Gli accordi per la ristrutturazione del debito

 Gli accordi per la ristrutturazione del debito

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[dropcap]U[/dropcap]no dei terreni di scontro e di passione tipici dell’azienda in crisi è la ricerca di una soluzione bonaria di composizione delle controversie insorte, o incipiende, con i creditori (banche e fisco in primis).

La storia economico-aziendale, ha visto nel corso degli anni varie forme di accordi stragiudiziali tra privati, su cui però, nella eventuale e successiva fase patologica del fallimento, pendeva la spada di Damocle della revocatoria, o, peggio ancora, della bancarotta semplice o preferenziale.

Il legislatore, disincrostando la normativa fallimentare, risalente al 1942, ha introdotto, all’art.182 bis della L.F. (Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, detta anche Legge Fallimentare), i cosiddetti accordi di ristrutturazione, proprio per favorire la soluzione delle crisi d’impresa.

Cercheremo, in questo breve articolo, di tratteggiare le caratteristiche peculiari dell’istituto e di valutarne i pregi ed i difetti.

In primo luogo, a mente del comma 1 dell’art.182 bis L.F., per procedere con l’accordo di ristrutturazione occorre il consenso di almeno il 60% dei crediti (non dei creditori), senza alcuna distinzione tra chirografari e privilegiati (a differenza di quanto accade nel concordato).

Il contenuto può essere il più vario, in modo da adattare ciascun progetto di risanamento alle caratteristiche e alle possibilità dei partecipanti e alle condizioni del mercato; per cui vi possono essere:
a) accordi con creditori bancari e finanziari;
b) accordi diretti ad ottenere nuova finanza;
c) accordi con i fornitori con cui si prosegue l’attività aziendale;
d) accordi con fornitori con cui si intende chiudere i rapporti per il futuro.

Per gli accordi di ristrutturazione dei debiti non vi è, dunque, uno schema prefissato legislativamente, ma si strutturano come contratti atipici, che possono essere stipulati in via separata, con una pluralità e diversità di negozi, oppure in via unitaria, e possono essere finalizzati a far continuare l’attività dell’azienda (magari cedendo asset non strategici), oppure, più semplicemente, a facilitare le operazioni di liquidazione.

Ne possono usufruire gli imprenditori commerciali non piccoli. Nessun dubbio vi è in merito alla inclusione degli imprenditori agricoli, come previsto dal comma 43 dell’articolo 23 del decreto legge 98/2011, convertito dalla legge 111/2011.

In ordine ai presupposti necessari, occorre, in primo luogo, che l’impresa versi in stato di crisi, ovvero in una condizione che non necessariamente deve essere di insolvenza, ma che è rappresentata da una condizione di difficoltà economica (es. mancanza di liquidità).

Si ritiene, comunque, che possa essere ammesso alla procedura di ristrutturazione anche l’imprenditore che versi in stato di insolvenza, ovvero in uno stato tale per cui i debiti superano il valore del patrimonio liquidabile (non è permessa la presentazione di un accordo di ristrutturazione dei debiti quando è già stata pronunciata la dichiarazione di fallimento, come precisato dalla Corte di cassazione con la sentenza n. 13014/2014).

Proprio nell’ottica della compliance tra debitore e creditori, occorre che la richiesta sia tempestiva, ovvero che quando c’è una stato di crisi percepito dall’azienda, occorre che questa si attivi immediatamente con i propri creditori.

Inoltre occorre che l’impresa sia, nei confronti dei creditori, una sorta di libro aperto, che, sostanzialmente, non nasconda nulla, in modo da ottemperare ad esigenze di chiarezza e verità, anche perché, particolare importante, l’accordo permette all’impresa di continuare ad avere rapporti commerciali con i terzi, e, dunque evita la liquidazione della stessa con distruzione di ricchezza, posti di lavoro, storia imprenditoriale.

Si può dire che l’istituto sia realizzato su misura per le imprese medio / piccole, anche se non mancano casi di imprese di grandi dimensioni che ne abbiano usufruito negli ultimi tempi (es. la società Risanamento).

Uno degli elementi fondamentali è dato dalla relazione del professionista (art.182 bis L.F. comma 1). La relazione viene redatta “sulla veridicità dei dati aziendali e sull’attuabilità dell’accordo stesso con particolare riferimento alla sua idoneità ad assicurare l’integrale pagamento dei creditori estranei nel rispetto dei seguenti termini: a) entro centoventi giorni dall’omologazione, in caso di crediti già scaduti a quella data; b) entro centoventi giorni dalla scadenza, in caso di crediti non ancora scaduti alla data dell’omologazione”.

Il professionista deve, dunque, verificare la fattibilità dell’accordo, analizzando la situazione finanziaria / patrimoniale, il contenuto dell’accordo, la sostenibilità finanziaria, i modi ed i termini del pagamento dei creditori dissenzienti (che vanno pagati subito e per intero). È indubbio che la relazione fa assumere un’enorme responsabilità in capo al professionista che accerta / attesta la fattibilità dell’operazione.

Depositata la domanda, il Tribunale svolge un’accurata analisi dell’accordo, valutando il contenuto della relazione del professionista, verificando che essa sia approfondita, chiara, e che vi sia corrispondenza tra le premesse e le conclusioni.

Ci si è interrogati su cosa verta l’analisi del giudice, ovvero se questa riguardi la valutazione della fattibilità (il merito) o si fermi alla semplice validità formale.

