Scaglia: «Il manifatturiero è la vera fonte dell’attività economica»

 Scaglia: «Il manifatturiero è la vera fonte dell’attività economica»

world_manufacturing_forum_2.07.2014

[dropcap]I[/dropcap]l “World Manufacturing Forum 2014” è un evento organizzato dal progetto “WMF2014″, facente parte del Settimo Programma Quadro dell’Unione Europea (FP7/2007-2013). Prima dell’inizio della manifestazione, che riunirà il gotha mondiale a livello istituzionale e industriale a Milano l’1 e 2 luglio per discutere del ruolo e del futuro del settore manifatturiero nell’economia mondiale, abbiamo intervistato Stefano Scaglia, presidente di una delle organizzazioni di supporto dell’evento: AFIL, frutto di un processo, guidato da Regione Lombardia, volto alla promozione della creazione dei cluster lombardi, cioè di un network di imprese, università e centri di ricerca che, a livello nazionale ed internazionale, siano interessati a realizzare un sistema integrato e sostenibile di infrastrutture, competenze e metodologie di supporto alla ricerca e all’innovazione.

Qual è la situazione del manifatturiero nel nostro Paese?
«La mia opinione è forse un po’ controcorrente rispetto al pessimismo che regna nel nostro Paese. È vero che in questi anni di crisi abbiamo perduto tanto valore, tanto know-how, tante imprese, ma, nonostante questo, continuiamo a essere uno dei Paesi di punta nel manifatturiero. Secondo i dati della Fondazione Edison-Università Cattolica, abbiamo il quinto surplus manifatturiero con l’estero al mondo. La nostra bilancia commerciale manifatturiera è ancora molto significativa e in Europa siamo secondi solo alla Germania per surplus commerciale non energetico. Siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa e continuiamo a esserlo, al di là dei luoghi comuni, presidiando i settori di punta. I due terzi del nostro surplus commerciale manifatturiero con i Paesi extra-Ue, infatti, è realizzato dalla meccanica e dai mezzi di trasporto. Esportiamo più meccanica che moda e più farmaci che mobili. I settori nei quali siamo specializzati, dunque, non sono quelli propri dei Paesi emergenti, ma abbiamo un manifatturiero di qualità. Nel 2013 abbiamo esportato moda per 45 miliardi, mentre ammonta a 75 miliardi l’export della meccanica. Nello stesso anno l’export di mobili è stato di 8 miliardi, quello di farmaci di quasi 18. Dobbiamo, quindi, evitare i luoghi comuni che esaltano i nostri problemi. Ci sono grosse criticità, ma non dobbiamo dimenticarci degli aspetti positivi. È giusto conoscere i nostri difetti e le nostre problematiche per lavorarci su e migliorare la situazione, ma deve confortarci sapere che abbiamo ancora aziende importanti, tanto know-how, tante competenze. Su questo dobbiamo ricostruire, ripartire e reinventarci cose nuove. Dobbiamo avere coscienza dei nostri punti di debolezza, ma anche dei nostri punti di forza».

internazionalizzazioneTra i difetti del nostro sistema manifatturiero si cita spesso la ridotta dimensione delle imprese. Lei è d’accordo?
«Credo che questo sia effettivamente un problema e che vada superato. Avere imprese troppo piccole è uno dei problemi per cui, ad esempio, non riusciamo a essere competitivi come la Germania, nonostante l’abbondanza di tecnologie delle quali disponiamo. Le grandi imprese, infatti, sono fondamentali anche per lo sviluppo delle piccole. Sono le grandi imprese, infatti, che trainano i loro subfornitori. Un’azienda con 20 dipendenti che volesse esportare in Cina non verrebbe neanche presa in considerazione. Se la stessa azienda, però, fosse fornitrice di Siemens e Siemens aprisse uno stabilimento in Cina chiedendole una fornitura, la piccola impresa avrebbe una base da cui partire per sviluppare altro business nel Paese asiatico. È così che la grande imprese funge da volano per le piccole. Le piccole aziende tedesche dispongono di questi volani, hanno la possibilità di essere trainate nei mercati d’esportazione, o di essere stimolate nelle attività di ricerca e sviluppo. Le pmi italiane, purtroppo, avendo un panorama molto scarno di grandi imprese, non possono disporre di questo fattore di trascinamento. La ridotta dimensione delle nostre aziende, poi, impedisce di realizzare le fondamentali economie di scala. Per investire in ricerca e sviluppo, per affrontare i mercati esteri, infatti, è chiaro che le aziende devono avere una certa dimensione. Bisogna fare di tutto, dunque, per aumentare la dimensione delle aziende italiane».

