Il contribuente non paga le sanzioni se ha denunciato l’infedeltà del consulente

 Il contribuente non paga le sanzioni se ha denunciato l’infedeltà del consulente

Niente sanzioni per mancato pagamento delle imposte dovute se l’inadempimento è esclusivamente addebitabile al professionista incaricato e se il suo comportamento omissivo o infedele è stato prontamente segnalato alla Procura. Non è invece necessario che vi sia stata la condanna definitiva del consulente stesso.

A precisarlo è la Commissione Tributaria Regionale della Sicilia, con la sentenza 1288/13/2017 (liberamente visibile su www.studiolegalesances.it – sezione Documenti), la quale ha accolto il ricorso presentato da una società a seguito della ricezione di una cartella di pagamento. I giudici, riprendendo una precedente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione (sentenza n.23601/2012), hanno affermato che: per evitare le sanzioni non è necessaria una sentenza definitiva nei confronti del consulente, ma è sufficiente che vi sia una convincente dimostrazione del fatto che il mancato pagamento del tributo sia stato eseguito per fatto addebitabile al professionista denunciato all’autorità”.

Il caso trae origine dal contenzioso instaurato da una società che si era vista recapitare una cartella di pagamento per omesso versamento, a seguito del controllo automatizzato ex art. 36-bis D.P.R. 600/1973 ed art. 54-bis D.P.R. 633/1972, effettuato sulla dichiarazione relativa all’anno di imposta 2006.

La società, dichiarando di aver incaricato un professionista, rivelatosi poi negligente, per la tenuta della contabilità e per l’adempimento di tutti gli obblighi fiscali, richiedeva l’annullamento delle sanzioni irrogate, ritenendo di poter beneficiare dell’esimente prevista dall’art. 6, comma 3, D.Lgs. 472/1997, in quanto tale circostanza era già stata oggetto di apposita denuncia presso la Procura della Repubblica.

L’Agenzia delle Entrate resisteva, sostenendo la totale legittimità dell’iscrizione a ruolo sia per quanto riguarda le somme richieste a titolo di imposte non versate sia per quelle richieste a titolo di sanzioni.

Il giudice di primo grado accoglieva le ragioni della società; l’Agenzia delle Entrate proponeva appello, insistendo inoltre sulla circostanza che l’esimente è operativa soltanto nei casi di condanna definitiva del responsabile.

Passando all’analisi di fatto della questione, ciò che emerge chiaramente dal caso in commento è che i giudici – sia in primo grado che in secondo – hanno ritenuto del tutto infondata la posizione dell’Amministrazione finanziaria riguardo all’applicazione delle sanzioni. Infatti, la norma invocata dalla contribuente quale esimente, all’art. 6 prevede delle cause di non punibilità, al verificarsi delle quali le sanzioni non sono dovute.

Nello specifico il comma 3 del predetto articolo prevede espressamente che: “Il contribuente, il sostituto e il responsabile d’imposta non sono punibili quando dimostrano che il pagamento del tributo non è stato eseguito per fatto denunciato all’autorità giudiziaria e addebitabile esclusivamente a terzi”.

Dal tenore letterale della legge, si evince che le condizioni richieste affinché si possa ricadere nelle ipotesi di “non punibilità” sono soltanto due:

  1. la denuncia all’autorità giudiziaria del comportamento infedele del terzo (in questo caso del commercialista, il quale è obbligato a svolgere i propri doveri con diligenza professionale, ovvero superiore a quella media);
  2. la dimostrazione che l’inadempimento sia esclusivamente addebitabile ad esso.

Circa quest’ultimo requisito è bene precisare che il contribuente dovrà sostanzialmente essere non soltanto esente da dolo, ma anche da colpa (precisamente da culpa in vigilando), dimostrando di aver svolto atti diretti a controllare il regolare adempimento dei propri obblighi da parte del consulente.

Invece, nessun riferimento viene fatto alla sussistenza di una condanna definitiva nei confronti del terzo, la quale non è affatto necessaria ai fini dell’operatività dell’esimente.

Matteo Sances e Nicola Cicchelli

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