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Il credito che crea sviluppo. L’orizzonte di fiducia delle imprese

Format Research, istituto di ricerche di mercato con sede a Roma, fondato e diretto dal professor Pierluigi Ascani, rilascia i risultati dell’Osservatorio Il credito che crea sviluppo – L’orizzonte di fiducia delle imprese”, basato su un’indagine continuativa condotta a cadenza semestrale, con il patrocinio di Asseprim, su un campione statisticamente rappresentativo dell’universo delle imprese italiane (8.000 interviste in totale).

In base a tale osservatorio risulta che dopo quasi dieci anni di crisi le imprese tornano ad avere fiducia e a rivolgersi alle Banche per finanziare gli investimenti dei quali hanno bisogno, condividendo con gli istituti di credito piani di crescita e linee strategiche di sviluppo. L’obiettivo delle imprese è quello di rispondere efficacemente alla nuova sfida della digitalizzazione, vera e propria sfida epocale, come fu la globalizzazione 25 anni fa, che per tanti versi colse impreparato il tessuto imprenditoriale del nostro paese.

La capacità di rispondere ai cambiamenti in atto non è uniforme: al termine del 2017 le imprese più grandi, quelle con almeno 2,5 milioni di euro di fatturato, si rivelano più attente e meglio “attrezzate” ad affrontare i cambiamenti che la digitalizzazione sta imponendo.

Eloquente in questo senso la previsione per il primo semestre 2018 circa i principali indicatori di crescita delle imprese, assai più dinamici per le imprese con oltre 2,5 milioni di euro di fatturato, stazionari o comunque caratterizzati da una crescita più lenta per il cosiddetto “small business”: le imprese con un fatturato fino a 2,5 milioni di euro.

L’aumento del tasso di investimento nella digitalizzazione dei processi nel corso degli ultimi due anni (2016-17) da parte delle imprese è contrassegnato da un +20%, rispetto al biennio precedente (2014-15). Nella digitalizzazione dei processi ha investito il 45% delle imprese, ma solo il 3% dello small business. Le aree di investimento delle imprese sono pressoché tutte quelle considerate da Industria 4.0 (o “Imprese 4.0”): mobile business, sicurezza informatica, processi organizzativi, digitalizzazione, dematerializzazione, etc.

Centrale in questo senso il supporto delle banche alle imprese: quelle che avevano fatto domanda di credito nel secondo semestre 2012 erano state il 18,8%, percentuale che sale al 25,6% nel primo semestre del 2017. Le domande di credito “per sostenere gli investimenti”, e quindi per la crescita erano il 34,4% nel 2012 contro il 42,2% dei primi sei mesi del 2017, una percentuale destinata ancora a crescere nel primo semestre del 2018. Da questo punto di vista il credito ricopre un ruolo strategico per creare sviluppo: l’84% circa delle domande di credito di “tutte” le imprese (“imprese” più “small business”) fatte per finanziare investimenti nel digitale e nell’innovazione nel corso del 2017 è stato concesso dalle banche.

Questi, in sintesi, i principali risultati che emergono dall’osservatorio “Il credito che crea sviluppo – L’orizzonte delle imprese”, realizzato nel primo semestre 2017 da Format Research con il patrocinio di Asseprim.

La relazione Banca/Impresa sul mercato domestico

STRUTTURA E DEMOGRAFIA DELLE IMPRESE ITALIANE

In Italia esistono 3,6 milioni di imprese extra agricole. Di queste, il 97% fattura fino a 2,5 milioni di euro (è il segmento “Small Business”). Soltanto il 3% ha un fatturato compreso tra i 2,5 e 150 milioni di euro (è il segmento delle “Imprese”).

Se nel primo caso la distribuzione territoriale degli operatori è piuttosto omogena, il segmento di imprese più strutturate si concentra prevalentemente nelle regioni del Nord Italia (oltre il 64% dell’intero tessuto imprenditoriale).

I due segmenti mostrano evidenti differenziazioni anche con riferimento alla composizione per settore di attività economica. Tra le «Small Business», è elevata la penetrazione nel comparto del terziario (ben il 72% opera nel commercio, nel turismo o nei servizi), a fronte di un 28% allocato nel comparto dell’industria (manifattura, costruzioni), presso il quale invece opera oltre la metà dei soggetti del segmento delle “Imprese” (51%).