E come si può raggiungere questo obiettivo?
«Innanzitutto bisognerebbe cominciare a dire che “piccolo non è più bello”. Fino a poco tempo fa, infatti, si credeva ancora che piccolo fosse bello, mentre oggi non è più vero e gli imprenditori più avveduti puntano ad aumentare la dimensione delle proprie aziende. Una volta riconosciuto il problema – la ridotta dimensione delle nostre aziende – bisogna capire come farle crescere, intraprendendo una serie di passi che prima non si prendevano in considerazione: mettersi assieme con altre aziende, acquisire un concorrente o fondersi con esso, attivare meccanismi di collaborazione tra aziende per ricerca e innovazione. Ormai crescere è una questione di vita o di morte. Bisogna, dunque aprirsi a tutte le soluzioni che possono aumentare la “potenza di fuoco” delle imprese: fusioni, consorzi, condivisioni di supply chain ecc.».

industriaCosa è necessario fare per avviare quel “rinascimento industriale” auspicato per tutta l’Europa?
«Io sono un manifatturiero, ma, al di là del mio attaccamento “sentimentale” al settore” guardando i dati mi rendo conto che il manifatturiero è fondamentale, è alla base di tutte le altre attività economiche. Il manifatturiero è la vera fonte dell’attività economica. Purtroppo, nel pensare collettivo, nella mentalità diffusa, non c’è questa consapevolezza, anzi c’è quasi una concezione negativa del manifatturiero. Si ha ancora un’immagine vecchia, negativa della fabbrica, della produzione. Bisognerebbe, invece, far passare il messaggio che è grazie al manifatturiero che molti Paesi, in primis l’Italia, sono cresciuti negli ultimi anni ed è ancora grazie al manifatturiero chesi garantirà la crescita futura. Ci vuole un’operazione culturale importante, poi, che spinga i giovani a studiare in facoltà legate al manifatturiero. Oggi, ad esempio, trovare un ingegnere è come cercare un ago in un pagliaio. È molto difficile trovare figure specializzate. Bisogna, insomma, rendersi conto di dov’è il motore dell’economia, dove sono i posti di lavoro, dove sta lo sviluppo futuro. In secondo luogo, le istituzioni, chi è preposto a realizzare la politica industriale deve avere coscienza dell’importanza del manifatturiero e mettere in atto le azioni che lo favoriscano senza porre i “paletti” che ne impediscono lo sviluppo. Questa azione va portata avanti a livello europeo. Questo nonostante che i singoli Stati abbiano differenti sensibilità nei confronti del manifatturiero: agli olandesi, ad esempio, il manifatturiero forse interessa meno rispetto ai tedeschi e agli italiani. L’Europa, comunque, ha sicuramente coscienza dell’importanza del manifatturiero».

Il Governo Renzi di recente ha preso dei provvedimenti volti a rilanciare le pmi, a ridare ossigeno al nostro sistema industriale. Come giudica queste misure?
«Si tratta di misure utili, ma dubito che possano avere un impatto vero. Credo che ci voglia ben altro. Mi rendo conto che non sia facile perché per realizzare misure incisive ci vogliono risorse, però credo che si possano realizzare molti provvedimenti, a costo zero, che potrebbero aiutare molto le imprese. Se si vogliono aiutare le imprese, le risorse economiche sono utili, ma non sono tutto. Una semplificazione fiscale, di procedure, a costo zero, renderebbe la vita più facile alle imprese. Questo tema, però, non mi sembra che venga affrontato, anzi, mi sembra che si vada nella direzione opposta: le procedure si complicano sempre di più e oggi per fare impresa bisogna essere quasi più avvocati che manager».

