possibile inserire tutte le proposte in una legge organica annuale, come prevederebbe lo Statuto delle imprese. È auspicabile che ciò avvenga a partire già dal 2014. È vero però che molte delle misure sono state introdotte attraverso provvedimenti d’urgenza (ad esempio Decreto del FARE, Destinazione Italia) leggi (ad esempio Legge di stabilità 2014), ovvero sono diventate provvedimenti all’esame del Parlamento (ad esempio D.d.L. Semplificazioni 2013 AS 958)».

«In cima all’agenda - dice Tripoli - si pone il tema fiscale sia sotto il profilo della riduzione del carico per le imprese, sia sotto quello della lotta all’evasione».
«In cima all’agenda – dice Tripoli – si pone il tema fiscale sia sotto il profilo della riduzione del carico per le imprese, sia sotto quello della lotta all’evasione».

La sua Relazione avanza anche una serie di proposte per favorire lo sviluppo e la competitività delle micropmi. Ce le può riassumere?
«Mi sono permesso quest’anno di indicare nella Relazione alcune priorità, che possono essere tradotte velocemente in norme concrete e operative. In cima all’agenda si pone il tema fiscale sia sotto il profilo della riduzione del carico per le imprese, sia sotto quello della lotta all’evasione. Occorre anche promuovere forme friendly di conciliazione/contradittorio tra l’Amministrazione finanziaria e le imprese. Sono tre questioni che in questi primi tre mesi dell’anno il Governo ha iniziato a prendere in seria considerazione. In parallelo il tema della Semplificazione e della riduzione della complessità a cui le imprese devono far fronte sia a livello della legislazione nazionale ma anche regionale e locale in particolare per l’avvio dell’impresa, l’ampliamento e l’apertura di stabilimenti produttivi. Lo sportello unico va potenziato e le procedure vanno rese omogenee su tutto il territorio nazionale. Mi preme sottolineare il positivo risultato raggiunto da quei comuni/organismi tecnici che hanno lavorato in stretta collaborazione con le Camere di commercio. Ho segnalato anche l’urgenza di colmare i ritardi nella predisposizione dei decreti di attuazione di molte norme che una volta adottate, producono il loro effetto dopo molto tempo. Un grosso capitolo è rappresentato dal potenziamento della Finanza d’impresa e della messa a disposizione di liquidità. Occorre superare nel nostro paese l’eccessiva dipendenza dal sistema bancario. Alcune misure hanno iniziato un percorso virtuoso. Il ricorso alla emissione di obbligazioni societarie sta iniziando a prendere piede e con il sostegno di una forma di garanzia pubblica, potrebbe avere un ulteriore progresso. Ho segnalato inoltre che si devono impiegare e finalizzare meglio gli strumenti pubblici per favorire l’accesso al credito, individuando sinergie e incremento di risorse a disposizione con il ricorso ai finanziamenti BEI. La messa in efficienza del sistema dei Confidi è uno snodo cruciale per un utilizzo efficace dei fondi pubblici. L’innovazione e la ricerca sono altri due fattori di sviluppo e di competitività. In questo ambito ho sottolineato la necessità di rafforzare le forme di ricerca cooperativa (imprese-enti di ricerca) come suggerito anche da Banca d’Italia e dall’OCSE. Ritengo che si debba estendere il credito di imposta in R&S non solo alla spesa incrementale ma all’intero volume degli investimenti che le imprese sostengono. In particolare le micropmi hanno bisogno di un riconoscimento di quella innovazione che viene realizzata spesso in maniera informale. Nel sistema moda, ad esempio, gli investimenti delle imprese vanno a coprire i costi sostenuti per l’ideazione e l’innovazione dei prototipi e dei campionari».

Ci sono altre questioni centrali strategiche per la competitività?
«Il sostegno e l’incentivo alle aggregazioni tra le imprese. Lo strumento dei contratti di rete si è rivelato interessantissimo perché ha rotto il tradizionale pregiudizio, tutto italiano, dell’individualismo e della scarsa cooperazione. Ci sono esempi di successo in cui il meccanismo della rete ha incrementato le performance di ciascuna delle imprese che hanno sottoscritto il contratto. Oppure di grandi imprese che hanno accompagnato imprese più piccole a realizzare nuove iniziative, nell’ambito del Programma di rete condiviso, che ciascuna, individualmente, non avrebbe mai potuto organizzare. Per consentire processi di emulazione è necessario associare dei vantaggi che di volta in volta possono essere fiscali, collegati al risparmio energetico o alla assunzione di personale qualificato in grado di sviluppare il programma di rete. Infine, la promozione dell’imprenditorialità e della continuità aziendale. La nascita di nuove imprese avvicinando i giovani all’opportunità di fare impresa e il mantenimento nel tempo dell’impresa favorendo la trasmissione a familiari o dipendenti costituiscono gli assi portanti per conservare un patrimonio di ricchezza, di conoscenze e di capacità che appartiene al nostro Paese e che in altri momenti di crisi ci ha permesso di sperimentare percorsi di crescita e di benessere che sono urgenti in questo particolare momento in cui si intravedono i primi segnali di ripresa».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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