Le diversificazioni strutturali si assottigliano se si osservano i due segmenti sul piano dell’andamento demografico delle imprese. Nel corso degli ultimi anni si è assistito infatti ad un depauperamento complessivo del tessuto imprenditoriale italiano, eroso in prima battuta dalla grande crisi del 2008 registrata a livello globale e seguita dalla crisi del debito sovrano in Italia nel 2011. A fronte di ciò, nel 2016 sembra essere stato recuperato almeno in parte il terreno perduto nel tempo, con un saldo positivo tra nuove imprese nate e imprese cessate (+41 mila unità).

SCENARIO ECONOMICO

Andamento congiunturale

Lo scenario macro-economico generale appare in miglioramento, pur permanendo alcune criticità. Il Prodotto Interno Lordo (PIL) in Italia è in crescita, certificando ufficialmente la fuoriuscita del Paese dalla recessione. Tuttavia, contestualizzando il dato nell’ambito del quadro generale europeo, si evince come la crescita acquisita dell’Italia per il 2017 (+1,2%) si attesti agli ultimi posti nel confronto con gli altri paesi. Il dato è supportato dall’analisi comparata con lo stesso indicatore, calcolato per la media UE e per la Germania (best performer). Ponendo il 2008 uguale 100 come base di partenza, l’Italia fa registrare oggi un PIL pari a 98, contro il 108 della media UE e il 111 della media tedesca.

In ogni caso, il clima di fiducia presso le imprese italiane è in crescita, toccando i livelli massimi dal 2012. L’indicatore congiunturale, costruito secondo le linee guida Eurostat (% miglioramento + ½ % invarianza), riporta un outlook al 31 dicembre 2017 pari a 38,0 presso le “Small Business” (+2 punti rispetto al semestre precedente) e a 72,2 presso le “Imprese” (+2,2 punti rispetto al semestre precedente).

Pur migliorando il sentiment delle imprese, la dinamica dei ricavi appare ancora piuttosto lenta, prevalentemente a causa della domanda interna, che stenta ancora a ripartire definitivamente. In questo senso, il giudizio degli operatori ricalca quasi fedelmente il trend dell’andamento dei consumi in Italia.

In uno scenario in cui migliora l’occupazione e si accorciano i tempi di pagamento da parte dei clienti (ma l’inflazione resta al palo), le imprese sembrano essere sempre più liquide, mostrando uno stato di salute accettabile (indicatore del fabbisogno finanziario in crescita per tutti i segmenti).

Credito e investimenti

È in progressivo aumento la quota di imprese che si rivolgono alle banche per chiedere credito. Nella prima metà del 2017 sono state il 18,2% delle “Small Business” e il 25,6% delle “Imprese”. Pur permanendo evidenti differenziazioni geografiche (con il progressivo acuirsi della forbice Nord / Sud), in tutti i casi la prima motivazione alla base della richiesta resta la necessità di fare cassa.

Si tratta tuttavia di un dato in sostanziale mutamento rispetto al passato. Una buona fetta di imprese chiede oggi credito per finanziare i propri investimenti: il 26,6% delle “Small Business” che inoltrano la domanda lo fanno perché hanno in programma un qualche genere di investimento; presso le “Imprese”, la percentuale sale al 42,4%.

In quest’ottica, appare evidente la connessione tra fiducia, credito, investimenti: un’impresa fiduciosa è anche un’impresa che più probabilmente investirà e per farlo avrà bisogno di credito. Gli operatori finanziari possono dunque diventare veri e propri partner per lo sviluppo delle imprese.

In effetti, quando finalizzata ad investire, la domanda di «credito buono», riscuote spesso risposte positive: su 100 “Small Business” che chiedono credito “per investimento”, 56 lo ottengono (7 punti in più rispetto a quelle che lo chiedono per ragioni di liquidità); allo stesso modo, su 100 “Imprese” che fanno domanda perché in programma un qualche genere di investimento, 77 riescono ad ottenerlo (11 punti in più rispetto a quelle che lo chiedono per ragioni di liquidità). È in questo senso che le banche si comportano come partner per consentire lo sviluppo delle imprese propense ad investire.

