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I contributi prescritti vanno rimborsati

Se il contribuente ha versato contributi prescritti al momento del pagamento ha diritto al rimborso.

La questione è stata affrontata dalla Corte d’Appello di Torino con sentenza n.510, depositata il 17/10/2018, e che risulta così brevemente riassumibile

Il contribuente, nel 2014, sottoscrive con l’Ente di Riscossione un piano di rateizzazione del proprio debito (portato da contributi previdenziali non versati).

Per circa tre anni, poi, il contribuente adempie all’impegno assunto nei confronti dell’Ente e nel 2017 sospende i pagamenti, con contestuale impugnazione delle cartelle (oggetto della rateizzazione).

Il Giudice di primo grado, accertato che il credito sotteso alle cartelle oggetto della rateizzazione era, in effetti, già prescritto nel 2014, accoglie l’opposizione promossa dal contribuente, sebbene respinga l’azione da questi contestualmente esercitata e finalizzata ad ottenere la restituzione di quanto corrisposto in forza di un piano rateizzazione di un debito previdenziale già prescritto all’atto della sottoscrizione.

La norma richiamata dal Giudice di prime cure a giustificazione del rigetto dell’azione di ripetizione è l’art. 2940 c.c. a norma del quale non è ammessa la ripetizione di ciò che è stato spontaneamente pagato in adempimento di un debito prescritto.

La Corte d’Appello di Torino, invece, riformando sul punto la sentenza di primo grado, ha condannato l’Ente di Riscossione alla restituzione di quanto ricevuto dal contribuente in forza di un piano di rateizzazione relativo a cartelle per debiti previdenziali già prescritte all’atto della sottoscrizione.

L’istituto della prescrizione dei crediti previdenziali è regolato dall’art. 3, comma 9, L. 335/95 che stabilisce, tra l’altro, “[…] le contribuzioni di previdenza ed assistenza sociale obbligatoria si prescrivono e non possono essere versate con il decorso dei termini di seguito indicati:

  1. a) dieci anni per le contribuzioni di pertinenza del Fondo pensioni lavoratori dipendenti e delle altre gestioni pensionistiche obbligatorie, compreso il contributo di solidarietà, previsto dall’articolo 9-bis, comma 2, del decreto-legge 29 marzo 1991, n. 103, convertito con modificazioni della legge 1 giugno 1991, n. 166, ed esclusa ogni aliquota di contribuzione aggiuntiva non devoluta alle gestioni pensionistiche. A decorrere dall’1 gennaio 1996 tale termine è ridotto a cinque anni salvi i casi di denuncia del lavoratore o dei suoi superstiti;
  2. b) cinque anni per tutte le altre contribuzioni di previdenza e di assistenza sociale obbligatoria.

La norma in questione deroga, pertanto, ad alcuni principi informatori dell’istituto della prescrizione dei diritti, ossia la rinuncia con pagamento del debito (art. 2940 c.c.) e l’irripetibilità dell’adempimento di un’obbligazione naturale (art. 2034 c.c.).

La norma in questione, in pratica, rende indisponibile la prescrizione, che, quindi, da preclusiva si configura, come estintiva e rilevabile d’ufficio (in deroga al disposto dell’art. 2938 c.c.).

Nella materia previdenziale, pertanto, a differenza da quella civile, il regime della prescrizione già maturata è sottratto alla disponibilità delle parti con la conseguenza che, una volta esaurito il termine, la prescrizione ha efficacia estintiva poiché l’Ente previdenziale creditore non può rinunziarvi (opera di diritto), è rilevabile d’ufficio (cfr. in termini Cass. 23164/2007).

Nel caso deciso dalla Corte d’Appello di Torino, pertanto, risultava che già al tempo della richiesta rateizzazione era maturata la prescrizione del diritto a riscuotere i crediti previdenziali sottesi alle cartelle.

Preliminarmente, la Corte affronta il tema relativo all’idoneità di un’istanza di rateizzazione ad assurgere a valido atto interruttivo del decorso dei termini prescrizionali.

Uniformandosi alla giurisprudenza della Cassazione sul punto, la Corte ha escluso che la semplice richiesta di rateizzazione possa rappresentare un riconoscimento di debito e/o un atto interruttivo del decorso dei termini prescrizionali, posto che non era accompagnato dalla precisazione dell’effettuazione dei pagamenti in acconto.

Passando, poi, ad analizzare l’aspetto relativo alla ripetizione di quanto corrisposto dal Contribuente, si osserva come l’art. 3, L. n. 335/1995, vieta al debitore di versare (e all’Istituto previdenziale di ricevere) contributi prescritti.

La stessa Cassazione ha più volte confermato tale principio specificando che “nella materia previdenziale, il regime della prescrizione maturata è differente rispetto alla materia civile, in quanto è sottratto alla disponibilità delle parti, sicché deve escludersi un diritto soggettivo degli assicurati a versare i contributi prescritti” (cfr. Cass. 15 ottobre 2014, n. 21830; Cass. 7 novembre 2007, n. 23164; Cass. 22 febbraio 2007, n. 4135; Cass. 24 marzo 2005, n. 6340; Cass. 16 agosto 2001, n. 11140; Cass. 5 ottobre 1998, n. 9865; Cass. 6 dicembre 1995, n. 12538; Cass. 19 gennaio 1968, n. 131).

Ulteriore corollario è che l’avvenuto pagamento di contributi prescritti costituisce un indebito oggettivo, ai sensi dell’art. 2034 c.c. ed esso fa sorgere, in ogni caso, il diritto alla ripetizione in deroga a quanto disposto dall’art. 2940 c.c.

La specificità della decisione in questione si segnala per il contestuale accertamento della prescrizione e della condanna dell’Ente di riscossione alla restituzione di quanto ricevuto in forza di un piano di rateizzazione, essendo i principi applicati (accertamento della prescrizione e condanna alla restituzione) precedentemente espressione di autonomi e differenti giudizi.

Avv. Davide Renaldo

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Davide Renaldo

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