Il minibond “liberalizza” la finanza d’impresa

 Il minibond “liberalizza” la finanza d’impresa

minibond-2

[dropcap]«N[/dropcap]egli ultimi anni si è registrata un’inversione strutturale della dinamica di forte espansione del credito bancario che ha caratterizzato l’inizio del nuovo millennio. Tale inversione è destinata a durare e nei prossimi anni ci sarà un gap piuttosto cospicuo tra le risorse bancarie richieste dalle imprese e quelle che il sistema bancario sarà in grado di mettere a disposizione». Così Francesco Pacifici, membro della Segreteria Tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico, introduce la sua illustrazione alla riforma della finanza d’impresa che ha messo a disposizione delle pmi italiane un nuovo strumento: il minibond.

 

Francesco Pacifici, membro della Segreteria Tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico
Francesco Pacifici, membro della Segreteria Tecnica del Ministro dello Sviluppo Economico

Che cos’è il minibond e perché, a proposito della sua introduzione, si parla di “liberalizzazione della finanza d’impresa”?
«Il minibond non è un’innovazione finanziaria. Si tratta semplicemente di obbligazioni societarie emesse da una tipologia di società, le pmi, emittenti che per la prima volta si affacciano al mercato dei capitali. Si parla di “liberalizzazione della finanza d’impresa” nel senso che sono state estese a tutte le imprese che fatturano almeno due milioni di euro all’anno le stesse normative precedentemente riservate al ristretto ambito delle società quotate e dei grandi emittenti. Le imprese, così, non sono più vincolate soltanto al credito bancario avendo la possibilità dell’emissione diretta sul mercato».

Qual è l’obiettivo che vi prefiggevate quando avete pensato i provvedimenti che hanno portato a questa “liberalizzazione”?
«L’obiettivo dei due Decreti Sviluppo del 2012 e del Decreto Destinazione Italia è quello di indirizzare stabilmente il risparmio nazionale, finora prevalentemente investito in asset “sovereign” o corporate estero, verso una nuova asset class rappresentativa del meglio del corporate Italia. Il meglio del nostro cosiddetto “Quarto Capitalismo”, un universo composto da 5-15 mila imprese, diviene così visibile sui radar degli investitori nazionali e internazionali».

Si dice che lo strumento del minibond è finalizzato allo sviluppo e non alla sopravvivenza? In che senso?
«Lo strumento nasce per consentire alle imprese di accedere alle risorse necessarie per i piani di sviluppo, per l’avvio di nuove iniziative, per operazioni di consolidamento aziendale o di acquisto di altre imprese. Era questo il nostro intento e anche l’evidenza empirica di questi primi mesi conferma che le imprese tendono a utilizzare questo canale per finanziare progetti di sviluppo. Ovviamente alcune imprese possono scegliere di sostituire il credito bancario tradizionale con un’emissione di obbligazioni senza dover finanziare nuovi piani di crescita, ma “semplicemente” per sfruttare il momento favorevole del mercato e accedere a condizioni migliori in termini di tasso:anche questa è una finalità del minibond. Il minibond, invece, non è lo strumento giusto per imprese in difficoltà che si trovano nella condizione di non vedersi più rinnovare gli impieghi bancari. Non mi aspetto, infatti, che gli investitori sottoscrivano obbligazioni di una società in difficoltà, perché in quel caso sarebbe opportuno ricorrere a strumenti diversi coinvolgendo altri soggetti».

Quante sono le società italiane idonee all’emissione di minibond?
«Secondo una serie di studi realizzati dalle società di rating – i soggetti che più direttamente stanno scandagliando il mercato – si va da un minimo di 10 mila a un massimo di 35 mila potenziali emittenti. Per essere prudenti, direi che le aziende interessate potrebbero essere circa 10 mila. Riuscire a coinvolgere un universo così ampio rappresenterebbe un risultato clamoroso in un Paese in cui non si riesce ad avere neanche 300 società quotate».

fondi_investimentoChe riscontri ci sono stati finora?
«I primi riscontri sono incoraggianti. Le misure, entrate pienamente in vigore alla fine del 2012, hanno già reso possibili numerose operazioni di emissione, di diversa taglia dimensionale. In genere le singole emissioni ammontano a qualche centinaio di milioni di euro, ma anche le imprese più piccole iniziano a fare ricorso al mercato, proponendo emissioni nell’ordine di pochi milioni di euro. L’entità complessiva delle emissioni ha quasi raggiunto i sei miliardi di euro, ma diverse ulteriori operazioni sono in corso di strutturazione e saranno perfezionate a breve. Finora non erano stati compiutamente definiti i passaggi normativi ed era mancato l’intervento sul mercato di investitori istituzionali a lungo termine, come le compagnie di assicurazioni e i fondi pensione. Con il Decreto Destinazione Italia è stato completato il quadro normativo che dà a questi operatori la possibilità di entrare sul mercato con risorse ingenti. Stanno partendo iniziative di fondi di investimento focalizzate sulla fascia intermedia di minibond, che finora era mancata di più, quella tra i 10 e i 50 milioni di euro».