Gli investimenti che sono solite fare le imprese, al fianco di quelli tradizionali, sembrano adattarsi progressivamente al processo di digitalizzazione. Confrontando le tipologie di investimenti effettuati nel corso dell’ultimo biennio (2016-2017) con quelle effettuate nei due anni precedenti (2014-2015), appare evidente il forte scostamento positivo relativo agli investimenti in digitalizzazione dei processi (7,3% delle imprese, con un delta di +20% nell’ultimo biennio).

Onde evitare di restare ai margini del mercato, le imprese tentano quindi di modernizzare i processi. Investire in strumenti per digitalizzare i processi sembra ancora una pratica riservata in via prevalente alle imprese più strutturate (il 45% delle «Imprese»). Esiste comunque una quota di «Small Business» che sta iniziando a muoversi in questo senso (3% delle “Small Business”).

Mobile business, sicurezza informatica e privacy, sviluppo e rinnovamento dei gestionali, digitalizzazione e dematerializzazione, soluzioni e-commerce, cloud e IoT sono i principali investimenti in campo digitale.

Allo stesso modo, in vista dei prossimi due anni (2018-2019), saranno prevalentemente sei le aree nelle quali le imprese intenderanno puntare per digitalizzare al meglio i processi:

  • Infrastrutture materiali / immateriali (hardware e software per lo sviluppo del sistema informativo aziendale)
  • Attività con l’estero e nuovi mercati di sbocco (siti di e.commerce o presenza su marketplace digitali)
  • Modelli di business innovativi e a carattere digitale (ampliamento dell’offerta verso nuove soluzioni nuove aree)
  • Politiche del lavoro e welfare aziendale (implementazione di soluzioni di smart working)
  • Normative europee (investimenti per l’adeguamento delle proprie infrastrutture alle direttive europee)
  • Modelli di formazione digitale (percorsi di formazione online, corsi di e-learning)

Tra queste, colpisce la correlazione tra formazione e digitalizzazione, collegata ai lavori del futuro: il 51% delle Small Business considera la digitalizzazione un’occasione di sviluppo anche in termini di formazione; la quota sale all’88% presso le Imprese.

Di queste, oltre otto operatori su dieci ritengono tale pratica necessaria per formare le risorse che svolgeranno le professioni del futuro.

Anche per questo, dal 2014 le banche hanno intensificato il sostegno alle imprese digital oriented: confrontando l’offerta di credito in favore delle “Small Business” con in programma investimenti in digitale rispetto a quelle che non hanno in programma investimenti, il delta è positivo (+6,9% negli ultimi tre anni); lo stesso confronto, presso le imprese restituisce un dato ancor più marcato (+10,2%).

Tuttavia, le imprese cercano anche modi alternativi per finanziarsi.

Negli ultimi cinque anni, oltre 30 miliardi di euro sono stati erogati in favore delle imprese (l’80% a “Imprese”, il 20% a “Small Business”). Si tratta di finanziamenti tramite strumenti innovativi, come i PIR, i Minibond, i P2P Lending, il Private Equity, il Direct Lending, il Venture Capital, il Crowdfunding.

RAPPORTO BANCHE / IMPRESE

Le «Small Business» si appoggiano generalmente ad una Banca. Le «Imprese» anche a cinque istituti. In generale, nel primo caso sulla Banca ritenuta “principale” è allocato il 64% del complesso del lavoro (il 34% è distribuito sulle banche secondarie). Diversamente, presso le “Imprese” la Banca “principale” gode soltanto del 31% del lavoro.

Le Banche hanno dimostrato di essere a disposizione delle imprese e mettere a confronto entrambi gli attori può contribuire a favorire la crescita dei nostri imprenditori. In questo senso, è utile analizzare il rapporto tra Banca e impresa, per individuare le leve sulle quali agire, in un’ottica di miglioramento della relazione (situazione win-win, per la banca e per l’impresa).

L’analisi della relazione tra Banca e impresa avviene attraverso due modalità:

  • CS (Customer Satisfaction), che misura il livello di soddisfazione «generale».
  • NPS (Net Promoter Score), che misura la propensione dell’impresa a consigliare a qualcuno la Banca di cui si serve (è l’analisi del tasso di «passaparola» presso le imprese).

