Il cliente che sembra redditizio – e quello che lo è davvero

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Quasi ogni PMI manifatturiera ha una classificazione interna dei clienti. È raramente scritta, ma esiste nella testa di chi gestisce l’azienda: il cliente grande e storico che non si tocca, il cliente esigente che però porta volume, il cliente piccolo che non vale la pena coltivare troppo. Quella classifica viene costruita sul fatturato. Su quanto “entra”, non su quanto resta.

Il problema è che fatturato e margine, nelle aziende manifatturiere, hanno spesso una correlazione molto più debole di quanto si pensi.

Il cliente grande porta ordini importanti, ma spesso porta anche condizioni commerciali strappate nel tempo, richieste di personalizzazione che aumentano la complessità produttiva, tempi di pagamento dilatati, livelli di servizio che richiedono priorità nella pianificazione.

Il cliente piccolo e fedele ordina con regolarità, accetta i prezzi di listino, non richiede personalizzazioni particolari, paga puntuale.

Sul fatturato, il primo vale dieci volte il secondo.

Sul margine reale, il rapporto potrebbe essere invertito… ma finché non si misura per commessa, nessuno lo sa.

Questo è il problema centrale del controllo di gestione nelle PMI: non è uno strumento di rendicontazione, è uno strumento di conoscenza. Serve a capire dove l’azienda guadagna davvero e dove consuma risorse senza che il conto economico aggregato lo renda visibile.

La contabilità ordinaria non è sufficiente per questo scopo. Registra costi e ricavi per periodo, non per commessa. Sa quanto l’azienda ha speso in materie prime nel trimestre, ma non sa quanto ha speso per produrre l’ordine del cliente A rispetto all’ordine del cliente B. Quella distinzione, apparentemente tecnica, ha implicazioni strategiche di primo ordine.

Quando si conosce il margine per commessa, le decisioni commerciali cambiano natura. La negoziazione di uno sconto non è più una valutazione intuitiva su quanto ci si può permettere ma diventa un calcolo su quale sia il margine minimo accettabile su quel tipo di prodotto, per quel cliente, in quel contesto produttivo.

La scelta di quali ordini accettare in un periodo di saturazione della capacità produttiva non è più basata sul fatturato, è basata sulla contribuzione marginale di ciascun ordine. La valutazione di un cliente non è più basata su quanto compra, è basata su quanto contribuisce al risultato dell’azienda, tenendo conto di tutti i costi che genera.

C’è una resistenza diffusa, nelle PMI, ad affrontare questa analisi.

In parte perché richiede un sistema informativo integrato che metta in relazione dati commerciali, produttivi e contabili. E costruirlo richiede impegno.

In parte perché i risultati, quando arrivano, sono spesso scomodi: mettono in discussione relazioni commerciali consolidate, “classifiche” di clienti date per scontate, strategie di prezzo costruite sull’abitudine più che sulla conoscenza.

Ma la domanda rilevante non è se è comodo saperlo. È se è sostenibile non saperlo.

Se è vero, come è vero, che i margini si comprimono e la capacità produttiva è una risorsa limitata, allocare quella capacità senza sapere dove genera valore è un lusso che poche aziende possono permettersi a lungo.

La PMI manifatturiera che conosce il proprio margine per commessa ha un vantaggio competitivo concreto: può scegliere quali clienti coltivare, quali ordini accettare, dove investire in capacità, dove invece è necessario rivedere le condizioni commerciali o, in alcuni casi, uscire.

Quella che sembra una questione contabile è in realtà una questione strategica.

Il controllo di gestione per commessa non è uno strumento per i controller, è lo strumento che permette all’imprenditore di vedere l’azienda come è, non come sembra.

La distanza tra percezione e realtà della redditività per cliente è quasi sempre più grande di quanto l’azienda si aspetti.

E quasi sempre, una volta misurata, cambia le priorità.

Tradurre questo principio in pratica non richiede un nuovo ERP né un progetto pluriennale. Richiede disciplina nel raccogliere dati che, nella maggior parte delle PMI manifatturiere, esistono già, sparsi tra produzione, acquisti e ufficio commerciale.

Il primo passo è dare priorità, non completezza. Mappare ogni cliente, dal primo all’ultimo, richiede tempo che raramente c’è. Bastano i dieci o quindici clienti che pesano di più sul fatturato per intercettare le distorsioni più rilevanti.

Il secondo passo è limitarsi ai costi diretti. Materiale consumato e ore di manodopera per commessa, già tracciabili attraverso la consuntivazione di produzione, spiegano la maggior parte della differenza tra fatturato e margine reale. L’allocazione dei costi indiretti può aspettare una seconda fase, quando il primo livello di analisi avrà già cambiato qualche decisione.

Il terzo passo è contare anche ciò che non compare in fattura. Un cliente che paga a 120 giorni invece di 60 ottiene, di fatto, uno sconto finanziario che raramente viene riconosciuto come tale. Ogni personalizzazione fuori standard, ogni urgenza che salta la coda di produzione, ha un costo in tempo macchina e pianificazione. Se non viene misurato, qualcun altro lo sta pagando.

Il quarto passo è decidere in anticipo cosa fare con il risultato. Sapere che un cliente ha un margine basso serve a poco senza una soglia già fissata: sotto quel livello si rinegozia, si rivedono le condizioni, oppure si esce dalla relazione.

L’ultimo passo è ripetere la misurazione, non fotografarla una volta sola. Il margine per commessa si muove con i volumi, il costo delle materie prime, le condizioni negoziate. Una verifica trimestrale, anche approssimativa, vale più di un’analisi perfetta fatta una volta e poi archiviata in un cassetto.

Il punto di partenza più realistico non è un sistema di controllo di gestione completo. È un foglio di calcolo con i clienti principali, i costi diretti che generano, il margine che ne risulta.

Basta questo per cambiare la domanda che gira in azienda: non più “quanto fattura questo cliente”, ma “quanto guadagniamo davvero da questo cliente”.