Il futuro è in ritardo

 Il futuro è in ritardo

«Le cose hanno vita propria, si tratta soltanto di risvegliargli l’anima» diceva Gabriel Garcia Marquez in Cent’Anni di Solitudine. Aveva previsto con anticipo l’avvento dell’Internet of Things, un business altamente tecnologico in grado di “invadere” la vita di ognuno in maniera sempre più stringente. Con questo neologismo si intende infatti l’interconnessione tra oggetti e dispositivi “intelligenti” mediante Internet, in grado di comunicare tra loro, trasferendosi reciprocamente dati che una volta analizzati danno luogo a un infinito ammontare di informazioni, tale da generare numerosissime opportunità. Aumento di produttività, riduzione dei costi, definizione di nuovi business model, creazione di nuovi posti di lavoro, ottimizzazione dei processi, ecc., sono solo alcuni dei vantaggi che questo business può originare.

Inoltre, se gli stati fossero intenzionati a investire in questo nuovo tipo di tecnologia, potrebbero veder aumentare notevolmente il proprio PIL. Pertanto, focalizzando l’attenzione sul contesto italiano, è possibile affermare che esso presenta numerose contraddizioni: fa sì parte dei Paesi più tecnologicamente avanzati a livello mondiale, ma l’arretratezza delle infrastrutture e il difficoltoso accesso ai finanziamenti non permettono all’Italia di essere un mercato pronto ad accogliere l’offerta delle imprese IoT.

Per questo motivo, esse rivolgono il loro sguardo alle opportunità offerte loro dai mercati esteri, spesso più efficienti e maturi di quello interno.

È quindi possibile fare una sorta di parallelismo: come Internet è stato in grado di abbattere le barriere spazio-temporali e culturali, interconnettendo il mondo in tempo reale (ed è quindi possibile definire “globale” il business dell’Internet of Things), si vuole cercare di capire come diventano “globali” a loro volta le imprese IoT, permeando i mercati esteri, cercando di non restare ancorate al mercato locale.

A tal proposito è stata effettuata un’analisi per meglio approfondire la tematica in oggetto, inviando tramite mail un questionario a imprese italiane selezionate attraverso siti specializzati in Internet of Things. Il tasso di risposta ottenuto è stato del 6%, piuttosto limitato in quanto è spesso difficile contattare imprenditori e manager che inoltre operano in un settore ancora immaturo, ma ai fini dell’analisi è possibile ritenerlo accettabile in quanto si propone solo di fornire una prima evidenza sul tema, senza avere la presunzione di generalizzare i risultati.

Il questionario, formato da 10 domande, si proponeva di indagare due aree: le principali caratteristiche delle imprese oggetto del campione e il tema dell’internazionalizzazione.

Focalizzando l’attenzione sulla prima area di interesse, è possibile affermare che le imprese IoT operano principalmente nel settore dell’Information Technology e della Tecnologia, presentando una dimensione d’impresa notevolmente limitata (sono infatti microimprese o start-up per il 64% dei casi, piccole e medie imprese per il 23%).

Affrontando invece la tematica dell’internazionalizzazione, il campione ottenuto è suddiviso esattamente a metà: il 50% afferma di essere attivo solo nel mercato interno mentre il restante 50% dichiara di essere attivo anche all’estero.

Le successive domande del questionario si sono quindi incentrate su quest’ultimo sottocampione: le imprese dichiarano che i principali Paesi partner commerciali sono fondamentalmente Germania, Spagna e Regno Unito (in quanto vicinanza geografica e omogeneità culturale sono i fattori che incidono sulla scelta), mentre al di fuori dell’UE gli USA sono la controparte prescelta. Sembra invece essere superato il modello classico che in letteratura identificava la grande impresa come la deputata a rivolgere il suo sguardo all’estero. Infatti da questa analisi emerge che le imprese di piccole dimensioni sono in grado di penetrare i mercati esteri implementando modalità d’ingresso molto più vincolanti del solo export, come joint ventures o licensing. Infine, se la ricerca di nuovi mercati con migliori prospettive di crescita è la ragione principale che le spinge a focalizzare l’attenzione al di fuori dei confini nazionali, il problematico accesso ai finanziamenti è l’ostacolo più difficile da risolvere, risultato in linea con le aspettative.

La stessa difficoltà è presentata dal restante 50%, attivo solo nel mercato interno (che a differenza delle prime imprese, non ha ancora trovato soluzioni a questo problema) oltre ad affermare che non possiedono uno staff altamente qualificato in grado di operare su mercati diversi da quello locale. Tuttavia, un risultato notevolmente positivo è l’unanimità da parte di queste imprese nell’affermare la piena volontà nel non restare ancorate al solo mercato italiano, non appena riusciranno a trovare soluzioni alle proprie difficoltà.

Alla luce dei risultati ottenuti, è possibile auspicarsi che ulteriori analisi future approfondiscano il tema dell’Internet of Things e delle tematiche che coinvolgono queste realtà imprenditoriali, in quanto i vantaggi che esso può fornire sono illimitati. Se il Bel Paese capirà l’importanza di questo business, decidendo di investire parte delle proprie risorse nel miglioramento delle infrastrutture, riuscirà a eliminare almeno in maniera parziale le caratterizzazioni negative che da sempre contraddistinguono la sua politica e la sua economia.

Infatti, se l’Internet of Things è il futuro, “il futuro è già in ritardo”. E forse anche l’Italia.

Giulia Anselmi

Neo-laureata presso la facoltà magistrale di Scienze dell'Economia, Università degli Studi di Milano Bicocca.

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