L’indice di CS presso le «Small Business» è pari a 24,9. Presso le «Imprese» sale a 30,9. L’NPS presso le «Small Business» è pari a 12,4. Presso le «Imprese» sale a 26,0. Al di là di altri aspetti che determinano la relazione banca/impresa, l’andamento dell’offerta di credito sembra ancora influenzare fortemente il tasso di passaparola.

La relazione Banca/Impresa sui mercati internazionali

STRUTTURA DELLE IMPRESE CHE OPERANO ALL’ESTERO

In Italia le imprese che operano con l’estero sono attualmente 215.708, tra queste le imprese che esportano sono 194.832 e rappresentano il 4,6% sul totale delle imprese attive.

Le imprese che operano all’estero sono localizzate in prevalenza nella macro-area del Nord Ovest e per il 49,7% sono imprese del settore manifatturiero.

Sebbene quasi sette imprese su dieci che operano all’estero siano micro imprese, sono in prevalenza le grandi imprese esportatrici che realizzano da sole quasi la metà del totale del valore delle esportazioni italiane.

SCENARIO ECONOMICO

Andamento congiunturale e investimenti

In aumento il clima di fiducia delle imprese che internazionalizzano al primo semestre 2017 e la crescita stimata è superiore all’1%. La ripresa dell’economia italiana si sta stabilizzando sostenuta da un lieve recupero dei ricavi (in prevalenza per le imprese che operano all’estero) e dall’incremento dell’export e della qualità dei prodotti esportati.

Le imprese italiane sono ancora lontane dalla media europea in termini di crescita dell’export, tuttavia segnali di crescita provengono in prevalenza dall’adozione di forme di internazionalizzazione sempre più attive da parte delle imprese.

Ma dove sono rivolti maggiormente gli investimenti diretti? La quasi totalità è diretta all’interno dell’unione stessa, proprio grazie all’aumento dell’integrazione dei mercati ma è in crescita anche negli altri continenti (es. Asia,Oceania).

Le imprese che operano sui mercati esteri fatturano in prevalenza in altri paesi UE (25%), in altri paesi extra UE (22,4%), mentre il fatturato sui mercati italiani è prodotto in prevalenza in altre regioni italiane (rispetto alla propria regione di residenza) 31,7%.

RAPPORTO BANCHE E IMPRESE

Le imprese che internazionalizzano utilizzano un numero elevato di banche: si appoggiano in media a più di sei banche. La percentuale è lievemente superiore rispetto alle imprese “tutte” (4,7%).

Tra le imprese che operano all’estero la suddivisione delle quote di lavoro bancario è la seguente: fatto uguale a 100 la percentuale delle quote di lavoro bancario, il 29% è allocato sulla banca principale mentre il 71% sulle banche secondarie. In crescita nel corso degli ultimi due anni l’NPS (Net Promoter Score, tasso di «passaparola») nei confronti delle banche principali che vengono utilizzate per internazionalizzare: era il 26% nel corso del secondo semestre del 2016 è 27,1% nel primo semestre del 2017.

STRUMENTI PER LA GESTIONE DEL CREDITO

Per proteggersi dal rischio di mancati pagamenti il 25,1% delle imprese che operano all’estero ricorre allo strumento dell’assicurazione del credito. Tra queste ben il 31,9% utilizza una polizza export e il 51% una polizza Multimarket. In leggero aumento la propensione a consigliare il proprio fornitore per l’assicurazione del credito nel corso del primo semestre del 2017.

Ma cosa pensano le imprese che lavorano con clienti esteri della gestione del rischio clientela estera diverso per paese? Il 27,8% delle imprese che esportano dichiarano che gestire un rischio clientela estera diverso per paese comporta una maggiore complessità nelle procedure, in prevalenza per le seguenti motivazioni: il 59% perché bisogna prevedere un altro sistema di gestione amministrativo, il 47,9% perché è necessario adottare modalità di pagamento diverse per paese e il 47% perché è necessaria una conoscenza approfondita dei mercati esteri.

Redazione

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