afil-logoSi afferma spesso che il nostro Paese non riesce a “fare sistema”, tra istituzioni, mondo della ricerca e della formazione, aziende. È in tal senso che si muove la realtà che lei presiede, l’AFIL, Associazione Fabbrica intelligente Lombardia. Può spiegarci di cosa si tratta e quali obiettivi si prefigge?
«L’obiettivo assegnato ad AFIL consiste nel promuovere e agevolare la ricerca e l’innovazione sulle tecnologie e pratiche abilitanti per il settore manifatturiero per sostenere e sviluppare la leadership e la competitività del sistema produttivo lombardo. AFIL vuole creare una comunità stabile collegando imprese, università, enti di ricerca ed associazioni, favorendone la collaborazione promuovendo progetti ed iniziative di ricerca e innovazione. L’Associazione vuole essere soggetto di riferimento della regione per la definizione delle strategie di ricerca e innovazione nel settore manifatturiero. Suo compito, infine, è quello di supportare lo sviluppo di una rete extraregionale di ricerca e innovazione attraverso la partecipazione al Cluster nazionale Fabbrica intelligente – Cfi e il collegamento con altre regioni europee nell’ambito delle strategie di smart specialization».

fare-sistemaPuò spiegarci meglio che cos’è il cluster?
«L’obiettivo del cluster è diverso rispetto a quello dei distretti o di altre forme di aggregazione come le rete d’impresa. Il cluster non si propone, come il distretto, di ottimizzare la supply chain, di realizzare una catena del valore efficiente ed ottimizzata dal punto di vista dei costi. Il cluster, invece, si propone di mettere assieme attori diversi con l’obiettivo di condividerne le specificità, il know-how, le tecnologie, per generare nuovi progetti, nuove idee, nuove iniziative. Il cluster nasce dal riconoscimento che c’è tantissimo valore nel sistema delle imprese e delle università e che questo valore va messo in circolo e condiviso. Quello del cluster è un modello che risale al 1990 ed è stato messo a punto da Porter. In Europa i cluster sono da tempo utilizzati come forme di politica industriale e vi sono comitati e commissioni che ne hanno definito le politiche strategiche, i metodi di gestione e di lavoro. Esiste addirittura un sistema di certificazione della qualità del metodo di lavoro dei cluster. Nel Baden Wurttemberg ci sono 39 cluster, in Lombardia, da nove mesi, ce ne sono 11. Si capisce, dunque, il nostro Paese è indietro quanto a cultura del fare sistema, di cui il cluster è un’espressione. Per fortuna ultimamente stiamo recuperando, seppur a fatica. Stiamo facendo adesso il lavoro che magari altri Paesi hanno fatto 20 anni fa, cioè incontrarsi, allineare le mentalità, le esigenze tra le università, le imprese, i centri di ricerca. Sono ottimista perché mi sembra che stia passando il messaggio: bisogna mettersi insieme, essere più grandi, avere massa critica».

Quali risultati si aspetta dalla terza edizione del WMF che inizia proprio oggi?
«Mi auguro che l’evento possa contribuire a sottolineare, tra tutti gli stakeholder di questo fondamentale settore dell’economia, il valore del manifatturiero. Il fatto che questa importante manifestazione si tenga in Italia è un riconoscimento dell’importanza del nostro Paese in questo settore. Auspico, inoltre, che le tante imprese italiane, i centri di ricerca e tutti coloro i quali interverranno possano creare occasioni comuni di conoscenza, di lavoro, facendo circolare il know-how, le esperienze che possono valorizzare il lavoro di tutti. Mi sento di aggiungere l’invito a conoscere il nostro cluster, a valutarne le attività e a supportarlo con il contributo e l’apporto di tutti. Abbiamo bisogno di imprese, di università, di centri di ricerca che credano alla nostra mission, all’esigenza di mettersi assieme. Noi lavoriamo perché l’Italia accresca la sua “massa critica” e possa così contare di più».

Dario Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

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