La distinzione non è di poco momento, posto che si valuta lo spazio lasciato al Tribunale in sede di omologazione dell’accordo di ristrutturazione.

La tendenza della giurisprudenza è che il Giudice debba, esclusivamente, valutare se c’è un percorso logico da parte del professionista, senza una valutazione sul merito.

Uno degli ambiti su cui verte la verifica giudiziale, è la sussistenza delle formalità relativa alla certificazione notarile delle firme apposte sulla domanda di omologazione, anche di quelle dei creditori. Ciò di certo rappresenta una fatica in più per il debitore (specie quando vi sono una pluralità di creditori), ma, sul punto la giurisprudenza è piuttosto rigida, anche perché si vuole evitare che vi siano firme apocrife, apposte al solo scopo di ottenere i benefici previsti dalla legge.

Superato positivamente il passaggio su menzionato, si passa alla omologazione dell’accordo, che, successivamente, verrà portato ad esecuzione, secondo quanto previsto dalla relazione.

In primo luogo dovranno essere pagati i creditori dissenzienti, quindi gli altri creditori, secondo quanto previsto dall’accordo.

In caso di inadempimento, l’accordo salta, e, come conseguenza si potrebbe arrivare anche alla dichiarazione di fallimento. Di fatti ci si trova di fronte ad un contratto, per cui, in caso di inadempimento, la conseguenza è la risoluzione dello stesso, per cui i creditori potranno iniziare o continuare le azioni esecutive.

Uno dei risultati pratici più evidenti è il divieto di esercitare azioni esecutive e/o cautelari da parte dei creditori non consenzienti, nonché l’esenzione da azioni revocatorie in un eventuale successivo fallimento.

Peraltro è previsto che la categoria dei creditori dissenzienti possa comunque fare opposizione all’accordo (es. perché il debitore non ha mezzi idonei a saldare il debito). L’opposizione, a mente del 4 comma dell’art. 182 bis, và presentata entro 30 giorni dal deposito della domanda. Ricordiamo inoltre che la Legge 30.07.2010 n.122 ha introdotto il comma 6 che prevede il divieto di azioni cautelari o esecutive nel corso delle trattative.

Il comma in parola prevede, appunto, “il divieto di iniziare o proseguire le azioni cautelari o esecutive … può essere richiesto dall’imprenditore anche nel corso delle trattative e prima della formalizzazione dell’accordo … depositando presso il tribunale competente … una dichiarazione dell’imprenditore, avente valore di autocertificazione, attestante che sulla proposta sono in corso trattative con i creditori che rappresentano almeno il sessanta per cento dei crediti…”.

Con tale modifica viene meno una delle problematiche più gravi della procedura di ristrutturazione, in quanto, la mancanza di uno schermo durante la non facile e celere fase delle trattative creava non pochi problemi sulla raggiungibilità e tenuta dell’accordo.

Il 7° comma dispone che il Tribunale fissi “l’udienza entro il termine di trenta giorni dal deposito dell’istanza di cui al sesto comma” al fine di verificare la ragionevole previsione del raggiungimento dell’accordo, e disporre, così il blocco delle azioni esecutive e/o cautelari.

La protezione ha la durata di 60 giorni.

Un’ulteriore passo avanti sulla strada della percorribilità degli accordi, è stata fatto con l’introduzione dell’art.182 quater L.F., che prevede che “1. I crediti derivanti da finanziamenti in qualsiasi forma effettuati in esecuzione di un concordato preventivo …. ovvero di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato … sono prededucibili …. 2. Sono parificati ai crediti di cui al primo comma i crediti derivanti da finanziamenti erogati in funzione della presentazione della domanda di ammissione alla procedura di concordato preventivo o della domanda di omologazione dell’accordo di ristrutturazione dei debiti… 3. In deroga agli articoli 2467 e 2497-quinquies del codice civile, il primo e il secondo comma del presente articolo si applicano anche ai finanziamenti effettuati dai soci fino alla concorrenza dell’80 per cento del loro ammontare…”.

La portata del presente articolo è molto importante, in quanto permette i cosiddetti finanziamenti ponte, finalizzati a consentire l’ingresso di nuova finanza in capo alle aziende in crisi di liquidità, al fine di permettere, da un lato, il pagamento dei debiti, e, dall’altro, la prosecuzione dell’attività, senza che i finanziatori possano subire pregiudizi dall’eventuale fallimento dell’azienda.

È opportuno sottolineare che vanno in prededuzione anche i compensi dei professionisti che assistono l’azienda in questa delicata fase.

Un ulteriore pericolo per i finanziamenti (e per altre manovre di soccorso), era dato anche da problematiche penali, quali ad esempio, come accennato sopra, la bancarotta preferenziale.

L’art. 271 bis L.F. prevede che “1. Le disposizioni di cui all’articolo 216, terzo comma, e 217 non si applicano ai pagamenti e alle operazioni compiuti in esecuzione di un concordato preventivo di cui all’articolo 160 o di un accordo di ristrutturazione dei debiti omologato ai sensi dell’articolo 182-bis …”.

È evidente il grosso impatto che tali norme possono avere sul sistema imprenditoriale in difficoltà, ma non ancora in stato di insolvenza, garantendo un sicuro aiuto da parte, soprattutto del sistema bancario, e da advisor professionali, che siano in grado di sviluppare assieme ai clienti piani industriali di risanamento in ottica di rilancio dell’azienda prima che sia troppo tardi.

Studio Legale e Tributario Garaffa & Manenti
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