Il discorso di Natale: non chiamare la tua azienda una “famiglia”

 Il discorso di Natale: non chiamare la tua azienda una “famiglia”

Un paio di settimane e l’immancabile cena aziendale di Natale ci attende.

“L’obbligatorietà” del Natale è ciò che rischia di renderlo fastidioso, mettendo a repentaglio anche la sua semplice ragione, per alcuni religiosa, per altri sociale. Ritrovarsi a tavola anche con chi negli altri giorni dell’anno non cercheresti come commensale; in questo fare buon viso anche tra ostili o tra indifferenti c’è una lezione di pazienza, di tolleranza, di umanità che è giusto cogliere.

Nelle strade di New York, vestito da Babbo Natale per non farsi riconoscere, un miliardario dispensava biglietti da dieci dollari ai barboni di New York. A chi gli chiedeva le ragioni della sua schiva generosità, rispondeva che da giovane aveva vissuto per strada anche lui. Una sera aveva cenato in un bar, ma non aveva da pagare e il cameriere minacciava di chiamare la polizia. Un cliente aveva appoggiato un biglietto da dieci dollari sul tavolo, dicendo: «Signore, le sono caduti questi». E il suo cuore si era aperto per sempre.

In una società segnata dal narcisismo, dalla solitudine e dalla dipendenza dalle relazioni virtuali, l’obbligo alla socialità fisica del Natale, guardata con occhi nuovi dopo il lockdown e le limitazioni imposte dal covid, forse non guasta.

La cena aziendale di Natale è un’occasione per smussare i propri spigoli e sopportare meglio quelli altrui.

Il discorso di Natale

Oltre al menù e al luogo, stiamo ragionando sul breve discorso di Natale che faremo come imprenditori, imprenditrici con il brindisi con i nostri collaboratori.

Forse pensi che rivolgerti a chi lavora con te con frasi come “siamo una famiglia” sia una buona cosa. Ti invito a rifletterci. È vero, “famiglia” è un bel concetto. Ma non funziona, se non è vero. Il messaggio ai tuoi team di lavoro che “siamo una famiglia” può incoraggiare dinamiche malsane, in cui le linee personali e professionali si confondono. Stabilisci e rispetta i confini fra il tempo professionale e quello personale dei tuoi collaboratori. Il loro tempo libero, ad esempio, va rispettato.

Siamo una Squadra

funziona meglio. Vuoi valorizzare e stimolare fra i tuoi collaboratori comportamenti di cooperazione nel cercare soluzioni, incoraggiare la fiducia, il rispetto reciproco e la disponibilità a lavorare insieme? Il termine squadra è quello giusto. Comporta ruoli definiti, non si gioca improvvisando. Tu sei l’allenatore che dà l’imprinting e il ritmo. Imposti il metodo di gioco, di cui i giocatori sono consapevoli. Gli obiettivi di breve e di medio termine sono chiari. Alleni la squadra al cambiamento, sostieni la crescita professionale di chi lavora con te; con la formazione, specialistica e anche di comportamento organizzativo e gestionale- Lasci che imparino dagli errori, senza criminalizzare chi ha sbagliato, ma cercando la soluzione per non fare più lo stesso errore. Sei un buon coach per loro, riconoscono la tua leadership, sei un esempio da imitare.

Festeggia e premia i successi in azienda durante tutto l’anno

Chi ha acquisito un nuovo cliente, chi ha espresso una nuova idea o ha risolto una criticità, con riconoscimenti economici ed emozionali.

Un bonus, un permesso straordinario, un corso di formazione desiderato e non previsto, un brindisi in sala mensa o in reparto, un applauso pubblico.

Gesti che, fatti durante l’anno, valgono più di un messaggio di circostanza al brindisi di Natale.

Un breve brindisi del capo azienda tutti se lo aspettano. Senza forzare la mano, senza essere pesanti o paternalistici.

Questo è il periodo dell’anno in cui tutti ci comportiamo un po’ meglio, sorridiamo più facilmente, esultiamo un po’ di più.

Per qualche giorno all’anno, siamo le persone che abbiamo sempre sperato di essere.

Una frase per sorridere:

“A Natale son tutti più buoni. È il prima e il dopo che mi preoccupa”.
(Snoopy- Peanuts, Charles M. Schulz)

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