Ritiene che saranno gli “aggregatori” di minibond a dare l’impulso decisivo al mercato dei minibond?
«Finora l’unica possibilità che aveva la singola impresa per approfittare della nuova normativa era quella di gestire direttamente l’emissione. Se i costi di tale operazione sono abbastanza contenuti, non mancano, però, alcune criticità che non sempre le pmi possono essere preparate ad affrontare. L’ingresso dei fondi semplifica tale approccio. La società emittente, infatti, ha come interfaccia il fondo che inserisce nel proprio portafoglio il bond emesso dall’impresa insieme a quello di altre società. L’affacciarsi dei fondi di investimento sul mercato dovrebbe portare investimenti in questa asset class nell’ordine di circa 3-4 miliardi di euro. La presenza sul mercato dei fondi, tra l’altro, agevolerà l’ingresso di investitori istituzionali di lungo termine come le compagnie di assicurazioni per le quali sarà più semplice acquisire la quota di un fondo, con un profilo di rischio già ottimizzato, piuttosto che acquisire la quota del singolo minibond».

banca-1Il minibond segnerà davvero una svolta per l’industria finanziaria italiana, finora caratterizzata dal banco-centrismo?
«È questa la nostra convinzione. L’industria finanziaria italiana, monopolizzata dal sistema bancario, fino a oggi è stata in grado di far fronte alle esigenze delle imprese. Anche se i tempi sono cambiati, non si vuole certo fare a meno del fondamentale ruolo delle banche. Abbiamo visto, infatti, che i minibond non sono strumenti pensati per tutte le imprese (si parla, al massimo, di 35 mila emittenti su milioni di imprese italiane), però rappresentano un elemento di innovazione fondamentale per permettere a questa avanguardia, alle imprese di eccellenza ancorché dimensionalmente piccole, di fare un salto culturale passando dal dal rapporto diretto e obbligato solo con la banca, a un approccio più moderno, maturo e multilivello con i mercati».

Anche le banche trarranno benefici dall’introduzione del minibond sul mercato?
«Lo strumento del minibond modernizza il sistema perché mette in competizione soggetti diversi – le banche, infatti, dovranno competere con il nuovo mondo degli intermediari finanziari che gravitano intorno ai minibond – e dove c’è più competizione c’è anche più efficienza. Le banche oggi sono in difficoltà perché lo stock di sofferenze pesa sui conti economici e la loro redditività è molto bassa. L’esistenza di vincoli all’espansione degli impieghi impedisce alle banche di accrescere la loro redditività per quella via. Quale strada migliore, allora, che puntare su maggiori ricavi derivanti da servizi ad alto valore aggiunto, come i servizi di consulenza che le banche possono fornire alle imprese per avviarle lungo la strada dell’emissione diretta?».

Alle imprese, invece, come accennava prima, è richiesto un salto culturale per usufruire dello strumento del minibond.
«Le imprese dovranno superare la tradizionale chiusura con la quale finora si sono confrontate con il resto del mondo. Nel rapporto con le banche, infatti, molto spesso i flussi informativi non erano molto intensi. Nel momento in cui si fa un’emissione, invece, bisogna trasmettere un set informativo completo, ampio anche in termini di piano industriale, fornendo un’analisi prospettica di quello che si vuole fare in futuro. Le imprese, dunque, dovranno passare a un modello di cultura finanziaria del tutto diverso rispetto a quello che c’è stato fino a oggi. Pensando, infine, a tutto il resto della filiera (consulenti, società di rating, studi legali dedicati alla consulenza finanziaria ecc.) che finora aveva un bacino di clientela piuttosto ridotto e che adesso allargherà molto la propria attività, confidiamo che l’introduzione del minibond comporterà una modernizzazione molto importante del nostro sistema-Paese».

Dario Vascellaro

http://Dario%20Vascellaro

Direttore responsabile de Il Giornale delle PMI

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.