Gli “attributi” del manager e le deroghe sociali. Etica o conoscenza?

 Gli “attributi” del manager e le deroghe sociali. Etica o conoscenza?

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[dropcap]U[/dropcap]na comunità può concedere ad un manager d’impresa deroghe alle regole, in nome del vantaggio di pochi? L’interrogativo si pone nella considerazione che quello del manager d’impresa non è un lavoro come tanti, ma una professione che implica delle responsabilità e degli obblighi verso gli altri. Conoscendo esattamente quali sono questi obblighi e responsabilità è possibile definire cosa vuol dire essere un “buon manager” e quali sono i suoi attributi.

Aristotele direbbe che un buon medico ha il dovere di mantenere in piena salute il proprio paziente, fino a che questo è possibile, in base alla scienza e alla pratica medica; allo stesso modo, un buon insegnante ha il dovere di istruire e di formare i propri studenti, fino al momento in cui può operare attraverso i metodi della didattica. Nel caso del management d’impresa, non vi è unanime consenso su quale etica applicare o su quali criteri debbano guidare le scelte e se, addirittura, debba attenersi, senza eccezioni, alle regole di condotta stabilite dalla moralità comune.

Il manager, infatti, è diviso tra gli obblighi verso gli azionisti, le istanze degli stakeholder (dipendenti, fornitori, consumatori, collettività), le pretese degli investitori nel breve termine, e di quelli che dimostrano fiducia nell’impresa nel medio e lungo periodo. Le decisioni sono guidate da doveri e obblighi derivanti da pretese e valori opposti.

La domanda “chi è il buon manager?” non ha quindi una risposta unanimemente condivisa. In un saggio del 1957, il sociologo Ernest Greenwood sostenne che gli attributi tipici delle professioni intellettuali sono cinque. Il primo attributo è una capacità peculiare, sostenuta da un sistema coerente di conoscenze teoriche, che sono il riferimento unico per la preparazione dei professionisti che viene organizzata in specifiche scuole. L’autorità professionale è il secondo attributo. Il non professionista lavora per gli acquirenti (customers), il professionista per i clienti (clients). Mentre l’acquirente è capace di scegliere liberamente i beni e i servizi che desidera, il cliente si affida al professionista e questi stabilisce che cosa è bene per il cliente che, si presume, non possieda il necessario bagaglio di conoscenze per stabilire le più idonee modalità per soddisfare i propri bisogni.

Il riconoscimento da parte della comunità dell’utilità sociale della professione è il terzo attributo secondo Greenwood ed quello chiave secondo l’interrogativo posto in apertura. Se la comunità riconosce una professione, concede di adottare specifiche procedure di reclutamento e garanzie per il riconoscimento dei titoli, ed è disposta anche a concedere protezione giuridica: per esempio, chiunque eserciti una professione senza permesso è passibile di pena. Altresì, la comunità può concedere alla professione una serie di privilegi, la riservatezza (segreto professionale per medici e avvocati) o l’immunità dal giudizio della comunità per questioni tecniche (la prestazione di un professionista può essere valutata solo da un suo pari). Il codice di comportamento è proprio il quarto attributo, che ha il compito di evitare gli abusi derivanti dalla sua autorità nella sfera dei rapporti con i clienti, con i colleghi e con la collettività nel suo insieme. A tale riguardo, Greenwoods sostiene che: «Attraverso il proprio codice etico, l’impegno della professione nei confronti del benessere sociale diventa una questione pubblica, con ciò assicurandosi la continua fiducia della comunità».

Nel caso del management, la comunità accorda alla professione una certa discrezionalità che implica un’indipendenza del giudizio nella conduzione d’impresa, in ragione dell’alto grado di complessità della funzione che si traduce in uno status di particolare ed esteso potere decisionale. Tuttavia, il potere manageriale, in caso di opportunismo o abuso, può essere esercitato a scapito e contro gli interessi della proprietà, degli stakeholder e della collettività in generale e pertanto è necessario che sia vincolato ad un codice di comportamento. L’ultimo e quinto attributo, per Greenwood, è costituito dalla cultura professionale fondata su comuni valori, norme e simboli. I valori sociali di una professione sono le sue credenze basilari e fondamentali che ne giustificano la stessa esistenza. Il più importante, tra questi, è costituito dal beneficio alla comunità reso attraverso l’esercizio della professione.

Ciò significa che la società può accordare ai manager delle deroghe ai doveri che discendono dai valori comunemente condivisi, ma questo esonero non può consentire loro di passare sopra le richieste della moralità generale. Pertanto, nel caso in cui l’agire manageriale dovesse procurare danni e costi a carico della società che non è in grado di riparare, verrebbe meno anche il diritto a godere di una “sospensione etica” dai doveri comunemente accettati.

E dunque, se quella del manager è una professione, secondo Greenwood, analogamente al medico e all’insegnante,  può ottenere dalla comunità delle deroghe, o degli esoneri in ordine al rispetto delle regole generali (ad esempio, gli avvocati), ma solo al fine di aumentare il livello di benessere collettivo, riducendo la forbice tra il bisogno collettivo di servizi ad alto contenuto specialistico e la disponibilità di questi nel mercato.

Lorenzo Palumbo
Dottore di ricerca in Etica, docente di Filosofia e Storia, all’università degli Studi di Palermo e consulente di Sdi

Lorenzo Palumbo

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